Il percorso di regolamentazione dei monopattini elettrici in Italia sta entrando
in una fase decisiva. A partire dalla primavera del 2026 scatterà l’obbligo di
dotare questi mezzi di una targa identificativa e di un’assicurazione di
responsabilità civile verso terzi, con sanzioni per chi non si adegua.
Il nuovo Codice della Strada ha incluso i monopattini elettrici tra i veicoli
soggetti a regole più stringenti rispetto al passato, segnando un cambio di
passo netto: da strumenti di micromobilità utilizzati con ampi margini di
libertà a veri e propri mezzi di trasporto urbano, inseriti in un quadro
normativo strutturato.
Secondo gli ultimi aggiornamenti, manca solo l’ultimo passaggio operativo:
l’attivazione della piattaforma online necessaria per richiedere il cosiddetto
“targhino”, il contrassegno adesivo che dovrà essere applicato su ogni
monopattino. Una volta resa disponibile la piattaforma, i proprietari avranno un
periodo di tempo definito (indicativamente 60 giorni) per mettersi in regola.
Solo al termine di questa fase transitoria potranno scattare le multe, che
andranno da 100 a 400 euro.
Il targhino non sarà una targa tradizionale come quelle di auto e moto, ma un
adesivo plastificato con una combinazione alfanumerica univoca. L’obiettivo è
consentire l’identificazione del veicolo e del proprietario, rendendo più
semplici i controlli e l’applicazione delle sanzioni in caso di infrazioni o
incidenti.
Accanto alla targa diventerà pienamente operativo anche l’obbligo di
assicurazione RC. La copertura servirà a risarcire eventuali danni causati a
pedoni, ciclisti o altri utenti della strada. Anche in questo caso, la norma è
già prevista, ma la sua applicazione concreta è legata all’entrata in funzione
del sistema di registrazione dei monopattini.
L'articolo Monopattini elettrici, verso l’avvio degli obblighi di targa e
assicurazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sicurezza Stradale
Con l’abbassamento delle temperature e delle prime gelate notturne, molti
automobilisti si trovano a fare i conti con un problema tanto comune quanto
fastidioso: il parabrezza completamente ghiacciato. Una situazione che non solo
rallenta la partenza al mattino, ma può trasformarsi in un rischio concreto per
la sicurezza se affrontata nel modo sbagliato.
La tentazione di ricorrere a soluzioni rapide è forte, ma non tutte sono sicure.
Versare acqua molto calda sul vetro, ad esempio, può provocare shock termici in
grado di causare crepe o danni permanenti al parabrezza. Allo stesso modo,
utilizzare oggetti improvvisati o metallici per rimuovere il ghiaccio rischia di
graffiare la superficie e compromettere la visibilità.
La prevenzione resta la strategia più efficace. Coprire il parabrezza durante la
notte con un telo antigelo o una copertura protettiva aiuta a evitare la
formazione dello strato di ghiaccio, facendo risparmiare tempo prezioso al
mattino. Anche parcheggiare l’auto in un luogo riparato, quando possibile,
contribuisce a ridurre il problema.
Se il ghiaccio si è già formato, è importante procedere con calma. Accendere il
motore e attivare il riscaldamento indirizzando l’aria verso il parabrezza
permette di sciogliere gradualmente il ghiaccio dall’interno, evitando sbalzi di
temperatura. Una volta che la superficie inizia ad ammorbidirsi, si può
intervenire dall’esterno con un raschietto in plastica, studiato appositamente
per i vetri, utilizzando movimenti delicati e progressivi.
Un valido aiuto può arrivare anche dai prodotti sbrinanti specifici o da
soluzioni fai-da-te a base di alcool e acqua, capaci di abbassare il punto di
congelamento e velocizzare la rimozione del ghiaccio senza danneggiare il vetro.
Un’ulteriore attenzione, infine, riguarda i tergicristalli: sollevarli prima di
una notte particolarmente fredda evita che rimangano bloccati nel ghiaccio e si
rovinino all’accensione.
L'articolo Vetri dell’auto ghiacciati al mattino? Come risolvere il problema
senza danni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 2022 AutoScout24 realizzava una ricerca che prendeva in esame 22
comportamenti chiave, utilizzati come indicatori delle (cattive) abitudini al
volante. Uno studio che nel 2025 si aggiorna: il confronto con i dati del 2025
mostra segnali di miglioramento, seppur contenuti. Infatti, la quota di
automobilisti che dichiara di adottare comportamenti scorretti (raramente, a
volte o spesso) tra quelli analizzati passa dal 33% del 2022 al 29% del 2025.
Inoltre, a un anno dell’introduzione del nuovo Codice della Strada, 3 italiani
su 10 dichiarano di aver modificato, in diversa misura, il proprio comportamento
alla guida.
Già, ma quali sono le scorrettezze più diffuse alla guida? “In cima alla
classifica resta il superamento dei limiti di velocità, indicato dall’85% degli
automobilisti”, si legge in una nota ufficiale: “Accanto a questo, continuano a
essere molto frequenti anche atteggiamenti aggressivi alla guida, che circa 7
automobilisti su 10 (69%) ammettono di adottare almeno occasionalmente. Seguono
il non far passare chi è in difficoltà se non ha la precedenza (60%), il mancato
fermarsi davanti a un guidatore in difficoltà o in panne, un comportamento che
coinvolge quasi 6 italiani su 10 (58%) e l’utilizzo improprio del clacson
(51%)”.
Tra i comportamenti su cui si registra un maggiore aumento di sensibilità,
spicca il rispetto delle strisce pedonali: la quota di chi dichiara di non far
passare i pedoni scende dal 55% al 33%. Un calo netto si osserva anche per il
passaggio con il semaforo rosso, diminuito dal 19% al 7%. “Su alcuni temi
particolarmente sensibili, a un anno dall’entrata in vigore del nuovo Codice
della Strada iniziano a emergere i primi effetti, seppur ancora parziali. È il
caso dell’uso del cellulare senza auricolare o vivavoce: il 12% degli
automobilisti dichiara di aver modificato il proprio comportamento dopo
l’introduzione delle nuove norme”, spiega AutoScout24.
Nel confronto tra il 2022 e il 2025, la quota di chi utilizza il telefono alla
guida raramente o spesso scende infatti dal 38% al 21%, con una riduzione di
oltre 17 punti percentuali. “Un dato in miglioramento, che evidenzia una
maggiore attenzione, ma che lascia emergere ancora alcune resistenze culturali:
per una parte degli automobilisti, l’uso del cellulare alla guida viene infatti
ritenuto giustificabile, soprattutto quando la telefonata è percepita come
breve”, sancisce lo studio. Anche la guida dopo aver bevuto alcol resta un tema
critico: il 13% degli automobilisti dichiara di aver modificato il proprio
comportamento, adottando uno stile di guida più prudente dopo l’introduzione
delle sanzioni più severe previste dal nuovo Codice della Strada. Nel 2025 il
26% degli automobilisti ammette questo comportamento, contro il 33% del 2022. E
tra le giustificazioni, spesso si indica la presunta tolleranza personale
all’alcol.
Un discorso analogo riguarda anche il rispetto degli spazi riservati alle
persone con disabilità. Dopo l’inasprimento delle sanzioni, il 6% degli
automobilisti dichiara di aver migliorato il proprio comportamento, evitando
oggi di occupare impropriamente i parcheggi dedicati. “Resta però una quota non
trascurabile che continua a minimizzare la gravità della violazione: circa il
12% ritiene ancora accettabile occupare uno stallo riservato, soprattutto quando
la sosta viene percepita come breve”, chiosa Autoscout24.
L'articolo Guida più consapevole, ma i vizi sulle strade italiane sono duri a
morire proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tre importanti riconoscimenti internazionali consacrano Pirelli Cyber Tyre come
una delle tecnologie più avanzate per la sicurezza automobilistica. Il sistema
intelligente sviluppato dall’azienda taliana è stato premiato in Francia agli
Automobile Awards 2025 con il “Premio per la Sicurezza”, ha ottenuto il titolo
“SafetyBest 2026” dalla giuria europea di Autobest, che rappresenta 32 Paesi, ed
è valso a Pirelli il riconoscimento di “Company of the Year” da parte della
società statunitense Frost & Sullivan per la sua portata innovativa nel mercato
globale degli pneumatici smart.
Cyber Tyre è il primo sistema al mondo, hardware e software, in grado di
raccogliere dati direttamente dai sensori integrati nei pneumatici (come
pressione, temperatura e accelerazioni) ed elaborarli tramite algoritmi
proprietari, comunicando in tempo reale con l’elettronica del veicolo.
L’integrazione con ABS, ESP e ADAS consente di anticipare situazioni critiche,
migliorando spazi di frenata, controllo e comfort di guida.
Grazie alla connettività V2X, la tecnologia va oltre l’auto e dialoga con
infrastrutture e altri veicoli, supportando smart road e smart city. Le
informazioni raccolte possono segnalare condizioni pericolose della strada e
contribuire alla gestione della mobilità e alla manutenzione delle
infrastrutture.
Dopo il debutto su McLaren Artura e l’adozione su modelli Audi, Pagani e futuri
Aston Martin, Cyber Tyre ha dimostrato che anche il pneumatico può diventare un
componente intelligente, connesso e centrale per la sicurezza.
L'articolo Pirelli Cyber Tyre, la tecnologia made in Italy conquista tre premi
internazionali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Insulti, commenti aggressivi e una diffusa ostilità verso chi si muove in
bicicletta o in monopattino sono ormai parte della quotidianità urbana. Tra
social network e strade cittadine, chi sceglie le due ruote deve spesso fare i
conti con automobilisti distratti, manovre azzardate e una conoscenza
approssimativa del codice della strada. Anche se, ad onor del vero, a volte
anche i ciclisti dimostrano di essere indisciplinati. È comunque da questo
contesto di insofferenza reciproca che nasce una proposta destinata a far
discutere: rendere obbligatorie otto ore di pratica in bicicletta nei corsi
delle scuole guida.
L’iniziativa arriva dal collettivo spontaneo torinese Belparcheggio, una rete di
centinaia di persone che si spostano quotidianamente in bici, monopattino o
cargo-bike. L’idea è semplice quanto radicale: far vivere in prima persona ai
futuri automobilisti cosa significa muoversi su due ruote in città.
“L’educazione può arrivare dove la repressione non riesce”, spiega Sirio
Romagnoli, cicloattivista e promotore della proposta.
La petizione ha già raccolto quasi 14 mila adesioni, con un dato che va oltre la
dimensione locale: solo il 10% dei firmatari vive a Torino, mentre la grande
maggioranza arriva dal resto d’Italia e anche dall’estero. Un segnale, secondo i
promotori, di un’esigenza condivisa che supera i confini regionali.
Il modello di riferimento sono i Paesi del Nord Europa, dove la cultura della
mobilità ciclabile è sostenuta non solo da infrastrutture adeguate, ma anche da
percorsi educativi strutturati. Nei Paesi Bassi, ad esempio, gli studenti devono
ottenere un patentino simbolico che certifica la conoscenza delle regole di
sicurezza stradale in bicicletta.
L’obiettivo finale è arrivare a numeri ancora più consistenti e consegnare le
firme a un referente politico, affinché la proposta diventi oggetto di un
confronto istituzionale. Senza illusioni, ammettono gli attivisti, ma con la
convinzione che solo un cambio culturale profondo possa migliorare la sicurezza
e la convivenza sulle strade italiane.
L'articolo Otto ore in sella per la patente. La proposta che divide
automobilisti e ciclisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ACI, in qualità di membro di Euro NCAP (il programma europeo indipendente di
valutazione della sicurezza delle auto nuove), ha diffuso i risultati
dell’ultima serie di crash test del 2025, che ha coinvolto diciannove nuovi
modelli. I test confermano come la presenza di sistemi avanzati di assistenza
alla guida, anche opzionali, possa incidere in modo significativo sulla
valutazione finale.
Hanno ottenuto il massimo punteggio di cinque stelle i seguenti modelli: Deepal
S05, EXLANTIX ET, GEELY STARRAY EM-i, Hyundai NEXO, Kia EV4 equipaggiata con
Safety Pack opzionale, MAZDA CX-5, Mercedes-Benz CLA, MG MG4 EV Urban,
Mitsubishi Eclipse Cross, Porsche Cayenne e Volkswagen T-Roc. La valutazione di
quattro stelle è stata invece assegnata ad Alpine A390, CHERY TIGGO 4, EBRO
s400, Jeep Compass, Kia EV4 con dotazioni di sicurezza standard, Kia PV5
Passeggero, Renault Clio, Toyota Aygo X e Toyota Yaris.
Tra i modelli a cinque stelle, la nuova Mercedes-Benz CLA (nella foto) si
distingue per risultati elevati in tutte le quattro categorie che concorrono al
punteggio complessivo. La protezione degli occupanti adulti ha raggiunto il 94%,
grazie a una struttura e a sistemi efficaci in diversi scenari di collisione.
Buoni anche i risultati per la protezione dei bambini (89%) e per la tutela
degli utenti vulnerabili della strada, inclusi pedoni e ciclisti, oltre alle
funzioni che prevengono l’apertura delle portiere in presenza di traffico in
avvicinamento.
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Prestazioni particolarmente positive si registrano anche per Deepal S05, MAZDA
CX-5, Porsche Cayenne e Volkswagen T-Roc. Il SUV elettrico Deepal S05 ha
ottenuto il 94% nella protezione degli occupanti adulti, mentre Cayenne e T-Roc
si attestano al 91%. La MAZDA CX-5 si è distinta inoltre nella protezione di
pedoni e ciclisti, raggiungendo il 93% nella categoria degli utenti vulnerabili
della strada.
La Hyundai NEXO, terzo veicolo a idrogeno testato da Euro NCAP, ha dimostrato
livelli di sicurezza comparabili a quelli dei SUV con alimentazioni
convenzionali, conquistando cinque stelle. Il risultato evidenzia come le nuove
tecnologie di propulsione possano affiancarsi a standard di sicurezza elevati.
Particolarmente significativo il caso della Kia EV4: con la dotazione standard
la vettura si ferma a quattro stelle, mentre l’adozione del pacchetto opzionale
“DriveWise ADAS Safety” consente di raggiungere le cinque stelle, grazie a radar
aggiuntivi e a sistemi più evoluti di prevenzione delle collisioni. Un esempio
concreto dell’impatto degli optional sulla sicurezza complessiva.
L'articolo Euro NCAP 2025, i risultati degli ultimi crash test. Decisivi i
pacchetti di sicurezza opzionali proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Europa hanno esordito i nuovi cartelli stradali col bordo verde, pensati come
un inedito strumento per migliorare la sicurezza stradale. A differenza dei
tradizionali cartelli a bordo rosso che indicano i limiti di velocità (la cui
violazione comporta sanzioni), i nuovi cartelli a bordo verde non impongono un
obbligo legale, bensì suggeriscono una velocità raccomandata per migliorare la
sicurezza stradale. Un consiglio, quindi, e non un obbligo. Il consiglio in
questione è frutto di un’analisi tecnica approfondita, che tiene conto della
sicurezza dello specifico tratto stradale e delle condizioni di traffico.
Tale sistema è già in uso in diversi Paesi europei, tra cui Francia, Regno Unito
e Spagna, dove avrebbe dimostrato una sua utilità, specialmente nelle aree
considerate più sensibili o vulnerabili. L’obiettivo primario di questa
segnaletica non è la “repressione”, ma la prevenzione: si mira a ridurre il
numero di incidenti e a promuovere una convivenza più sicura tra veicoli, pedoni
e ciclisti, in particolare nelle zone urbane ad alto rischio.
Nonostante il dibattito sull’effettiva utilità di questi nuovi cartelli sia
aperto e l’interesse sia in crescita, l’Italia non ha ancora formalmente
recepito questa tipologia di segnaletica all’interno del proprio Codice della
Strada. L’eventuale introduzione di questi segnali richiederebbe un doppio
passaggio: una revisione normativa da parte del Ministero delle Infrastrutture e
dei Trasporti e, soprattutto, l’attuazione di uno studio sperimentale mirato a
valutarne con precisione l’efficacia e l’impatto sul comportamento dei
conducenti italiani.
Gli esperti, però, sottolineano come la massima efficacia di questi cartelli
consultivi si possa raggiungere solo se integrati in un contesto di
comunicazione ben strutturato e condiviso con residenti e frequentatori delle
aree interessate, in modo da evitare che il messaggio di sicurezza si disperda
nel già vasto – e a volte caotico – panorama della segnaletica stradale.
L’integrazione di questi segnali, dunque, potrebbe rappresentare un passo avanti
significativo nella tutela degli utenti vulnerabili della strada, ma per vederli
sulla rete viaria nazionale si attende ancora il via libera e la successiva
valutazione del Ministero.
L'articolo Cartelli stradali a bordo verde, l’Europa accelera sulla prevenzione.
L’Italia osserva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dainese ha messo all’asta su eBay un oggetto destinato a diventare un simbolo
per collezionisti e appassionati: il Kit Soleluna Vale46 Anniversario numero
1/46, l’unico indossato da Valentino Rossi durante una sessione di allenamento
al Mugello. Una tuta Demone GP D-air 3X e un casco Pista GP RR reinterpretati
nella livrea celebrativa, impreziositi da un dettaglio speciale, la tartaruga
d’oro sulla spalla, elemento inedito che rende ancora più riconoscibile il
legame con la storia del pilota.
Il kit è stato donato a UNICEF Italia, che destinerà il ricavato al programma
Road Safety, dedicato alla sicurezza dei bambini sulle strade. L’asta è aperta
dal 25 novembre 2025 alle 00:00 (UTC) fino al 29 novembre 2025 alle 23:59 (UTC),
offrendo la possibilità di aggiudicarsi un cimelio leggendario.
Il sostegno al programma Road Safety assume un significato preciso: gli
incidenti stradali sono la prima causa di morte per bambini e adolescenti tra i
5 e i 19 anni, con oltre 600 vittime al giorno. UNICEF interviene nei contesti
più vulnerabili della mobilità infantile, riducendo i limiti di velocità nelle
aree scolastiche, realizzando marciapiedi e attraversamenti sicuri, promuovendo
l’uso di seggiolini e caschi e lavorando per rafforzare le leggi e la loro
applicazione. Un impegno portato avanti in oltre 190 paesi, con l’obiettivo di
garantire protezione, salute ed educazione a ogni bambino.
L'articolo All’asta il Kit Soleluna 1/46 usato da Valentino Rossi. Un pezzo
unico per collezionisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
La prima causa di violenza stradale? La velocità. Focalizzarsi sulla punizione
dei comportamenti devianti, come alcol e droga? Serve relativamente, se la
strada non diventa un luogo sicuro per tutti e in particolare per i soggetti
fragili. Infine, la comunicazione sulla violenza stradale: se ne fa pochissima,
eppure è fondamentale. Sono queste, in sintesi, le istanze che vengono dal mondo
delle associazioni di familiari e vittime della strada, nella Giornata Mondiale
che ricorda queste ultime. Giornata che vede – un paradosso – Fratelli D’Italia
organizzare a Roma una sfilata di auto per dire no a zone 30, ZTL, piste
ciclabili, con una scia di inevitabili polemiche. Mentre l’Italia resta al 19°
posto nella graduatoria europea per mortalità stradale, con 51 morti ogni
milione di abitanti (la Romania 77, la Svezia 22). E con un tasso di
motorizzazione tra i più elevati in Europa (700,8 auto ogni 1.000 abitanti).
DIMEZZARE LE VITTIME, OBIETTIVO LONTANISSIMO
Cosa dicono, più precisamente, i numeri? Gli ultimi dati Istat raccontano, per
il semestre gennaio-giugno 2025, una diminuzione, rispetto allo stesso periodo
del 2024, del numero di incidenti stradali con lesioni a persone (82.344;
-1,3%), dei feriti (111.090; -1,2%) e, più consistente, delle vittime entro il
trentesimo giorno (1.310; -6,8%). Ma non c’è molto di cui rallegrarsi perché,
nel confronto con i primi sei mesi del 2019 – anno di riferimento scelto dalla
Commissione Europea, che ha fissato come obiettivo un calo delle vittime e dei
feriti gravi del 50% entro il 2030 – si registra un calo molto contenuto degli
incidenti stradali (-1,5%) e dei feriti (-5,0%) e una riduzione più marcata dei
decessi (-14,6%).
“I dati relativi al 2025 vanno considerati con ottimismo, ma anche con cautela,
poiché talvolta potrebbe verificarsi un recupero nei mesi successivi”, spiega
Silvia Bruzzone, dirigente di ricerca del “Servizio Sistema integrato salute,
assistenza e previdenza” dell’Istat. “Considerando che dovremmo dimezzare le
vittime entro il 2030, siamo ancora in un percorso da compiere con molti
ostacoli. Occorrerebbe infatti una diminuzione del 6,1% per ciascun anno”.
Se, poi, si utilizza come riferimento il 2024 –il tasso di mortalità viene
calcolato solo con dati definitivi – si vede come, sul fronte dell’incidentalità
stradale, il numero di morti in incidenti stradali ammonta a 3.030 (-0,3%
rispetto al 2023), quello dei feriti a 233.853 (+4,1%), per un totale di 173.364
incidenti stradali (+4,1%). Il numero delle morti resta pressoché stabile
rispetto al 2023, mentre si registra un aumento degli incidenti e dei feriti.
Tra il 2023 e il 2024, gli incidenti e i feriti aumentano su tutte le tipologie
di strade, soprattutto sulle autostrade (+6,9% incidenti, +7,0% feriti). Anche
il numero delle vittime aumenta in maniera marcata sulle autostrade (+7,1%), a
fronte della diminuzione sulle strade urbane (-2,1%) e del leggero aumento su
quelle extraurbane (+0,1%).
Rispetto al 2019, le vittime e i feriti sono diminuiti (rispettivamente del
-4,5% e -3,1%), mentre gli incidenti stradali mostrano un leggero aumento
(+0,7%). Gli incidenti su autostrade e strade extraurbane aumentano anche nel
confronto con il 2019 (+4,0% e +2,7% rispettivamente).
GLI IMMENSI COSTI SOCIALI
Oltre al dolore senza fine per i familiari delle vittime, ci sono i costi.
“Abbiamo fatto una stima dei costi sociali per incidenti stradali, che ammontano
a 18 miliardi l’anno solo per gli incidenti con lesioni a persone rilevati dagli
organi di rilevazione (carabinieri o polizia), ma salgono a 22 miliardi se si
considerano anche gli incidenti con danni alle cose (fonte ANIA)”, continua la
dott.ssa Silvia Bruzzone. “Si stima, infine, una cifra fino a 30 miliardi se si
considerano anche gli incidenti non rilevati dalle forze dell’ordine, come, ad
esempio, le constatazioni amichevoli che producono dei feriti lievi ma hanno
impatto sull’economia e la società. Parliamo, nel complesso, di costi che
rappresentano una percentuale tra l’1 e il 2% del Pil nazionale”.
Di fronte a tutto ciò, le associazioni delle vittime chiedono soprattutto che la
strada diventi un luogo sicuro, nonostante i comportamenti sbagliati di chi
guida. “Quando prendi un treno o un aereo sai che esiste una sicurezza che va al
di là degli errori dei singoli, perché il sistema è intrinsecamente sicuro. In
strada non è così purtroppo, allora dobbiamo fare in modo che gli errori umani
non provochino lesioni mortali”, spiega Stefano Guarnieri, padre di Lorenzo,
ucciso a 17 anni nel 2010 e presidente dell’Associazione Lorenzo Guarnieri.
“Dobbiamo assolutamente ridurre la velocità media di percorrenza delle strade.
Avremmo anche la tecnologia necessaria ma ci sono assurde barriere normative che
impediscono di usarla, penso ad esempio agli autovelox oppure ai tutor. I
controlli sono essenziali, sono la prima forma di prevenzione. Ma serve anche
altro.
LA TRISTE VISIONE “POP” DELLA VELOCITÀ
Ma perché, allora, non si punta soprattutto a controllare e ridurre la velocità?
“Purtroppo”, continua il padre di Lorenzo, “esiste ancora una narrazione che la
esalta, alimentata anche dalla potenza delle macchine stesse. Ma la violenza
stradale è una questione di salute pubblica, e la salute è un diritto
costituzionale”. Anche il reato di omicidio stradale sul lato della prevenzione
non ha portato gli effetti sperati. “Credo che purtroppo si sia molto annacquato
nel tempo, anche perché i giudici tendono, a mio avviso, a dare pene molto più
attenuate perché manca ancora un disvalore sociale verso la violenza stradale e
perché tendiamo a immedesimarci più nel guidatore che nella vittima”, continua
Guarnieri. “Anche la revoca della patente oggi è a discrezione del giudice,
continua ad essere vista come un diritto naturale a vita”. Resta inoltre
fanalino di coda l’educazione alla sicurezza stradale, “dei 650 milioni di
incassi dalle multe nel 2024, che vanno reinvestiti in ambito stradale, solo
300.000 sono stati messi in educazione alla sicurezza. Educazione che noi
facciamo nelle scuole, grazie anche alla collaborazione con la polizia stradale
e differenziando le attività per età”.
I QUATTRO PILASTRI PER UNA SICUREZZA SUBITO
Per fare le Città30, ridurre le corsie per gli automobili, fare attraversamenti
pedonali rialzati occorrono molte risorse e tempo. “Ma ogni anno muoiono 3.000
persone, mentre oltre 15.000 sono ferite gravemente o restano invalide”, spiega
Alfredo Giordani, referente della rete #Vivinstrada-Rete di associazioni per la
cultura e la prevenzione stradale. Aspettando che il sistema cambi, quali
sarebbero gli interventi urgenti per ridurre subito le vittime? “Salvini, con il
nuovo Codice della Strada, cerca di agire sul versante della punizione, ma
l’aumento delle sanzioni non è un deterrente sui comportamenti”, afferma
Giordani. “Per guidare male, poi, non servono per forza alcol e droga, la guida
in sé è un fattore che porta distrazione”. #Vivinstrada ha messo nero su bianco
i quattro pilastri per la prevenzione degli incidenti in un documento diramato a
maggio del 2024 a tutte le forze dell’ordine: anzitutto, controllo della
velocità tramite dispositivo Scout Speed, uno strumento elettronico per
individuare e sanzionare eccessi di velocità in maniera dinamica; poi controlli
a campione e sanzione per la mancata precedenza al pedone; tre, contrasto alla
sosta selvaggia con interventi di polizia e strumenti elettronici (Street
Control); infine, adeguata e articolata comunicazione e informazione su tutti i
canali istituzionali e non istituzionali disponibili. Il tema della
comunicazione è particolarmente importante. “È fondamentale che si comunichi al
cittadino che si stanno facendo controlli, bisogna riattivare la percezione del
pericolo”, afferma Giordani.
Insiste sulla comunicazione corretta della violenza stradale, anche da parte di
media e stampa, Stefano Guarnieri. “Come dico da sempre, non si può dire che
‘una macchina impazzita’ ha ucciso una persona, proprio come non si direbbe mai
che un ‘coltello impazzito’ ha ucciso qualcuno. Il responsabile viene spesso
occultato, anzi se ne attenuano le responsabilità parlando di ‘curva maledetta’,
‘asfalto scivoloso’ e così via”, conclude il papà di Lorenzo. “Invece la vittima
viene spesso stigmatizzata, ‘era vestita di nero, è arrivata improvvisamente’,
oppure disumanizzata, ad esempio quando si riportano frasi del tipo ‘credevo
fosse un animale’. Per non parlare di affermazioni come ‘non c’è stato niente da
fare. Sono dei meccanismi di disimpegno morale, che trattano gli incidenti come
fossero delle fatalità. Invece non sono per niente tali: le morti sono sempre,
sempre evitabili”.
L'articolo Vittime della strada, nel 2024 ancora più di 3mila morti: “Va ridotta
la velocità e investire sull’educazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel panorama della mobilità del futuro, l’ultima proposta mostrata allo Japan
Mobility Show 2025 da Toyota ha catturato l’attenzione più di molte concept car
tradizionali. Si tratta di una piccola capsula elettrica e autonoma pensata per
trasportare un solo bambino, accompagnandolo in sicurezza fino a scuola. Un’idea
che sembra uscita da un racconto di fantascienza, ma che riflette con
sorprendente lucidità le direzioni verso cui si stanno muovendo robotica e
intelligenza artificiale applicate ai trasporti.
Il prototipo, chiamato Kids Mobi, ha linee morbide e un’estetica volutamente
giocosa: fari LED che cambiano espressione, sensori sagomati come orecchie e
quattro ruote completamente carenate. L’accesso avviene dal tettuccio,
un’apertura che permette anche ai più piccoli di entrare senza aiuti esterni.
All’interno, un assistente digitale denominato “UX Friend” interagisce con il
passeggero, accompagnandolo durante il tragitto e offrendo una presenza
rassicurante. Oltre alla componente ludica, il veicolo integra sistemi avanzati
dedicati alla sicurezza: sensori, monitoraggio remoto e funzioni di guida
autonoma progettate per affrontare scenari urbani complessi, almeno in ambiente
di test.
La visione è affascinante, ma porta con sé questioni pratiche che non possono
essere ignorate. In Giappone, dove il contesto urbano è più ordinato e la
cultura del rispetto delle regole stradali è radicata, un prototipo simile
potrebbe trovare terreno fertile. In Paesi come l’Italia, caratterizzati da
traffico imprevedibile e infrastrutture spesso poco adatte alla micromobilità,
immaginare un bambino che si muove autonomamente su un veicolo senza conducente
appare meno immediato. Mancano inoltre, per il momento, informazioni concrete su
batteria, piani industriali e possibili tempi di commercializzazione.
La presentazione del prototipo si inserisce nel più ampio programma di ricerca
che Toyota sta portando avanti nel settore della mobilità autonoma di piccole
dimensioni, un filone che comprende anche robot di assistenza personale e
micro-veicoli elettrici destinati agli spostamenti brevi. L’azienda sta
sviluppando piattaforme software unificate per il controllo remoto, sistemi di
comunicazione V2X per dialogare con infrastrutture e attraversamenti pedonali
intelligenti e pacchetti di sensori derivati dai modelli di guida autonoma già
testati su flotte sperimentali. La Kids Mobi rientra in questo ecosistema come
veicolo dimostrativo, utile a verificare l’integrazione delle tecnologie su
mezzi ultracompatti e a raccogliere dati su comportamento, sicurezza e risposta
degli utenti più giovani.
L'articolo Toyota Kids Mobi, la micro-capsula autonoma per gli spostamenti dei
più piccoli proviene da Il Fatto Quotidiano.