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Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto”
Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando) di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi (intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico dei palazzi dei servizi segreti italiani. “SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA” Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat “gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico (riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”. Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano. Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”. L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia. Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre iniziato con compare”. IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE” Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana, praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna” dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”. UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa: “Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre 2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi non si fa sentire. FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO” La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”. Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini di Villa Torlonia per decidere l’affare. IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio. “Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto, contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto 70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché membro della squadra Fiore”. LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO” Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc, Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta. Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda, emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric. “Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R. che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr) per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte. Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno (Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”. L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori”
Il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera – nonostante il calo delle nascite – non riesce ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti. In media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini: ancora sotto il target europeo sul tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%), per non parlare del 45% che l’Italia dovrebbe raggiungere nel 2030. Le richieste non soddisfatte superano il 10% in quasi il 70% dei casi e superano il 25% nel 22,9% dei casi. Sono i dati sconfortanti sull’anno educativo 2023/2024 diffusi dall’Istat, da cui emerge un aumento dell’offerta trainato dal settore privato e insufficiente a colmare il divario tra Nord e Sud. Dati che “confermano le nostre preoccupazioni e le nostre rivendicazioni”, commenta la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi. A partire dai “troppi ritardi nella realizzazione dei progetti del Pnrr: a pochi mesi della scadenza è stato speso solo il 39% dei 3,8 miliardi di euro di finanziamenti per asili nido e scuole dell’infanzia, e solo l’8% delle opere risulta completato”. Morale: “Non basta costruire le strutture se non si garantiscono le risorse per renderle operative: per raggiungere l’obiettivo del 45% (Barcellona 2030), non solo vanno attivati almeno altri 165mila posti rispetto a quelli censiti dall’Istat, ma per permettere la gestione diretta da parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all’anno per la spesa corrente e 37mila educatrici/tori in più”. Ripartiamo dai dati Istat. I servizi attivi oggi risultano 14.570, in aumento del 3,8% rispetto al precedente anno educativo, per un totale di quasi 378.500 posti autorizzati al funzionamento (+3,4%). L’incremento è guidato dal settore privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno educativo precedente mentre solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda servizi a titolarità comunale. Ma resta irrisolto il problema della domanda insoddisfatta. Anche perché sempre nel 2023-2024, come rilevato nel report, circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente. L’aumento “riguarda sia il settore pubblico sia il privato e sembra correlato al crescente riconoscimento della funzione educativa del nido, oltre che alla maggiore diffusione del Bonus asilo nido che ha reso più sostenibili le rette per le famiglie. Una parte dei potenziali beneficiari, tuttavia, non riesce ancora ad accedere al servizio a causa della persistente carenza di posti disponibili”, sottolinea l’Istat. Il tasso di frequenza ha visto un incremento, anche a causa del calo delle nascite, ma come già detto non abbastanza da raggiungere il target europeo fissato per il 2010: le regioni del Sud e delle Isole, esclusa la Sardegna, sono ben al di sotto del parametro del 33%, con una media rispettivamente del 19,0% e 19,5%. L’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del 48,4% in Umbria. Seguono il Nord-est (39,1%) e il Nord-ovest (36,6%). Nei capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini, mentre nei comuni non capoluogo la media scende a 28,2: una differenza di 11,6 punti percentuali. Al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo hanno superato, in media, il parametro del 33% di copertura e quelli capoluogo del Nord-est e del Centro hanno anche ampiamente superato l’obiettivo europeo fissato per il 2030, mentre quelli del Nord-ovest sono di poco al di sotto. Nel Sud e nelle Isole, invece, persino i Comuni capoluogo restano lontani dal precedente parametro europeo del 33% e la distanza è ancora maggiore nei Comuni non capoluogo. Nel Meridione, contraddistinto storicamente da una carenza di offerta, i dati dell’istituto di statistica segnalano un miglioramento, ma l’offerta resta lontana da quella del Centro-Nord. Le liste d’attesa nel Mezzogiorno sono più lunghe, con un quarto delle domande insoddisfatte nel 28,9% dei casi contro il 19,9% al Centro e il 21,3% al Nord. La presenza di richieste in lista d’attesa è più frequente nel settore pubblico (68,9%), ma riguarda anche il privato (54%). Nel Mezzogiorno, l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro l’eccedenza di richieste riguarda maggiormente i nidi di titolarità comunale. “Siamo al paradosso: un governo che fa propaganda assordante sul contrasto alla denatalità e non muove un dito per garantire ai bambini e bambine di questo Paese il diritto a percorsi educativi sin dai primissimi mesi di vita”, attacca Barbaresi. “Preoccupano le pesanti diseguaglianze territoriali nella disponibilità di posti, che restano sostanzialmente inalterate, con ben sette regioni che non arrivano ancora al 33% nel rapporto posti/bambini: Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania”. Non solo: “Se da un lato c’è un problema di posti insufficienti altrettante criticità si riscontrano nella spesa a carico delle famiglie che sostengono quote di compartecipazione spesso troppo alte, rette che, nonostante i bonus, per molti nuclei non sono sostenibili e condizionano la scelta di affidamento dei bambini ai nidi”. L'articolo Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi”
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio, affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi, né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl 73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia. “Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”. Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup, comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma, lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità. Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del legame tra liste d’attesa e spesa privata. Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -. Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla tutela della salute garantito dalla Costituzione”. L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, l’appello dei comitati del No per il voto fuori sede. E M5s e Avs offrono posti da rappresentante di lista
Una lettera indirizzata a tutti i parlamentari per chiedere un intervento legislativo urgente che permetta a lavoratori e studenti fuori sede di votare nel comune di domicilio in occasione del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma Nordio. A sottoscrivere l’appello i portavoce di tutti i comitati per il No: il costituzionalista Enrico Grosso e il giudice Antonio Diella per il comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, il fisico Giovanni Bachelet per quello della società civile, Franco Moretti a nome degli “Avvocati per il No” e Carlo Guglielmi per il comitato promotore della raccolta firme popolare per il referendum. “Oltre cinque milioni e mezzo di persone – studenti, lavoratori precari, malati costretti a curarsi lontano dalla propria residenza, cittadini che vivono temporaneamente in un’altra regione – rischiano di essere di fatto esclusi dalla partecipazione democratica. Non per disinteresse, non per scelta, ma per ostacoli economici e logistici che rendono proibitivo affrontare un viaggio solo per votare”, si legge nella lettera. “Compito delle istituzioni”, sottolineano i rappresentanti dei comitati, “è incentivare la partecipazione: in un momento storico in cui l’affluenza alle urne diminuisce in modo preoccupante, escludere milioni di persone dal voto non è solo un problema tecnico, ma un vulnus democratico. Il diritto di voto non può diventare un privilegio riservato a chi ha tempo e risorse economiche per spostarsi”. Nei giorni scorsi il governo ha bocciato gli emendamenti dell’opposizione (+Europa, Pd, M5s, Avs, Iv e Azione) al decreto Elezioni che chiedevano di confermare la sperimentazione del voto fuori sede, già messa in campo alle Europee del 2024 (ma solo per gli studenti) e poi ai referendum su cittadinanza e lavoro dello scorso anno: per la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro (Fratelli d’Italia) ripetere la procedura stavolta non è possibile per “problemi tecnici dovuti ai tempi“. Per esercitare il diritto di voto nel comune di domicilio, però, esiste anche un’altra strada, quella di accreditarsi ai seggi come rappresentanti di un partito o di un comitato: in questo senso, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle hanno già annunciato che riserveranno agli elettori fuorisede i posti a propria disposizione. (Iscriviti a “Preferirei di No”, la newsletter settimanale gratuita del Fatto Quotidiano sui temi del referendum) L'articolo Referendum, l’appello dei comitati del No per il voto fuori sede. E M5s e Avs offrono posti da rappresentante di lista proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare”
In Italia ci sono circa 5 milioni di fuorisede, ma questa volta il voto a distanza sembra essere sparito dai radar. A farlo notare è The Good Lobby, organizzazione no profit che promuove la democrazia dal basso. “Abbiamo letto gli esiti del Consiglio dei ministri di ieri e ci sorprende che, rispetto al decreto-legge sulle disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2026, non risulti più prevista l’estensione del diritto di voto ai cittadini fuorisede, peraltro già permesso in occasione delle ultime elezioni europee e referendum“, dichiara il direttore Federico Anghelè. Proprio allo scorso referendum su cittadinanza e lavoro, infatti, erano stato garantito il diritto a studenti e lavoratori che vivono lontano dalla loro residenza di recarsi ai seggi nel comune di domicilio: erano stati oltre 67mila i fuorisede ammessi al voto. “Immaginiamo si sia trattato di una svista e per questo chiediamo al Presidente del consiglio e al Ministro dell’interno di intervenire per porre rimedio, anche in vista della prossima riunione di consiglio in cui dovrebbero essere stabilite le date della consultazione”, prosegue il direttore di The Good Lobby. “Ricordiamo ancora una volta – aggiunge – che l’Italia è l’unico Paese europeo, con Malta e Cipro, a non disporre di questo importante strumento elettorale democratico per le migliaia di cittadini, non soltanto studenti ma anche professionisti, sportivi, persone in cura presso altre regioni, che vivono lontani dalla propria città di residenza”. Anghelè ricorda poi che “è ormai prossima nella prima commissione Affari costituzionali del Senato la discussione della proposta di legge di iniziativa popolare sul voto fuorisede“. La proposta è stata presentata a Palazzo Madama a inizio dicembre dopo avere raccolto oltre 50mila firme ed è stata sostenuta anche dal deputato Giulio Centemero (Lega) e da altri parlamentati di maggioranza. L'articolo Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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