Massimiliano Milozzi, delegato provinciale del Coni di Chieti finito nella
bufera dopo la premiazione della tifoseria locale – rappresentata durante la
cerimonia anche da quattro ultras sottoposti a Daspo – ha rassegnato le
dimissioni al presidente regionale Antonello Passacantando. Come riferito dal
Coni regionale, Milozzi ha inviato una mail al presidente in cui ha rimesso il
suo mandato. Il presidente regionale ha poi comunicato la decisione al
presidente nazionale del Coni, Luciano Buonfiglio, che martedì scorso aveva
chiesto ufficialmente un passo indietro a Milozzi. “Serve attenzione anche a
livello territoriale e condanno fortemente quello che è successo a Chieti”,
erano state le sue parole.
L’episodio risale al 16 gennaio, alla Festa Provinciale dello Sport del Coni
Chieti. In quella circostanza, infatti, a ritirare sul palco la targa dedicata
alla Curva Volpi (parte ultras del Chieti) c’era una delegazione di sei persone,
di cui quattro con provvedimento Daspo, cioè il divieto di accedere alle
manifestazioni sportive che viene spesso decretato dai questori di tutta Italia
nei confronti di soggetti ritenuti pericolosi.
La “festa provinciale dello sport” organizzata dal Coni di Chieti, in Abruzzo,
si è così trasformata in poche ore in un caso, con le foto dei soggetti
“daspati” che hanno fatto presto il giro del web. Prima e dopo di loro, infatti,
sullo stesso palco sono saliti campioni dello sport, dirigenti e Stelle al
merito sportivo, compreso il comandante della Polizia Locale. Il Coni, dal canto
suo, si era difeso spiegando che il premio era per l’intera tifoseria e che non
sapeva chi di loro avrebbe ritirato la targa in memoria di Michael Luciani, un
giovane sostenitore del Chieti scomparso lo scorso ottobre in un incidente
stradale.
Guardando più attentamente la foto sul palco, però, ben presto in tanti si sono
accorti che della delegazione facevano parte anche quattro ultras sanzionati dal
questore di Chieti con provvedimenti che vanno dai 2 ai 9 anni. Tra loro anche
il leader della Curva Volpi, Francesco Salvatore, sottoposto a Daspo con
l’accusa di aver partecipato ad alcuni scontro con la tifoseria dell’Avezzano.
Un altro dei premiati è accusato di aver partecipato ad “agguati ai tifosi
avversari” con l’episodio culminante della “sottrazione di una sciarpa
biancazzurra a un uomo e a suo figlio sedicenne, fermati, minacciati e rapinati
all’una e mezza della notte”. L’invito dell’ente “descriveva l’appuntamento come
un’occasione per celebrare ‘il valore umano e sociale dello sport‘ e la
gratitudine verso chi ‘costruisce educazione e comunità'”.
Il sindaco della città, Diego Ferrara, aveva preferito non commentare, anche se
sul sito dell’amministrazione c’è un post celebrativo della serata e del premio
alla memoria del tifoso scomparso, compresa la citazione del premio speciale
alla Curva Volpi per “l’attaccamento alla città e ai colori neroverdi”. Al
contrario, invece, il Coni abruzzese aveva affidato la replica al suo
presidente, Antonello Passacantando. “La targa destinata alla Curva Volpi del
Chieti Calcio – ha dichiarato – è stata attribuita alla tifoseria nel suo
insieme e non ai singoli componenti, per l’attaccamento alla società sportiva e
l’impegno sociale e solidale più volte dimostrato nel tempo. I rappresentanti
della Curva sono stati invitati in quanto tali. Non vi era alcuna conoscenza
preventiva sull’identità di chi avrebbe materialmente ritirato il
riconoscimento. Tutto si è svolto in assoluta buona fede, con l’unico intento di
valorizzare un gesto di inclusione e memoria“.
L'articolo Alla “festa dello sport” aveva premiato degli ultras con Daspo: si è
dimesso il presidente provinciale del Coni di Chieti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Il caso della famiglia che viveva nel bosco di Palmoli (Chieti) non è chiuso e
la decisione dei magistrati di lasciare i tre fratelli nella struttura, che li
accoglie dal giorno dell’allontanamento, ha intensificato il confronto tra la
famiglia e le istituzioni coinvolte nel procedimento davanti al Tribunale per i
minorenni dell’Aquila. Al centro dell’ultimo scontro c’è la gestione sanitaria
di una delle gemelline di sei anni, a cui è stata diagnosticata una bronchite
dopo l’ingresso nella casa famiglia di Vasto. Una patologia che, secondo le
valutazioni mediche già agli atti, è stata considerata rilevante e ha assunto un
peso significativo nel procedimento giudiziario. I giudici della Corte d’appello
nel provvedimenti avevano riportato nell’ordinanza che, al momento dell’ingresso
in casa famiglia, la bimba aveva “una bronchite acuta con broncospasmo non
segnalata e non curata dai genitori”.
Proprio questo episodio viene richiamato come possibile conferma di una presunta
rigidità dei genitori rispetto ai protocolli sanitari. Un’interpretazione che la
madre dei tre bambini, respinge. La donna, attraverso i propri legali, ha
chiesto che fosse disposta una nuova visita pediatrica indipendente, affidata a
uno specialista dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, con l’obiettivo
di ottenere una valutazione aggiornata non solo sulla gemellina, ma anche sugli
altri due figli. La richiesta è stata tuttavia respinta dalla tutrice legale dei
minori, Maria Luisa Palladino. Nelle motivazioni si parla di una scelta ritenuta
“non opportuna” dal punto di vista procedurale: la visita sanitaria era già
stata effettuata al momento della presa in carico dei bambini e un ulteriore
accertamento è stato giudicato superfluo, oltre che assimilabile a una
consulenza di parte anticipata rispetto al percorso delineato dal tribunale.
Intanto prosegue l’istruttoria disposta dal Tribunale per i minorenni
dell’Aquila. È stata avviata una consulenza tecnica d’ufficio affidata alla
psichiatra Simona Ceccoli, chiamata a valutare in modo approfondito le capacità
genitoriali di padre e madre e lo stato psicofisico dei tre bambini. Tutti i
colloqui e i test previsti saranno videoregistrati, così da consentire ai
giudici una valutazione diretta. La relazione finale è attesa entro 120 giorni
dal giuramento della consulente. La famiglia ha nominato come consulente di
parte lo psichiatra Tonino Cantelmi, affiancato dalla psicologa Martina Aiello.
Il professor Cantelmi, intervistato da Repubblica, afferma di comprendere le
ragioni del Tribunale e dei servizi sociali, pur sollevando interrogativi
sull’impatto delle modalità di intervento adottate. In assenza di violenze,
abusi o maltrattamenti, Cantelmi si chiede se l’allontanamento dei bambini e la
recisione dei legami familiari – come l’esclusione del padre da momenti
significativi quali il pranzo di Natale – non possano risultare potenzialmente
traumatici per minori di sei e otto anni.
Secondo lo psichiatra, anche un’azione mossa da intenzioni di tutela, e quindi a
fin di bene, può produrre effetti traumatici, e per questo richiama alla
necessità di equilibrio e delicatezza. Pur non mettendo in discussione le
intenzioni delle istituzioni, Cantelmi sottolinea che l’inserimento in una
struttura protetta e la separazione netta dai genitori potrebbero non
rappresentare, in ogni caso, la soluzione migliore. “Quello che stanno vivendo i
bambini, con il padre lontano, la madre costretta al piano di sopra della stessa
struttura che li ospita, per loro potrebbe essere non comprensibile. E, così,
traumatico. Che idea possono avere tre bimbi di un padre, in precedenza
amorevole, che non può partecipare al pranzo di Natale? È difficile che questo
scarto, a 6 anni, a 8 anni, non sia un trauma. Poteva esserci un modo
alternativo di procedere”.
Riferendosi alla valutazione delle capacità genitoriali, lo specialista invita a
non equiparare automaticamente eventuali tratti di eccentricità o fragilità
psicologica all’inadeguatezza genitoriale. A suo avviso, l’intera vicenda può
diventare l’occasione per una riflessione più ampia sulle modalità di intervento
nei casi di tutela minorile in Italia e sulla necessità, in alcune circostanze,
di un cambio di paradigma. Cantelmi riconosce infine che la storia ha assunto
una dimensione fortemente mediatica, rendendo difficile lavorare lontano dai
riflettori, ma ribadisce di essersi messo in gioco dopo essere stato contattato
dai legali della famiglia, senza pregiudizi e con l’obiettivo dichiarato di
contribuire alla ricerca di un “equilibrio virtuoso”, tenendo conto anche della
possibile portata traumatica di un intervento così incisivo.
L'articolo Famiglia nel bosco, “scontro” sulla bronchite di una delle bimbe. Lo
psichiatra nominato dai genitori: “Traumi potenziali” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo la doppia bocciatura della Corte d’appello e del tribunale dei minori, gli
avvocati di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno presentato una nuova
istanza contro l’ordinanza che ha sospeso la loro responsabilità genitoriale e
stabilito l’allontanamento dei tre figli in una struttura protetta. Gli avvocati
Marco Femminella e Danila Solina hanno inoltre nominato i propri consulenti di
parte dopo che i giudici hanno disposto una perizia psichiatrica per la coppia:
si tratta della psicologa Martina Aiello e dello psichiatra Tonino Cantelmi.
Quest’ultimo è un volto noto anche a livello mediatico: professore associato
della università Pontificia Gregoriana, presidente di associazioni professionali
cattoliche e nominato nel 2020 da Papa Francesco come “Consultore del Dicastero
per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”.
Nella nuova istanza contro l’allonatanamento dei figli alla coppia che viveva
nel bosco di Palmoli (Chiedi), gli avvocati allegano alcune foto in cui i
bambini si trovano in situazioni quotidiane, dal supermercato ai giochi nel
centro commerciale. In particolare un’immagine – pubblicata oggi dal quotidiano
il Centro – mostra i minori che mangiano un gelato in coppetta utilizzando i
cucchiaini di plastica. Una foto che vorrebbero usare per confutare
l’opposizione della mamma all’uso di oggetti di plastica. Posizione che ha
inciso anche durante il ricovero in ospedale dopo l’intossicazione da funghi,
occasione in cui – come è riportato dai giudici – Birmingham chiese di non
utilizzare il sondino naso-gastrico proprio perché in plastica.
Nella stessa istanza, inoltre, viene stigmatizzato il presunto rapporto
conflittuale che si sarebbe instaurato tra la mamma dei bambini e l’assistente
sociale nominata sul caso. Frizioni che, secondo la tesi dei legali, avrebbero
portato alla “mancanza di collaborazione” o “chiusura ideologica” rinvenuta dai
giudici nella sentenza con cui hanno rigettato il ricorso della famiglia. Nei
mesi scorsi i genitori sono stati affiancati dagli assistenti sociali, ma fin
dall’inizio si sono mostrati contrari a collaborare e anche dopo l’udienza
cautelare hanno rifiutato incontri e colloqui. Una ritrosia usata anche nei
confronti dei difensori, tanto che il primo avvocato della coppia Giovanni
Angelucci ha rimesso il mandato.
L'articolo Famiglia nel bosco, nuova istanza contro l’allontamento dei figli.
Tra i consulenti di parte nominato anche lo psichiatra cattolico Cantelmi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo l’udienza presso il Tribunale per i minorenni dell’Aquila, dove si è
discusso della revoca del provvedimento di allontanamento da casa dei tre bimbi
che vivevano nel bosco di Palmoli (Chieti), si attende la visita del vice
console dell’ambasciata australiana nella casa famiglia di Vasto, dove si
trovano i fratellini. L’inviato incontrerà anche la madre,che negli ultimi
giorni ha iniziato a esprimere la volontà di tornare in Australia, il suo Paese
d’origine.
L’INCONTRO
Il rappresentante diplomatico dovrà valutare come gestire la situazione e quali
eventuali passaggi attivare. All’incontro parteciperanno la tutrice Maria Luisa
Palladino, la curatrice speciale Marika Bolognese, gli avvocati Marco Femminella
e Danila Solinas, oltre ai responsabili della struttura. Secondo il sindaco di
Palmoli, Giuseppe Masciulli, l’ambasciata potrebbe intervenire direttamente se
la donna scegliesse di rientrare in Australia: “Se la famiglia volesse tornare,
i bambini potrebbero essere affidati alla zia Rachael, insegnante e psicologa.
Si potrebbe fare una transazione di questo tipo”. Il caso della famiglia è
seguito dall’ambasciata sin dall’inizio. L’inviato aveva già chiesto chiarimenti
sulla cittadinanza dei bambini — registrati in Australia e quindi cittadini
australiani — e la donna ha di recente chiesto il rinnovo del proprio passaporto
e di quello della figlia maggiore.
IN ATTESA DEL TRIBUNALE MINORILE
Si attende la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, che non ha
sciolto la riserva dopo l’udienza del 6 dicembre, un’udienza descritta come
tesa, con momenti di frizione tra avvocati e magistrati. Le curatrici avevano
chiesto più tempo per valutare la situazione dei tre minori e la possibilità di
un ricongiungimento familiare. Nel frattempo è trapelato un audio che la mamma
dei piccoli avrebbe inviato dalla casa famiglia ad alcune persone di fiducia. La
donna racconta un clima sereno ma regolato: “Sono concentrata, sono calma. Qui
ci trattano tutti bene… Tutti vogliono che i bambini tornino da me”. Sostiene di
aver adempiuto a tutte le richieste del giudice riguardo alla casa, alla scuola
e alla socializzazione: “La verità verrà fuori alla fine”. Il prossimo
appuntamento è il 16 dicembre, quando la Corte d’appello dell’Aquila si
pronuncerà sul ricorso già depositato.
L'articolo Famiglia nel bosco, la madre vorrebbe tornare in Australia. Attesa
per la visita del vice console dell’ambasciata australiana proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In attesa dell’udienza, prevista giovedì, il Tribunale per i minorenni
dell’Aquila procede il percorso della famiglia del bosco per permettere ai tre
bambini allontanati dalla casa in cui vivevano senza acqua e senza luce. Dopo
l’accettazione di un alloggio in comodato, si lavoro sul fronte della
ristrutturazione. È tutto pronto, almeno sul fronte della disponibilità, per
rimettere a nuovo il casolare nel bosco dove la coppia spera di accogliere la
loro famiglia. “Nathan ci ha fatto entrare nella sua abitazione insieme
all’idraulico e ci ha descritto i lavori che aveva intenzione di fare: una
tettoia di legno da realizzare accanto al casolare dove organizzare due stanze,
la cucina e il bagno senza l’utilizzo di materiali di plastica”, racconta
all’Ansa il geometra Simone Agostino di Palmoli, commerciante e titolare di un
food-truck.
Il 24 novembre, Agostino era stato contattato dall’amico idraulico Nicola
Santini, che si era offerto di eseguire gratuitamente gli interventi necessari
nella masseria immersa nel bosco. Subito dopo, il geometra aveva informato il
sindaco, Giuseppe Masciulli, per rendersi utile nel recupero dell’edificio.
“L’idraulico ha parlato anche in rappresentanza di una ditta — precisa —. Io mi
sono attivato subito e, per accorciare i tempi, ho telefonato all’avvocato
Angelucci che stava preparando la Cia da consegnare al Comune”.
Il giorno successivo, il 25 novembre, Agostino e Santini hanno raggiunto Nathan
al casolare per un sopralluogo dettagliato. “Il bagno doveva restare a secco e,
per le tubazioni, bisognava creare una serpentina attorno ai tubi della stufa a
legna esistente per poter avere l’acqua calda. L’idraulico ha detto che era
possibile”. Per quanto riguarda l’acqua, bisognava installare un serbatoio sul
tetto per il recupero della pioggia. Questi erano i lavori da svolgere:
fattibili, e l’idraulico si è messo subito a disposizione insieme alla ditta”.
Agostino sottolinea che il suo impegno nasce solo da uno spirito di solidarietà,
lo stesso che ha portato la famiglia Carusi a concedere il casolare in comodato
gratuito. “Siamo disposti a fare questi lavori, e parlo anche a nome
dell’idraulico. Ho già una bozza degli interventi, ma i nuovi avvocati non hanno
mai chiamato né me né lui”.
La partenza dei lavori, però, è ancora ferma. “Nathan mi ha scritto che manca
qualche documento — aggiunge Agostino —. La pratica da presentare in Comune non
è ancora completa, ma appena sarà tutto in ordine potremo iniziare. Ripeto, ci
siamo offerti gratuitamente. Quello che stiamo facendo è solo per desiderio di
aiuto e per solidarietà”.
Giovedì invece è previsto momento potenzialmente decisivo. Gli avvocati Marco
Femminella e Danila Solinas chiedono la sospensione immediata dell’esecutività
del provvedimento e il rientro dei bambini in famiglia. Non si esclude che lo
stesso Tribunale per i minorenni, pur avendo formalmente convocato solo legali e
curatrice speciale — l’avvocata Marika Bolognese — possa valutare una modifica o
una revoca dell’ordinanza. Nel ricorso alla Corte d’appello — che ha 60 giorni
per esprimersi — la difesa chiede il ricongiungimento indicando sei punti
critici che, secondo i legali, farebbero venir meno i presupposti giuridici
della sospensione della responsabilità genitoriale: assistenza linguistica,
idoneità dell’abitazione, gestione degli esami medici, istruzione parentale,
relazioni sociali dei minori ed esposizione mediatica.
Sugli esami medici, la coppia avrebbe applicato un modello assicurativo tipico
dei Paesi anglosassoni, ritenendo alcuni accertamenti troppo invasivi. Quanto
alla casa nel bosco, la documentazione prodotta dimostrerebbe che era già in
corso un percorso per adeguare gli impianti e ampliare gli spazi. Inoltre,
l’offerta immediata di un’abitazione alternativa da parte della famiglia Carusi
di Ortona eliminerebbe qualsiasi dubbio sulla sicurezza abitativa. Respinta
anche l’ipotesi di abbandono scolastico: la difesa porta prove di un percorso di
istruzione parentale ritenuto legittimo. Sulle presunte carenze sociali e sulla
visibilità mediatica, i legali sostengono che i bambini abbiano contatti
regolari con coetanei e con adulti, vivendo sì una vita diversa da quella
urbana, ma non isolata. Le apparizioni pubbliche, inoltre, sarebbero state un
modo per mostrare la serenità familiare, non una dannosa esposizione dei minori.
“Tutti sperano che sia un’udienza risolutiva per far sì che i bambini vengano
ricongiunti con i genitori ma io ho qualche dubbio”, spiega all’Adnkronos il
sindaco di Palmoli Giuseppe Masciulli. “Tutti quelli che stanno lavorando per
trovare una soluzione hanno fatto quello che potevano, cioè mettere a
disposizione un’abitazione idonea, però le problematiche erano anche altre –
chiarisce – Quindi dipenderà giovedì dal contenuto delle relazioni che
produrranno i servizi sociali e i responsabili della casa famiglia con tutte le
visite mediche e psichiatriche a cui i bambini sono stati sottoposti. Dipenderà
anche da quello, non è scontato o automatico che la casa sia sufficiente. È una
condizione necessaria ma non insufficiente”.
L'articolo Bimbi nel bosco, geometra e idraulico “pronti” per ristrutturare.
Attesa per l’udienza, il sindaco: “Dipenderà anche dalle relazioni dei servizi
sociali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da settimane la vicenda della famiglia che ha scelto di vivere in un bosco
situato nella provincia di Chieti sta infiammando il dibattito sui media e
l’opinione pubblica si è spaccata in due fronti contrapposti, tra chi ritiene
che la decisione del tribunale di allontanare i figli dai due genitori sia una
giusta e sacrosanta applicazione della legge e chi invece sostiene che si tratti
di un abuso di potere da parte delle istituzioni.
Le motivazioni che hanno indotto i magistrati a togliere la potestà genitoriale
alla coppia anglo-australiana collocando i figli in una casa famiglia a Vasto
includono vari fattori, tra cui la presunta inadempienza dell’obbligo scolastico
e sanitario per i minori che hanno tra i 6 e gli 8 anni, la presunta mancanza di
occasioni di socializzazione a cui i bambini sarebbero costretti dalle scelte
esistenziali dei genitori e le caratteristiche dell’abitazione, sprovvista delle
idonee condizioni igienico-sanitarie. A complicare il quadro, la recente notizia
della rinuncia del loro avvocato difensore a proseguire il mandato perché, a suo
dire, la coppia avrebbe opposto una serie di dinieghi all’offerta
dell’amministrazione comunale e di alcuni privati cittadini intenzionati a
concedere loro un’abitazione alternativa in attesa che la cascina nel bosco
venga ristrutturata e dotata di adeguati servizi igienici.
Una versione che viene completamente smentita dai diretti interessati che,
attraverso i nuovi legali subentrati a quello precedente, hanno dichiarato di
aver potuto finalmente prendere visione delle richieste delle autorità scritte
in lingua inglese e di essere disposti ad un atteggiamento conciliante pur di
riabbracciare i propri bambini e ritornare alla vita serena che conducevano
prima che i servizi sociali irrompessero nella loro quotidianità, fatta di
scelte forse estreme ma sempre consapevoli tra coltivazione di frutta e verdura,
fonte principale della propria dieta vegetariana insieme al pane fatto nella
cucina a legna, animali da cortile allevati a scopo di compagnia e non di
alimentazione, rifiuto dell’energia elettrica e dell’acqua corrente – a loro
dire inquinata dal cloro – e di una modernità che non soddisfa per niente il
loro concetto di felicità.
Perché a mio avviso è proprio di questo che si tratta, del diritto alla
felicità, alla libertà e all’autodeterminazione di ogni individuo di poter
disporre della propria vita come meglio crede. Soprattutto alla luce di quanto è
stato accertato non più di qualche giorno fa, quando dai database della Asl
competente e dal Ministero dell’Istruzione sono emersi documenti in cui si
attesta che i bambini possiedono regolarmente il libretto sanitario, hanno un
medico curante, hanno ricevuto il vaccino esavalente e hanno rispettato
l’obbligo scolastico attraverso gli esami che confermano la validità
dell’istruzione parentale. Per quel che riguarda il diritto alla socializzazione
e alla frequentazione di loro coetanei, la questione è controversa perché –
contrariamente a chi afferma che i piccoli sarebbero isolati dal resto del mondo
– ci sono parecchie testimonianze di famiglie che abitano nei pressi del bosco
che raccontano di come i propri figli abbiano trascorso interi pomeriggi
giocando e divertendosi all’aria aperta, proprio con i tre bambini che ora si
trovano all’interno della comunità protetta.
A questo riguardo possiamo forse affermare che i bambini e i ragazzi che vivono
nel comfort e negli agi degli appartamenti nei condomini delle nostre città,
spesso chiusi nelle loro camerette chini sugli smartphone o incollati alla
playstation, abbiano grandi occasioni di socializzare con altri coetanei?
Rimane dirimente la questione della casa rurale sprovvista dei servizi igienici
che potrà essere facilmente risolta con la ristrutturazione prevista, ma anche
in questo caso perché una persona o un nucleo familiare dovrebbe essere
costretto ad adeguarsi alla modernità se il suo stile di vita e le sue
convinzioni non lo prevedono?
“Vai finalmente a stare in città, là troverai le cose che non hai trovato qui,
potrai lavarti in casa senza andar giù nel cortile” diceva un giovane Adriano
Celentano al suo alter ego ragazzo della via Gluck, non troppo convinto della
scelta di abbandonare la sua vecchia e amata dimora. Non succedeva certo nel
medioevo ma solo qualche decennio fa e certamente molti di noi saranno felici di
essere nati in tempi più recenti. Ma se l’idea di potersi godere un bel bagno
caldo in una vasca idromassaggio a due piazze è un’opzione del tutto lecita e
rispettabile, lo è altrettanto quella di chi sceglie di vivere in una casa di
pietra in mezzo alla natura. Con il bagno nel bosco.
L'articolo Famiglia nel bosco, perché non sono d’accordo con la decisione di
allontanare i figli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Forse qualcosa è cambiato. A due giorni dalla notizia che i genitori dei bimbi
allontanati hanno accettato la casa offerta da un imprenditore il Tribunale per
i minorenni dell’Aquila ha fissato per il 4 dicembre l’udienza di comparizione
nell’ambito del procedimento che riguarda la famiglia che viveva nel bosco di
Palmoli in una capanna senza luce e acqua. All’udienza, secondo quanto riferisce
l’Ansa, con gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, ci saranno anche i
genitori dei tre bambini. Non si esclude che il Tribunale, che ufficialmente ha
solo chiesto la comparizione della parti, possa anche decidere di modificare o
revocare l’ordinanza di allontanamento del 20 novembre scorso.
L’alloggio accettato è un casolare appena ristrutturato nel bosco di Palmoli,
offerto in comodato gratuito da Armando Carusi, un ristoratore di Ortona. Il
padre, Nathan, ha visitato la residenza autonoma – dotata di almeno due ampie
stanze, cucina, un pozzo per l’acqua, bagno a secco e locali per gli animali –
ed è rimasto “affascinato” dalla struttura che rispecchia il loro stile di vita,
tanto da essere colpito anche da alcuni antichi attrezzi in legno presenti. I
coniugi hanno depositato nei giorni scorsi un reclamo avverso l’ordinanza di
allontanamento, il cui fine dichiarato era la salvaguardia e la tutela del
benessere psicofisico dei bambini.
Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha sospeso temporaneamente la potestà
genitoriale e collocato i bambini, di 6 e 8 anni, in una comunità, a loro
tutela. Si è trattato proprio di una misura estrema perché il provvedimento,
come si è sottolineato in una lunga nota dell’Associazione Italiana dei
Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, è stato disposto dopo un anno di
osservazione e perché appunto non erano state rispettate le prescrizioni da
parte dei genitori. Il caso dei bimbi era arrivato all’attenzione dei servizi
sociali dopo una intossicazione da funghi.
L'articolo Famiglia nel bosco, i genitori dei bimbi allontanati convocati dal
Tribunale per i minorenni proviene da Il Fatto Quotidiano.
A proposito del baccano mediatico sulla famiglia separata dai servizi sociali,
giunta dall’Australia per accamparsi nei boschi di Palmoli, in provincia di
Chieti, possiamo far finta che il tormentone divisivo non dipenda dal fatto che
incombe a breve l’ordalia referendaria sul diritto-dovere della magistratura
italiana di svolgere il proprio ruolo senza asservimenti al potere partitico;
con relativi regolamenti di conti?
Suggerisco questa operazione mentale perché gli spurghi di risentimento emotivo
scatenati dalla vicenda hanno portato alla luce pulsioni e retro-pensieri
inconfessati della falange che sta occupando manu militari la struttura
istituzionale del nostro Paese. Un singolare mix oscurantismo-opportunismo. A
tale scopo prendiamo spunto dal “parlar chiaro” di uno dei nostri massimi
pensatori politici contemporanei: Matteo Salvini. Il colosso intellettuale che
ha commentato la separazione, per ordine del tribunale abruzzese, di Catherina
Birmingham e Nathan Trévaillon dai loro tre figli, fatti vivere in una baracca
fatiscente e a rischio di malattie polmonari, finiti all’ospedale per
avvelenamento alimentare (il motivo per cui era scattata l’indagine delle
strutture sociali sulla situazione a rischio per i minori coinvolti), con una
frase perentoria: “hanno rapito bambini”. Cui fa seguito l’assunto decisivo:
“non si strappano bambini ai loro papà e mamma”.
Quanto siamo lontani, con questa idealizzazione a prescindere del nucleo
familiare, dalla messa in guardia da parte di un filosofo novecentesco non
propriamente minore – Bertand Russell – il quale osservava nel lontano 1957 che
la genitorialità, proprio per la delicatezza del ruolo, “andrebbe affidata a chi
ha superato una prova di idoneità”. In altre parole, come si richiede la patente
per guidare, Russell ipotizzava un pubblico esame per chi pretende di educare la
prole, in un nucleo familiare che già a quei tempi dava segni di decadenza; oggi
acuiti dalla crescente fuga dal ruolo genitoriale (mentre crescono le denunce di
molestie paterne verso le figlie e di connivenze materne a tale scempio).
Insomma, la famiglia mulino bianco trionfa solo nei deliri comiziali del Salvini
rosario-munito.
Questo familismo idealizzato si riafferma nella trimurti meloniana dei capisaldi
di destra. Un vero e proprio falso storico. Infatti il propugnatore del
combinato “Dio-Patria-Famiglia” non è qualche teorico del Fascismo, bensì niente
meno che Giuseppe Mazzini, nel suo aureo libello “Dei doveri dell’uomo” anno di
grazia 1860. Comunque il testo di un pensatore retroverso che, con Proudhon,
sognava comunità di piccoli artigiani mentre andava affermandosi la società
industriale. Visione che Marx considerava tossica per il nascente proletariato
di fabbrica, proprio perché ostile a quel conflitto sociale con cui il movimento
operaio si conquistò diritti e dignità.
Come depistante risultava e risulta il mito patriottico (per Samuel Johnson
“l’estremo rifugio delle canaglie”) con cui mezzo secolo dopo la propaganda
bellica convogliò masse, tendenzialmente internazionaliste e pacifiste, verso la
mattanza nelle trincee della Grande Guerra sventolando bandiere e intonando
canti guerreschi. E qui passiamo dall’oscurantismo all’opportunismo:
l’incongruenza tra la mitizzazione sovranista della Nazione e le pratiche di
indebolimento dello Stato, presentato come prevaricatore delle istituzioni
“naturali” famiglia e comunità. Del resto in evidente contrasto con la
statolatria della dottrina fascista; ispirata all’idea di Stato-Etico promossa
dal filosofo del regime Giovanni Gentile.
Dove nasce il tradimento meloniano? Semplice: la recezione acritica della
propaganda della destra americana anti New Deal all’insegna di un individualismo
anarcoide sfrenato. Per cui lo Stato è la bestia da affamare con campagne
anti-tasse, finalizzate a sbaraccare le politiche sociali roosveltiane.
Propaganda a pronta presa per menti semplici; i votanti della svolta reazionaria
oggi al potere in tutto l’Occidente. Quelle menti facilmente manipolabili, non
di rado preda delle dottrine New Age e relative sette. Per cui un adepto dei
Testimoni di Geova rifiuta trasfusioni di sangue per un ipotetico divieto
biblico. Per cui la famiglia neo-rurale di Palmoli rifiutava impianti sanitari
ed elettricità ma non Internet. Anche perché così la madre poteva vendere a
botte di 100 euro le sue prestazioni di sensitiva, specializzata in recupero di
animali.
Insomma un guazzabuglio di dabbenaggine, fanatismo e furberia che la destra
nostrana ha sempre cavalcato elettoralmente. Ricordate il “siero Bonifacio”, dal
nome del veterinario siciliano che ricavava dall’urina di capra un farmaco
antitumorale, osteggiato dalla comunità scientifica? Beh, nell’acceso dibattito
che ne seguì, fu l’allora leader della destra post-fascista Gianfranco Fini a
propugnare il diritto del popolo di scegliersi la cura preferita. A farsi
truffare.
L'articolo Dal caso della famiglia nel bosco emerge oscurantismo e opportunismo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono stata abbastanza impressionata, questi giorni, dal numero enorme di
commenti e post sul caso dei “bambini nel bosco”. Caso strumentalizzato dal
centro-destra, con un effetto anche paradossale, visto che gli ideali e le
pratiche di questa famiglia – dai pannelli solari all’home schooling – è
lontanissimo da quanto la nostra destra propone.
Avevo scritto qui prima che scoppiasse il caso che questa famiglia viveva
secondo i principi della decrescita felice. E che quindi quello che verso di
loro mi sembrava, in quel momento un accanimento dei servizi sociali
rispecchiava esattamente il nostro terrore verso la decrescita e uno stile di
vita ecologico. Ciò che è successo dopo, tuttavia – e da questo punto di vista
faccio un mea culpa: pur avendo specificato che non conoscevo bene il caso e che
quando ci sono di mezzo assistenti sociali e magistrati bisogna aspettare di
capire bene le loro ragioni sarei dovuta essere più cauta – ha mostrato un
quadro molto diverso. Un quadro in cui l’amore per la natura e una vita
totalmente ecologica faceva trapelare – parlo sempre della famiglia del bosco –
una visione radicale ed estrema e con forti tratti ideologici. Una visione in
cui l’adesione a pratiche ecologiche sconfina anche in un rifiuto della scienza.
Purtroppo, un certo sentimento antiscientifico è molto diffuso in alcuni
movimenti – ma anche gruppi Facebook – che si definiscono naturalisti e seguaci
di pratiche ecologiche, ma anche terapeutiche, naturali. La medicina ufficiale,
ad esempio, è spesso vista come nemica, e quando ci sono dei bambini questo può
tradursi, tragicamente, in terapie non basate sui fatti e quindi inutili oppure
dannose, con tutte le drammatiche conseguenze del caso.
Il punto è questo: essere ambientalisti non vuol dire essere contro la scienza.
Al contrario. Tutto ciò che chi difende la natura sostiene è basato sulla
scienza. La critica alla crisi ecologica nasce dai dati, dalle misurazioni,
dagli articoli e dai libri di climatologi, geologi, oceanografi, esperti di
foreste, di suolo e di tutti gli aspetti del mondo naturale che l’aumento delle
temperature sta mettendo a dura prova. Anche la terapia e il contrasto alla
crisi climatica si basa sulla scienza, sia sul fronte dell’adattamento, come
della mitigazione. Pensiamo solo al tema energetico: gli esperti di rinnovabili
sono scienziati, ingegneri, persone insomma che si basano su una visione
tecnico-scientifica.
Ma anche se ci spostiamo sul fronte delle soluzioni “nature based”, cioè
strettamente basate sulla natura, ad esempio sul fronte dell’agricoltura, le
migliori pratiche sono sempre quelle che si basano sui dati, sull’osservazione e
studio dei processi naturali. Dunque anche chi vive in abitazioni ecologiche, in
campagna, in montagna, chi ha un orto biologico etc adotta di fatto una
mentalità “scientifica”. Scienza e natura, ripeto, vanno di pari passo.
Scienza e ideologia della natura, invece no. E questo purtroppo spesso accade.
Perché non dare un antibiotico a un figlio, oppure non farlo vaccinare, non ha
nulla a che vedere con l’amore per la natura. È un errore e una pratica
antiscientifica, anche se spesso è legata a una visione romantica-utopistica
della natura e del vivere naturale come vivere incontaminato, felice, che
sicuramente è una visione affascinante e accattivante. Ma che esclude il
conflitto, il contrasto, le ombre.
Il mondo naturale, ad esempio, può anche uccidere, e non è un caso che,
ritornando alla famiglia nel bosco, che l’intero nucleo sia finito in ospedale
per un probabile avvelenamento da funghi. Ma soprattutto, se si hanno figli,
l’isolamento felice è destinato a spezzarsi. Perché i figli crescono e ti
contestano, perché i figli se ne vanno, perché i figli potrebbero scegliere una
visione diversa dalla tua. Tenere presente questo, accettare che accada credo
sia l’atto di amore più grande che un genitore – che pure vorrebbe che i propri
figli vivessero secondo i suoi valori, come vorrebbe vivere sempre in una
simbiosi idilliaca con loro – possa fare.
Ma al di là di questo, ripeto: amare e vivere in natura, difendere l’ambiente
non può essere in contrasto con la scienza. E per questo il triste cappello
messo dalla destra su questa vicenda racconta anche di questo: di un governo e
di una destra troppo vicina ai no vax, troppo avversa alla scienza, troppo
ignorante proprio sul fronte scientifico. E se una famiglia può fare danni
“solo” ai suoi figli, pensiamo che danni possono fare persone di potere che non
ascoltano gli scienziati. E che strizzano l’occhio maldestramente a chi vive in
un bosco, senza rendersi conto che continuando a difendere il mondo fossile,
gas, benzina e petrolio, vivere in case di pietra nel bosco diventerà
impossibile. Per le piogge troppo forti, per le estati troppo calde, per gli
incendi, per lo stravolgimento drammatico ed estremo del mondo naturale.
L'articolo Vedo un certo sentimento antiscientifico in chi difende stili di vita
naturalisti: niente di più sbagliato proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Roberto Del Balzo
Quando c’è un argomento un po’ maleodorante come un buco nella terra dove
finiscono gli escrementi, in tanti tra politici, giornalisti, geronto-psichiatri
o sociologi e il mondo esilarante dei social seguono la scia mefitica per
lasciare il proprio commento, sempre strumentale, ossessivamente retorico e
pieno di ideologie che deragliano nell’insensatezza. L’argomento sono i figli
della famiglia che abitava il bosco di Palmoli trasferiti in una struttura. Il
dibattito si è ridotto a questo: da una parte la retorica della “famiglia
autentica e perseguitata”, dall’altra l’immagine caricaturale dello Stato che
interviene per punire una scelta di vita alternativa. Non solo politici ma anche
filosofi di “destra” ci sono cascati con post sui social (sì, quel luogo un po’
esilarante dove tutti diventano sciamani o giudici supremi).
Insomma è subito diventato il solito teatro dei pupi: la sinistra green che odia
la natura, la destra che difende famiglie che non ha mai incontrato, la
magistratura rappresentata come un covo di stregoni progressisti e la folla dei
commentatori che applaude senza aver letto neppure una riga degli atti, senza
analizzare le relazioni dei servizi sociali, capire lo stato di salute dei
minori, ascoltare più di una campana.
Lasciamo tutto questo – l’epica a buon mercato, la parabola morale
prefabbricata, i titoloni indignati – nello stesso buco senza fondo e adesso
pieno di politici gesticolanti. La domanda vera è un’altra: la libertà usata
come amuleto può diventare una superstizione con cui mascherare, nascondere e
confondere una prigione? Esiste al mondo qualcosa che non sia una gabbia? La
vita nel bosco, l’educazione super alternativa, il rifiuto della società, delle
convezioni, delle contaminazioni e via dicendo può trasformarsi in un recinto
ideologico, perfino più rigido di quello che si vorrebbe evitare.
Mettiamo da parte le relazioni degli assistenti sociali, non parliamo
dell’avvelenamento da funghi che ha portato i bambini al pronto soccorso,
proviamo a lasciarci andare come un paracadutista che invece di atterrare risale
e può guardare tutto dall’alto, distaccandosi dalle meschinità della vicenda. E
dall’alto, forse, la libertà per essere tale ha bisogno di un limite altrimenti
per quei bambini è solo il sinonimo di dipendenza dall’adulto che controlla ogni
orizzonte. La libertà non è sottrarsi ma affrontare, imparare ad affrontare la
complessità, le contraddizioni e un mondo che bisogna comprendere per essere
liberi o almeno tentare di esserlo un po’.
C’è un bel film che andrebbe rivisto in questi giorni, è Captain fantastic dove
questa superstizione della libertà è smascherata: il bosco non salva, il bosco
nasconde. Perché questi bambini di Palmoli, prima o poi entreranno in città e,
come nel film, non sapranno parlare con coetaneo, non sapranno orientarsi, non
sapranno vivere se non dentro la loro gabbia, quel culto imperfetto di purezza
creato dai genitori. Forse servirebbero più punti domanda.
Ma la questione è che la discussione è stata solo ideologica: nessuno o in pochi
hanno avuto il coraggio di chiedersi che libertà fosse quella offerta ai
bambini, se li preparasse o li intrappolasse, se allevasse persone o adepti.
Dall’alto, sempre dall’alto, guardando il bosco di Palmoli allontanarsi, appare
altro, un mondo e i suoi limiti e con esso l’ultima domanda: tra le cose che
dobbiamo imparare non c’è forse l’accettazione che non saremo mai liberi?
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domanda vera è un’altra proviene da Il Fatto Quotidiano.