di Susanna Stacchini
Da troppo tempo, il mondo è nelle mani di burattinai senza scrupoli che animano
i loro pupazzi solo per mettere in scena il racconto di un mondo che non c’è. Un
racconto artefatto e mistificatorio, per rendere sempre più difficile capire che
cosa è vero o falso. L’allegoria del “buon governo”, per continuare a mentire,
facendo l’opposto contrario di quanto dichiarato.
Marionettisti che attraverso un eloquio confondente e fuorviante ingarbugliano
le acque per ingarbugliare le menti. Parole e ossimori semantici, usati con
consapevole scorrettezza, fino a spacciare come valore un disvalore e come
verità una menzogna. Una narrazione che rientra a pieno titolo in una strategia
molto più ampia e ben orchestrata. Picconare la democrazia, rendendoci sempre
meno informati, consapevoli e quindi liberi.
Pupari avvezzi a una comunicazione disturbante e tossica, studiata a tavolino,
per omologare le idee e mantenere comodamente intatti gli equilibri di potere.
“Padri nobili” di un sistema progettato per ostacolare il più possibile la messa
a fuoco di qualunque verità a loro scomoda. Un sistema ideato e collaudato per
sfiancare chiunque cerchi di capire la realtà delle cose. Capacità critica e
idee proprie e indipendenti trattate alla stregua di posture eversive, da
guardare con sospetto.
Un apparato concepito e organizzato in modo che sopraffazione e inganno possano
diventare medaglie al valore e il malcapitato uno da biasimare e ridicolizzare,
perché non ci ha saputo fare. Con Mangiafuoco loro mentore, ci siamo affidati a
burattinai cinici e autoritari che considerano il mondo il loro palcoscenico e i
cittadini i loro fantocci. Non ci guidano, ci manovrano. Non si prendono cura
della terra, la sfruttano. Non governano il mondo, lo usano, lasciando che siano
i grandi interessi privati a dettare linea e scaletta.
Insomma, penso al mondo come a una grande ragnatela, tessuta e intrecciata ad
arte perché a noi gente comune non resti che fare la fine della mosca, rimanerci
impigliati. E così è stato, ridotti come siamo a “sudditi”, sfiduciati,
rassegnati e paradossalmente pure complici.
Una corresponsabilità che va avanti da decenni, esercitata in prima istanza
attraverso un voto, troppo spesso frutto di un’esagerata predisposizione al
compromesso, nella sua accezione più negativa e un’altrettanta smisurata
inclinazione alla sottomissione/fedeltà, in cambio di un tornaconto personale.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
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L'articolo Siamo da troppo tempo nelle mani di burattinai senza scrupoli: ormai
ne siamo corresponsabili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Governo
Non solo il nuovo Ponte sullo stretto, ora la mafia punta dritto anche al grande
progetto della transizione digitale finanziato con i fondi del Pnrr e cioè il
Piano strategico banda ultra larga (Bul). E’ uno inedito assoluto a livello
nazionale quello che emerge dall’indagine della Dia di Milano coordinata dal
colonnello Giuseppe Furciniti. Ed è un inedito che se pur non coinvolgendole
direttamente apre uno squarcio sulle modalità di controllo delle società
partecipate dal governo italiano che sono garanti del piano strategico per il
paese.
Per quattro anni, infatti, a partire dal 2022 la Semis srl controllata di fatto
dal messinese Mario Aquilia, condannato per mafia e per aver favorito il clan di
Barcellona Pozzo di Gotto, seppur già interdetta in via definitiva ha incassato
4,5 milioni di lavori da due società, la Telebit spa e la Inpower Group
Consorzio Stabile, che a loro volta avevano ricevuto l’appalto dalla non
indagata Open Fiber spa, partecipata per il 60% dal ministero dell’Economia e
delle Finanze. “Interdittiva antimafia – scrive il pm – che avrebbe dovuto
precludere ogni possibilità di partecipare all’esecuzione di opere pubbliche
secondo la normativa vigente sugli appalti pubblici. Così non è stato”. E così a
finire in amministrazione giudiziaria per un anno da oggi sono Telebit e Inpower
dopo una serrata indagine della Dia milanese coordinata dal pm Silvia Bonardi.
Alle quali si aggiunge un sequestro preventivo per 1,5 milioni. Ma il dato che
inquieta è ben sottolineato dalla Procura di Milano quando spiega che la Siemis
il cui titolare è legato alla potente frangia di Cosa nostra della provincia di
Messina “lavora sul territorio lombardo e ha rapporti di fornitura e
collaborazione con società che operano per conto del governo italiano in appalti
pubblici sul territorio nazionale per il posizionamento della fibra ottica”.
Ora, per come ricostruito dall’antimafia, la Infratel Italia spa, partecipata al
100% dal ministero dell’Impresa e del Made in Italy, “ha presentato tre bandi di
gara per la costruzione e la gestione in concessione della rete pubblica a banda
ultra larga. Tutti e tre i bandi sono stati aggiudicati dalla società Open Fibre
spa”, quest’ultima, come detto, controllata dal Mef. Questo general contractor
ha così “sub-appaltato i lavori per il Lotto 3 Lombardia alla società Inpower
Group, che, a sua volta, si è avvalsa della Semis srl per la materiale
esecuzione di alcune opere in numerose cittadine della provincia di Lecco, di
Como, di Monza Brianza e di Pavia”.
L’unico espediente adottato da Aquilia è quello di aver intestato l’azienda alla
moglie. Un escamotage, l’intestazione fittizia, piuttosto elementare. Annota la
Dia: “In questo modo Aquilia ha architettato una schermatura della titolarità
dell’impresa, del relativo compendio aziendale e dei profitti generati a seguito
dell’impiego della Semis negli appalti pubblici, malgrado la società fosse già
destinataria, a partire dal 17 maggio 2022 di un’interdittiva antimafia emessa
dalla Prefettura di Milano”. Le due società sono accusate non penalmente di non
aver controllato. Non solo, dal provvedimento della Sezione misure di
prevenzione del Tribunale di Milano emerge che lo stesso Aquilia, vero regista
della società, ha avuto interlocuzione con gli stessi manager di Inpower e
Telebit. Tanto che il pm rileva “un’evidente inadeguatezza delle regole
cautelari, che con riferimento al rischio di commissione di reati di criminalità
organizzata (…). non individuano procedure specifiche. Risulterebbe, altrimenti,
del tutto singolare la presenza, tra i fornitori della Inpower della Semis,
posto che, il suo effettivo titolare, soggetto, tra l’altro, con cui gli stessi
dirigenti della committente hanno intrattenuto rapporti diretti nelle trattative
circa la fissazione del prezzo e della tipologia delle prestazioni, risulta
condannato per associazione mafiosa”.
Del resto il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico “ha illustrato come le
società connesse alla cosca mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto utilizzassero
le aziende del Nord come maschera per le proprie società, assumendo
sostanzialmente la forma, mentre nella sostanza restavano ditte controllate dai
mafiosi”.
L'articolo Le mani di Cosa nostra anche sul piano della banda ultra larga. Due
spa in amministrazione giudiziaria proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Uno Stato che non gira la testa dall’altra parte, che difende chi ci difende e
che restituisce sicurezza e libertà ai cittadini”: è la frase, sottoforma di
claim pubblicitario, con cui la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha
rivendicato il nuovo pacchetto sicurezza, l’ennesimo del governo di
destracentro, prodotto dopo due ore di consiglio dei ministri e soprattutto dopo
un serrato confronto preventivo con il Quirinale. “Non misure spot“, assicura la
premier, ma “un ulteriore tassello” della strategia dell’esecutivo, convinta che
serva “un approccio più duro” sulla sicurezza. Che si rende necessario anche
perché finora “un certo doppiopesismo della magistratura” ha reso “difficile”
difendere i cittadini. Come al solito Meloni scarta l’ipotesi di una conferenza
stampa a Palazzo Chigi (dove vanno i ministri) e preferisce un’intervista tv in
campo più che amico, Dritto e Rovescio di Paolo Del Debbio su Rete 4.
Si dice “indignata” la premier, che preferisce l’intervista tv su Rete4 alla
conferenza stampa a Palazzo Chigi dove manda i suoi ministri, per la
scarcerazione di alcuni dei responsabili degli scontri di Torino. “Non ragazzini
che vogliono fare un po’ casino” ma persone “organizzate” che “agiscono contro
lo Stato”. Difende l’intero pacchetto, spiega, come ha chiesto di fare anche al
resto del governo in Cdm, le nuove misure, assicurando che non c’è alcuno “scudo
penale”. Semmai – prosegue – quello ce l’hanno avuto finora “i centri sociali”
perché “scudo penale è quando qualsiasi cosa fai non ti succede niente”. Da ora
in poi invece, “non c’è più obbligo di iscrizione nel registro degli indagati
quando è palese che ti sei difeso”.
Di immigrazione, parte iniziale del pacchetto, ci si occuperà la prossima
settimana (mentre entro “due settimane” arriverà il tanto atteso decreto
bollette), con la delega per recepire il Patto Ue e un disegno di legge per
contrastare l’immigrazione illegale che conterrà anche il blocco navale. Meloni
spiega che intanto con il decreto legge è stata cancellata una “cosa surreale“,
cioè “l’automatismo” che prevedeva fino a oggi che se un immigrato “fa ricorso”
sull’espulsione gli si deve “anche pagare l’avvocato” indipendentemente “dalla
sua condizione economica”. E’ stato “abolito” perché “non esiste che un
immigrato abbia addirittura più diritti di un italiano”.
Col pacchetto sicurezza, sintetizza poco prima Carlo Nordio in conferenza stampa
“cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare” che “si ripetano” i
“tristi momenti” delle Brigate rosse. E non si introducono norme “liberticide”
garantisce Matteo Piantedosi, riferendosi a una delle novità più controverse, il
fermo preventivo di 12 ore di cui, nella stesura finale, il magistrato deve
essere informato e può decidere il rilascio immediato se mancano le condizioni.
“C’è stata una proficua interlocuzione con il Colle, ci sono state giuste
sottolineature ma il testo del fermo preventivo è sempre stato così”, insiste
Piantedosi, puntualizzando: “conosciamo un minimo di diritto anche noi…”. Anche
Matteo Salvini, che ringrazia “Mattarella”, precisa che nel testo “non è
cambiato nulla“. In Cdm parlano a lungo il titolare dell’Interno e il ministro
della Giustizia, che si dilunga a spiegare ai colleghi proprio lo “scudo
penale“, esortando a non chiamarlo così perché tale non è, chiarisce poi anche
ai cronisti, perché varrà per tutti (e fa l’esempio dei medici) e “non dà
impunità“. Spiega anche l’utilità del registro alternativo a quello degli
indagati (il “registrino” lo chiamano i ministri) altrimenti “il pm potrebbe
fare accertamenti a vita”.
Le opposizioni si lanciano all’attacco ma qualche distinguo non può mancare. In
particolare Nordio è il bersaglio preferito per l’evocazione del ritorno delle
Brigate rosse. Il decreto è un nuovo provvedimento di “propaganda e paura“,
accusa il Pd mentre per +Europa si tratta di “un salto di qualità illiberale”
del governo. Ma c’è anche chi, come il leader M5s Giuseppe Conte, rimarca, tra
le critiche,anche una nota positiva: la stretta su ladri e borseggiatori.
“Apprendiamo da Giorgia Meloni – sottolinea il leader pentastellato – che dopo
anni a dire ‘no’ alle proposte del M5s per colpire ladri e borseggiatori con la
procedibilità d’ufficio senza querela, ora al governo si sono svegliati dal
lungo sonno per inserire in un provvedimento quel che hanno sempre respinto in
Parlamento. Buongiorno”. Per il resto il presidente pentastellato si concentra
in particolare sull’inefficacia delle misure varate. “Cercasi – ironizza – vere
misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città” mentre mancano
investimenti per “aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade”.
Un punto, questo, sul quale tutta l’opposizione concorda. “La destra –
sottolinea il capogruppo Dem in Senato Francesco Boccia – continua a confondere
la forza dello Stato con l’ostentazione della repressione. La sicurezza si
costruisce con investimenti, organici adeguati, formazione, prevenzione,
presidio del territorio e rispetto pieno delle libertà costituzionali”. “La
sicurezza e l’ordine pubblico – rilancia la segretaria Elly Schlein – sono una
responsabilità del governo, smettano di scaricarle sui nostri sindaci. E’ un
altro fallimento del governo, con l’aumento dei reati”. “Grave e irresponsabile
è poi l’uso delle parole. Evocare le Brigate Rosse come ha fatto il ministro
Nordio – aggiunge – non è solo una forzatura storica: è un errore politico
profondo”. “E’ da irresponsabili evocare il ritorno delle Brigate Rosse. Il
governo lavora per alzare la tensione sociale nel Paese”, accusa da Avs Angelo
Bonelli. “Questo governo – calcola il deputato di Alleanza Verdi e sinistra – ha
prodotto tre decreti sicurezza: 48 nuovi reati, 57 aggravanti e oltre 410 anni
di carcere. Eppure i dati del Ministero dell’Interno dicono che la
microcriminalità è aumentata. L’insicurezza è reale e si combatte potenziando le
forze dell’ordine, garantendo stipendi dignitosi agli agenti e rafforzando
investigazione e prevenzione, non con la propaganda penale”. Per +Europa con il
segretario Riccardo Magi, le nuove norme rappresentano un “salto di qualità
nella visione scellerata che questo governo ha dei concetti di giustizia e
sicurezza, ma anche di Stato nel suo rapporto con il potere, con i cittadini e
con i diritti individuali”.
L'articolo Decreto Sicurezza, Meloni va in tv (anziché in conferenza stampa) ed
esulta: “Non spot, ma approccio più duro”. Opposizioni contro Nordio che evoca
le Br proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome
in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i
maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la
quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo
non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società
di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da
soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui
sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi
assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come
sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del
gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede
Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi
viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di
Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando)
di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è
R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e
sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe
vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi
(intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società
di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico
dei palazzi dei servizi segreti italiani.
“SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA”
Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i
rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di
Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto
con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat
“gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat
Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto
se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno
scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che
loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei
leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine
comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico
(riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di
programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara
N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi
sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”.
Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano.
Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati
Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere
ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro
messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”.
L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha
famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa
risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il
problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il
quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando
gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia.
Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia
usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre
iniziato con compare”.
IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE”
Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di
piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca
l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è
oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre
che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata
americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che
De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana,
praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti
vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di
puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni
false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che
chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha
accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna”
dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla
Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha
accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono
controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una
riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda
Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le
persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e
gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”.
UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA
E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda
rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio
e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro
rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci
scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc
Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De
Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa:
“Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale
circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre
2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del
Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi
non si fa sentire.
FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO”
La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”.
Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben
avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore
dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto
imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante
ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per
Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette
pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del
giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile
del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat
scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di
vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini
di Villa Torlonia per decidere l’affare.
IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA
E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio.
“Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto,
contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda
informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi
faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal
pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci
informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo
ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se
confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto
70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per
scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel
decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché
membro della squadra Fiore”.
LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO”
Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto
riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da
Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A
dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc,
Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta.
Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre
rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è
stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco
promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda,
emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto
l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo
anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric.
“Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che
si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R.
che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr)
per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio
Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte.
Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che
la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a
nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è
venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una
mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di
vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della
Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio
ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della
Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno
(Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi
alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”.
L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della
Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera – nonostante il calo delle nascite –
non riesce ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti. In
media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini: ancora sotto il target europeo sul
tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%), per non parlare del 45% che
l’Italia dovrebbe raggiungere nel 2030. Le richieste non soddisfatte superano il
10% in quasi il 70% dei casi e superano il 25% nel 22,9% dei casi. Sono i dati
sconfortanti sull’anno educativo 2023/2024 diffusi dall’Istat, da cui emerge un
aumento dell’offerta trainato dal settore privato e insufficiente a colmare il
divario tra Nord e Sud. Dati che “confermano le nostre preoccupazioni e le
nostre rivendicazioni”, commenta la segretaria confederale della Cgil Daniela
Barbaresi. A partire dai “troppi ritardi nella realizzazione dei progetti del
Pnrr: a pochi mesi della scadenza è stato speso solo il 39% dei 3,8 miliardi di
euro di finanziamenti per asili nido e scuole dell’infanzia, e solo l’8% delle
opere risulta completato”. Morale: “Non basta costruire le strutture se non si
garantiscono le risorse per renderle operative: per raggiungere l’obiettivo del
45% (Barcellona 2030), non solo vanno attivati almeno altri 165mila posti
rispetto a quelli censiti dall’Istat, ma per permettere la gestione diretta da
parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all’anno per
la spesa corrente e 37mila educatrici/tori in più”.
Ripartiamo dai dati Istat. I servizi attivi oggi risultano 14.570, in aumento
del 3,8% rispetto al precedente anno educativo, per un totale di quasi 378.500
posti autorizzati al funzionamento (+3,4%). L’incremento è guidato dal settore
privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto
all’anno educativo precedente mentre solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda
servizi a titolarità comunale. Ma resta irrisolto il problema della domanda
insoddisfatta. Anche perché sempre nel 2023-2024, come rilevato nel report,
circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un
aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente. L’aumento
“riguarda sia il settore pubblico sia il privato e sembra correlato al crescente
riconoscimento della funzione educativa del nido, oltre che alla maggiore
diffusione del Bonus asilo nido che ha reso più sostenibili le rette per le
famiglie. Una parte dei potenziali beneficiari, tuttavia, non riesce ancora ad
accedere al servizio a causa della persistente carenza di posti disponibili”,
sottolinea l’Istat.
Il tasso di frequenza ha visto un incremento, anche a causa del calo delle
nascite, ma come già detto non abbastanza da raggiungere il target europeo
fissato per il 2010: le regioni del Sud e delle Isole, esclusa la Sardegna, sono
ben al di sotto del parametro del 33%, con una media rispettivamente del 19,0% e
19,5%. L’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del
48,4% in Umbria. Seguono il Nord-est (39,1%) e il Nord-ovest (36,6%). Nei
capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini,
mentre nei comuni non capoluogo la media scende a 28,2: una differenza di 11,6
punti percentuali. Al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo hanno
superato, in media, il parametro del 33% di copertura e quelli capoluogo del
Nord-est e del Centro hanno anche ampiamente superato l’obiettivo europeo
fissato per il 2030, mentre quelli del Nord-ovest sono di poco al di sotto. Nel
Sud e nelle Isole, invece, persino i Comuni capoluogo restano lontani dal
precedente parametro europeo del 33% e la distanza è ancora maggiore nei Comuni
non capoluogo.
Nel Meridione, contraddistinto storicamente da una carenza di offerta, i dati
dell’istituto di statistica segnalano un miglioramento, ma l’offerta resta
lontana da quella del Centro-Nord. Le liste d’attesa nel Mezzogiorno sono più
lunghe, con un quarto delle domande insoddisfatte nel 28,9% dei casi contro il
19,9% al Centro e il 21,3% al Nord. La presenza di richieste in lista d’attesa è
più frequente nel settore pubblico (68,9%), ma riguarda anche il privato (54%).
Nel Mezzogiorno, l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in
maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro
l’eccedenza di richieste riguarda maggiormente i nidi di titolarità comunale.
“Siamo al paradosso: un governo che fa propaganda assordante sul contrasto alla
denatalità e non muove un dito per garantire ai bambini e bambine di questo
Paese il diritto a percorsi educativi sin dai primissimi mesi di vita”, attacca
Barbaresi. “Preoccupano le pesanti diseguaglianze territoriali nella
disponibilità di posti, che restano sostanzialmente inalterate, con ben sette
regioni che non arrivano ancora al 33% nel rapporto posti/bambini: Abruzzo,
Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania”. Non solo: “Se da un
lato c’è un problema di posti insufficienti altrettante criticità si riscontrano
nella spesa a carico delle famiglie che sostengono quote di compartecipazione
spesso troppo alte, rette che, nonostante i bonus, per molti nuclei non sono
sostenibili e condizionano la scelta di affidamento dei bambini ai nidi”.
L'articolo Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le
domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee
dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste
d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio,
affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta
di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della
commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più
notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli
interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo
provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a
sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due
decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza
precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui
l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non
consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi,
né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano
lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è
sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono
tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta
Europa.
È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl
73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di
monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni
di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di
esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di
difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare
differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di
confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture
pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna
distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia.
“Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto
alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della
Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine
netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei
cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”.
Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi
previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una
scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di
personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che
dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup,
comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la
mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure
calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma,
lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva
annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e
tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad
oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali
aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità.
Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano
i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici,
classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato
attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le
criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non
si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi
massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla
piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni
in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli
ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il
30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del
legame tra liste d’attesa e spesa privata.
Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna
indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna
guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il
cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in
un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del
progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -.
Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera
trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con
un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla
tutela della salute garantito dalla Costituzione”.
L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini.
Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una lettera indirizzata a tutti i parlamentari per chiedere un intervento
legislativo urgente che permetta a lavoratori e studenti fuori sede di votare
nel comune di domicilio in occasione del referendum del 22 e 23 marzo sulla
riforma Nordio. A sottoscrivere l’appello i portavoce di tutti i comitati per il
No: il costituzionalista Enrico Grosso e il giudice Antonio Diella per il
comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, il
fisico Giovanni Bachelet per quello della società civile, Franco Moretti a nome
degli “Avvocati per il No” e Carlo Guglielmi per il comitato promotore della
raccolta firme popolare per il referendum.
“Oltre cinque milioni e mezzo di persone – studenti, lavoratori precari, malati
costretti a curarsi lontano dalla propria residenza, cittadini che vivono
temporaneamente in un’altra regione – rischiano di essere di fatto esclusi dalla
partecipazione democratica. Non per disinteresse, non per scelta, ma per
ostacoli economici e logistici che rendono proibitivo affrontare un viaggio solo
per votare”, si legge nella lettera. “Compito delle istituzioni”, sottolineano i
rappresentanti dei comitati, “è incentivare la partecipazione: in un momento
storico in cui l’affluenza alle urne diminuisce in modo preoccupante, escludere
milioni di persone dal voto non è solo un problema tecnico, ma un vulnus
democratico. Il diritto di voto non può diventare un privilegio riservato a chi
ha tempo e risorse economiche per spostarsi”.
Nei giorni scorsi il governo ha bocciato gli emendamenti dell’opposizione
(+Europa, Pd, M5s, Avs, Iv e Azione) al decreto Elezioni che chiedevano di
confermare la sperimentazione del voto fuori sede, già messa in campo alle
Europee del 2024 (ma solo per gli studenti) e poi ai referendum su cittadinanza
e lavoro dello scorso anno: per la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro
(Fratelli d’Italia) ripetere la procedura stavolta non è possibile per “problemi
tecnici dovuti ai tempi“. Per esercitare il diritto di voto nel comune di
domicilio, però, esiste anche un’altra strada, quella di accreditarsi ai seggi
come rappresentanti di un partito o di un comitato: in questo senso, Alleanza
Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle hanno già annunciato che riserveranno agli
elettori fuorisede i posti a propria disposizione.
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L'articolo Referendum, l’appello dei comitati del No per il voto fuori sede. E
M5s e Avs offrono posti da rappresentante di lista proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Italia ci sono circa 5 milioni di fuorisede, ma questa volta il voto a
distanza sembra essere sparito dai radar. A farlo notare è The Good Lobby,
organizzazione no profit che promuove la democrazia dal basso. “Abbiamo letto
gli esiti del Consiglio dei ministri di ieri e ci sorprende che, rispetto al
decreto-legge sulle disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e
referendarie dell’anno 2026, non risulti più prevista l’estensione del diritto
di voto ai cittadini fuorisede, peraltro già permesso in occasione delle ultime
elezioni europee e referendum“, dichiara il direttore Federico Anghelè. Proprio
allo scorso referendum su cittadinanza e lavoro, infatti, erano stato garantito
il diritto a studenti e lavoratori che vivono lontano dalla loro residenza di
recarsi ai seggi nel comune di domicilio: erano stati oltre 67mila i fuorisede
ammessi al voto.
“Immaginiamo si sia trattato di una svista e per questo chiediamo al Presidente
del consiglio e al Ministro dell’interno di intervenire per porre rimedio, anche
in vista della prossima riunione di consiglio in cui dovrebbero essere stabilite
le date della consultazione”, prosegue il direttore di The Good Lobby.
“Ricordiamo ancora una volta – aggiunge – che l’Italia è l’unico Paese europeo,
con Malta e Cipro, a non disporre di questo importante strumento elettorale
democratico per le migliaia di cittadini, non soltanto studenti ma anche
professionisti, sportivi, persone in cura presso altre regioni, che vivono
lontani dalla propria città di residenza”.
Anghelè ricorda poi che “è ormai prossima nella prima commissione Affari
costituzionali del Senato la discussione della proposta di legge di iniziativa
popolare sul voto fuorisede“. La proposta è stata presentata a Palazzo Madama a
inizio dicembre dopo avere raccolto oltre 50mila firme ed è stata sostenuta
anche dal deputato Giulio Centemero (Lega) e da altri parlamentati di
maggioranza.
L'articolo Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di
The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.