L’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Chieti
cerca un addetto stampa per un impegno continuativo (rinnovabile) di un anno. Ma
lo stipendio complessivo previsto, più altri dettagli delle “regole d’ingaggio”
fanno infuriare l’altro ordine professionale coinvolto: quello dei giornalisti.
La paga è indicata in una somma forfettaria di 4.850 euro, ossia 404 euro al
mese per 12 mesi). L’avviso della discordia parla di un “affidamento diretto del
servizio di natura intellettuale di giornalista referente ufficio stampa e
pubbliche relazioni”: il termine per l’invio delle candidature è stato prorogato
al 7 febbraio.
Ma in cosa consiste l’incarico? L’annuncio richiede che l’addetto stampa prepari
una rassegna stampa quotidiana di settore “attraverso l’utilizzo di strumenti
propri quali abbonamenti online ai quotidiani o altro”: insomma, il giornalista
dovrebbe pagarsi di tasca propria questi abbonamenti. Un investimento non
indifferente, e da scalare al compenso. Inoltre dovrà scrivere fino a 100
comunicati stampa l’anno, sfornare articoli e testi per la gestione della
comunicazione istituzionale, curare e gestire i rapporti con gli organi di
informazione, realizzare interviste su richiesta dei vertici dell’ordine,
organizzare conferenze stampa ed eventi per i media, aggiornare il sito web
istituzionale.
Un “carico di lavoro ampio, continuativo e altamente qualificato”, sottolinea la
presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Marina Marinucci, che in una
nota manifesta tutta la sua “forte e motivata preoccupazione”. L’avviso è
indirizzato a giornalisti professionisti o pubblicisti “con comprovata
esperienza, cui affidare un ruolo strategico nella comunicazione istituzionale
dell’ordine”: in un allegato al bando si legge, infatti, che i candidati devono
aver “maturato esperienza documentabile almeno quinquennale come referente
ufficio stampa e pubbliche relazioni di amministrazioni pubbliche”. Marinucci
commenta che: “Si tratta, a tutti gli effetti, di un insieme di attività che
configurano un servizio professionale strutturato di comunicazione pubblica con
responsabilità editoriali, relazionali e deontologiche, incompatibile con una
remunerazione che risulta oggettivamente incongrua e non dignitosa rispetto
all’impegno richiesto”.
La presidente dell’Ordine dei giornalisti abruzzesi, quindi, alza il tiro:
“Riteniamo inaccettabile che un ordine professionale, chiamato a tutelare la
dignità e il valore delle competenze dei propri iscritti, possa avallare
un’impostazione che svilisce il lavoro giornalistico, alimentando una pericolosa
deriva di sottopagamento. La comunicazione istituzionale non è un’attività
accessoria né un favore personale: è una funzione strategica che richiede
professionalità, continuità, autonomia e adeguata retribuzione. Proposte di
questo tipo rischiano di legittimare l’idea che il lavoro giornalistico possa
essere compensato simbolicamente, o addirittura autofinanziato”. Il suo appello
finale è dunque lapidario: “Invitiamo l’Ordine dei medici chirurghi e degli
odontoiatri della provincia di Chieti a riconsiderare profondamente i contenuti
della manifestazione di interesse, adeguandoli ai principi di correttezza,
equità e rispetto delle professioni, nell’interesse non solo dei giornalisti, ma
della qualità stessa dell’informazione istituzionale”.
Dal canto loro i medici di Chieti negano ogni addebito, anzi. “Ribadisco il
nostro pieno rispetto per la dignità professionale e il ruolo fondamentale dei
giornalisti nella corretta informazione dei cittadini, in particolare quando si
parla di salute – replica a ilfattoquotidiano.it la dottoressa Lucilla
Gagliardi, presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della
provincia di Chieti – La nostra esigenza era di strutturare in modo più efficace
la comunicazione istituzionale, nell’interesse degli iscritti e della
collettività e non aveva in alcun modo la finalità di svilire il lavoro
giornalistico o di proporre condizioni non rispettose delle competenze
richieste. Prendiamo tuttavia atto delle osservazioni formulate dall’Ordine dei
giornalisti e comprendiamo le sensibilità espresse sulla congruità del compenso
e sul riconoscimento del valore del lavoro informativo”. Solidarietà, “dignità,
autonomia, dialogo e rispetto” tra gli ordini e le professioni, conclude
Gagliardi, “nell’interesse dei cittadini e della qualità dell’informazione in
ambito sanitario”.
L'articolo Ordine dei medici di Chieti cerca addetto stampa. Lo stipendio
offerto? 400 euro al mese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Abruzzo
Neppure una condanna a cinque anni in primo grado, per violenza sessuale su una
ragazza di 19 anni, è sufficiente per lasciare l’incarico politico. A Montorio
al Vomano, paesino da 7mile anime in provincia di Teramo in Abbruzzo, il
vicesindaco e assessore Francesco Ciarrocchi ha salvato il posto votando per se
stesso, come racconta la testata online Fanpage. Dopo la sentenza di
colpevolezza, a novembre, era rimasto al suo posto con il sostegno del sindaco
di centrodestra Fabio Altitonante, ex consigliere regionale lombardo di Forza
Italia. Dunque le opposizioni hanno presentato una mozione invocando la revoca
dell’incarico: bocciata da consiglio comunale il 30 dicembre, con il punteggio
di 7 a 6. Incurante del conflitto di interesse, anche Ciarrocchi ha preso parte
al voto risultando decisivo. Il 25 novembre la giunta comunale ha celebrato la
giornata contro la violenza sulle donne, pochi giorni dopo la condanna per
stupro del vicesindaco.
IL PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE
Il numero due della giunta – ginecologo di professione – è stato denunciato da
una ragazza componente del suo comitato elettorale, durante la campagna
amministrativa del 2020 a Montorio al Vomano. La giovane svolgeva anche ruoli di
segreteria nello studio medico di Ciarrocchi. In quel contesto, secondo la
ricostruzione accolta dal Tribunale, il dottore le aveva chiesto se fosse
interessata ad una visita ginecologica. Dopo i primi rifiuti, la ragazza ha
accettato. A Fanpage, l’avvocata Monica Passamonti ricostruisce così l’episodio:
“La visita iniziò in modo del tutto normale, ma la situazione cambiò
improvvisamente quando la mia assistita confidò al medico alcuni problemi di
natura intima con il suo partner. A quel punto venne masturbata senza alcun
consenso”. Una violenza sessuale, secondo il giudizio in primo grado. Passamonti
rivela un altro dettaglio: il ginecologo avrebbe provato a “mostrare un filmino
porno durante la visita”. Poi avrebbe sminuito, dice l’avvocata della vittima,
sostenendo “di non averle fatto vedere un video, ma di aver messo solo la
schermata su YouPorn”. Ciarrocchi invece si è difeso rivendicando di aver
condotto la visita solo con “pratiche mediche lecite”.
Durante le udienze, altre due ragazze hanno testimoniato denunciando analoghi
episodi. Eppure, secondo Passamonti, la linea difensiva si sarebbe focalizzata
solo sul negare la credibilità della vittima. La sentenza invece ha accolto la
ricostruzione dell’accusa, pur condannando il vicesindaco a 5 anni invece di 7,
la pena chiesta dalla procura. Ciarrocchi ha già annunciato il ricorso in
appello. Intanto si attendono le motivazione del giudizio.
UN PAESE SPACCATO
Di sicuro, l’assessore e ginecologo conserva la poltrona in giunta, blindato dal
sindaco di Forza Italia Fabio Altitonante. Mentre alla ragazza, dalle autorità
politiche del suo paese, nessuna solidarietà è giunta a conforto. Ad esprimere
sdegno è il collettivo femminista Malelingue, nato nel 2021 sull’onda del caso
di Montorio al Vomano. “La vittimizzazione secondaria subita dalla donna dopo la
denuncia, insieme alle numerose e immediate manifestazioni di solidarietà
rivolte a Ciarrocchi da larga parte della comunità, ci fecero rabbrividire”, ha
scritto il gruppo in un post su Facebook il 12 gennaio. Sulla stessa linea i
consiglieri dell’opposizione in consiglio comunale. Mentre a Montorio al Vomano
diventa visibile la protesta: sulla panchina rossa del paese, simbolo della
lotta contro la violenza di genere, sono apparsi cartelli con scritte e prese di
posizione di associazioni, movimenti e cittadini.
L'articolo Vicensindaco condannato per violenza sessuale salva la poltrona
votando per se stesso in consiglio comunale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un assalto a un portavalori ha paralizzato l’autostrada A14 nelle prime ore di
lunedì. Il fatto è avvenuto intorno alle 6.30, lungo la carreggiata nord,
all’altezza di Ortona, nel territorio del Chietino. I malviventi hanno
disseminato dei chiodi, utilizzato dei fumogeni e incendiato almeno un paio di
mezzi per coprire la fuga sulla sede stradale, creando una situazione di
pericolo per chi transitava in quel momento sull’arteria adriatica.
Sul posto sono intervenute le pattuglie del Centro Operativo Autostradale (Coa)
della Polizia stradale di Pescara, insieme ai vigili del fuoco e al personale
del 118. L’area è stata messa in sicurezza e il traffico ha subìto pesanti
rallentamenti, con lunghe code in direzione nord: agli automobilisti diretti
verso Pescara viene consigliato di uscire a Ortona, proseguire sulla viabilità
ordinaria e rientrare in autostrada allo svincolo di Pescara Sud. Al momento
resta ancora da chiarire l’entità del bottino sottratto e non è stato confermato
se per l’assalto siano state impiegate delle armi.
L'articolo Assalto a un portavalori sulla A14: commando in azione nel Chietino.
Traffico bloccato in autostrada proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non devono seguire le regole della casa famiglia ma dovrebbero mantenere le
stesse abitudini, come quando si trovavano insieme nella casa nel bosco. Devono
alzarsi all’alba e andare a dormire entro le 18, avrebbe pretesto la mamma
Catherine, che va a trovare quotidianamente i tre figli allontanati da lei e dal
marito Nathan. È questo uno dei tanti aspetti che non deporrebbero a favore
della volontà dei genitori di “cooperare stabilmente” con gli operatori
nell’interesse dei bambini. Ed è una delle motivazioni che hanno portato il
Tribunale dei minorenni dell’Aquila a stabilire che, per il momento, i bambini
della famiglia che viveva isolata nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti,
rimarranno ancora nella casa famiglia.
LA PERIZIA RICHIESTA
Non torneranno con i genitori, prima occorrerà una perizia “personologica e
psico-diagnostica” sulla 45enne australiana Catherine Birmingham e sul 51enne
britannico Nathan Trevallion. Il Tribunale ha incaricato una consulente tecnica
d’ufficio, Simona Ceccoli, di eseguire l’indagine sui genitori. Il padre potrà
comunque incontrare i figli e la moglie nella casa famiglia il giorno di Natale,
visto che il giovedì, come da disposizioni della magistratura, è prevista una
sua visita. Intanto i legali della famiglia definiscono “ridicole” le
ricostruzioni di questi giorni.
VALUTARE CAPACITÀ E COMPETENZE GENITORIALI
Alla coppia è stata sospesa la responsabilità genitoriale sui 3 bambini, due
gemelli di 6 anni e una bambina di 8, allontanati dal casolare privo di energie
elettrica, servizi igienici e riscaldamento. I bambini sono ospitati dal 20
novembre in una casa famiglia del Vastese, sempre in provincia di Chieti, e per
il momento restano nella struttura. La perizia disposta dal collegio aquilano
punta a valutare capacità e competenze genitoriali. Il tribunale, presieduto
dalla giudice Cecilia Angrisano, ha disposto che venga svolta un’indagine
psico-diagnostica anche sui 3 figli minori. Nell’ordinanza vengono assegnati 120
giorni per rispondere ai quesiti.
IL CASO
La decisione di tenere i figli nella casa-famiglia scaturisce da motivazioni che
non sono solo quelle che hanno portato al loro allontanamento, disposto il 13
novembre e notificato il 20. Tutto è partito con la segnalazione dei servizi
sanitari ai servizi sociali dopo un’intossicazione da funghi. I genitori sono
stati affiancati dagli assistenti sociali, ma si sarebbero mostrati contrari a
collaborare e anche dopo l’udienza cautelare non avrebbero più voluto avere
incontri e colloqui. Avrebbero mostrato diffidenza, anche nei confronti dei
difensori. Il primo legale, Giovanni Angelucci, ha rimesso il mandato.
“PERICOLO DI LESIONE DEL DIRITTO ALLA VITA DI RELAZIONE”
Tra gli elementi che pesano c’è anche il fatto che per gli accertamenti del
pediatra i genitori sono arrivati a chiedere 50mila euro per ciascun bambino,
solo per dare il consenso agli esami ematochimici e sullo stato immunitario. Il
Tribunale minorile ha ribadito di aver valutato il “pericolo di lesione del
diritto alla vita di relazione” dei piccoli, mentre una lesione del diritto
all’istruzione, in particolare della figlia più grande, si sarebbe configurato
solo nel momento in cui i bambini sono arrivati nella casa-famiglia di Vasto,
quando i servizi sociali avrebbero constatato qualche problema nella
preparazione e “imbarazzo e diffidenza” rispetto ai loro coetanei.
LA “RIGIDITÀ DEI GENITORI”
Anche dopo l’allontanamento, la condotta dei genitori avrebbe mostrato una
“notevole rigidità“, dipendente dai valori in cui credono e “dall’assenza di
competenze negoziali“, viene sottolineato nell’ordinanza. La madre avrebbe
inoltre preteso dai figli, che va a trovare quotidianamente, che mantenessero
abitudini e orari diversi dalle regole della casa-famiglia. Mancherebbe poi
ancora la documentazione relativa alle autorizzazioni per le modifiche nel
vecchio casolare e l’abitazione nuova donata alla coppia per qualche mese
resterebbe una destinazione incerta.
LA REPLICA DEI LEGALI
I legali dei genitori, gli avvocati Danila Solinas e Marco Femminella, hanno
sottolineato che l’ordinanza è precedente all’integrazione di documenti. In
particolare, definiscono “ridicole” le ricostruzioni, tra le molte, “di
fantomatici e inesistenti spazzolini di peli d’asino, malattie gravi mai curate
o piuttosto la mancanza di vaccini“. La difesa rimarca di aver depositato
“copiosa e puntuale documentazione corredata da specifiche allegazioni che
confutano l’assunto secondo cui i minori non avrebbero avuto contatti con i loro
pari e, non da ultimo, documentazione fotografica che ritrae i bambini in ogni
occasione ricreativa ovvero ordinaria a contatto con altri bimbi, e non solo,
verso i quali non hanno mostrato alcun disagio, così come non lo hanno mostrato
nella casa-famiglia”. Dunque, “sono smentite la ritrosia lamentata e
l’isolamento dedotti. Certo, non possiamo non chiederci a chi faccia comodo
alimentare questa grottesca rappresentazione. Siamo certi che le allegazioni
puntuali che abbiamo sottoposto al tribunale, di cui l’ordinanza antecedente non
ha evidentemente tenuto conto, verrà debitamente e tempestivamente valutata”,
affermano i legali, “così come siamo certi che sarà adeguatamente valutata
l’’urgenza di provvedere’ prevista dalla norma, allorquando si dovrà rivalutare,
in tempi che si auspicano rapidi, la prosecuzione del collocamento nella
struttura”.
L'articolo Famiglia nel bosco, “rigidi e contrari a collaborare”: il Tribunale
dispone la perizia psichiatrica per i genitori. Perché i bimbi restano in
comunità proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Corte d’Appello dell’Aquila – che ha respinto il ricorso dei genitori dei tre
bimbi che vivevano nel bosco di Palmoli (Chieti) – ha stabilito che i
fratellini, due gemelli di 6 anni e una bimba di 8, dovranno essere nuovamente
ascoltati dal Tribunale, senza subire condizionamenti da parte della mamma e del
papà. I magistrati hanno rigettato il ricorso contro l’ordinanza di sospensione
della responsabilità genitoriale e l’allontanamento dei bambini, attualmente
collocati in una casa famiglia, confermando “tutte le criticità rilevate
nell’ordinanza del Tribunale” e rilevando “gravi rischi per la salute fisica e
psichica dei bambini, per la loro sana crescita, per lo sviluppo armonioso della
loro personalità”.
Secondo la Corte, “l’ascolto dei minori dovrà essere rinnovato con la
partecipazione di un interprete e all’esito della maturazione delle condizioni
che consentano ai minori di esprimersi liberamente, al riparo da potenziali
condizionamenti dei genitori o delle altre controparti”. I giudici precisano che
l’audizione “non è affatto un atto istruttorio, ma un diritto del minore – che
abbia compiuto dodici anni o che, se di età inferiore, abbia raggiunto una
sufficiente capacità di discernimento – attraverso il quale è assicurata la
libertà di autodeterminarsi e di esprimere la propria opinione“.
Il provvedimento respinge punto su punto tutti i reclami dei legali dei genitori
e sottolinea gravi criticità relative alla cura e al benessere dei minori,
evidenziando “mancanza di cure” e “deprivazione della socialità”. I giudici
riportano anche che, al momento dell’ingresso in casa famiglia, la bimba aveva
“una bronchite acuta con broncospasmo non segnalata e non curata dai genitori”.
I piccoli, dunque, non trascorreranno il Natale nella casa concessa ai genitori
in comodato d’uso a Palmoli da un imprenditore in attesa che la capanna dove
abitavano fosse adeguata. Semmai, qualora ne facesse richiesta, il padre
potrebbe essere autorizzato a trascorrere il 25 dicembre con loro nella casa
famiglia. I giudici ritengono infatti che sia necessario più tempo per
comprendere i progressi dei piccoli che, all’arrivo in struttura, hanno mostrato
sorpresa per vestiti profumati, interruttori e anche per il soffione della
doccia.
Nel provvedimento i magistrati sollevano dubbi sui certificati con cui negli
anni è stato valutato il grado di istruzione della figlia maggiore della coppia
anglo-australiana. La Corte conferma la possibilità di avvalersi dell’istruzione
parentale, ma evidenzia la mancanza di alcuni documenti nella richiesta di
ammissione agli esami di idoneità alla seconda e terza elementare. “Ad ogni modo
– scrivono i giudici -, anche a voler ritenere regolarmente osservato, dal punto
di vista formale, il procedimento relativo al ricorso alla scuola parentale, va
evidenziato come le valutazioni di idoneità” della figlia maggiore “contrastino
in modo eclatante con le condizioni di istruzione verificate dopo l’inserimento
in casa famiglia, ove è emerso che la bambina non sa leggere e scrivere, né in
inglese, né in italiano”.
L'articolo “Hanno diritto a esprimere la propria opinione”, saranno riascoltati
senza i genitori i bimbi che vivevano nel bosco di Palmoli proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il giorno dopo la decisione, ecco le motivazione del provvedimento con cui la
Corte d’Appello dell’Aquila ha rigettato il ricorso presentato dai legali della
famiglia nel bosco di Palmoli. I giudici evidenziano “gli apprezzabili sforzi di
collaborazione” da parte dei genitori dopo l’allontanamento dei minori e
auspicano “un definitivo superamento del muro di diffidenza da loro
precedentemente alzato avverso gli interventi e le offerte di sostegno”. La
Corte conferma poi “tutte le criticità rilevate nell’ordinanza del Tribunale”
dei minorenni rilevando “gravi rischi per la salute fisica e psichica dei
bambini, per la loro sana crescita, per lo sviluppo armonioso della loro
personalità”.
IL CASO
Ai genitori, come è noto, è stata sospesa temporaneamente la responsabilità
genitoriale e i tre fratelli, due gemelli di 6 anni e una bimba di 8, sono stati
collocati in una casa famiglia a Vasto. Qui si trova, comunque, anche la madre
che può stare con i bambini in alcuni momenti della giornata: può vederli a
colazione, pranzo e cena. Per la ‘famiglia nel bosco’ la situazione resta,
quindi, quella di cui all’ordinanza che ha portato al trasferimento dei bambini
dalla capanna senza acqua e senza elettricità dove vivevano a una struttura. La
misura era stata disposta nell’ambito del procedimento avviato dopo gli
accertamenti sulle condizioni della famiglia. I giudici avevano individuato
“gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli all’integrità fisica e
psichica, all’assistenza materiale e morale, alla vita di relazione e alla
riservatezza”. Ma la coppia, stando alle relazioni della curatrice e della
tutrice, starebbero facendo passi avanti e cominciando a collaborare.
I piccoli, dunque, non trascorreranno il Natale nella casa concessa ai genitori
in comodato d’uso a Palmoli da un imprenditore in attesa che la capanna dove
abitavano fosse adeguata. Semmai, qualora ne facesse richiesta, il padre
potrebbe essere autorizzato a trascorrere il 25 dicembre con loro nella casa
famiglia. I giudici ritengono infatti che sia necessario più tempo per
comprendere i progressi dei piccoli che, all’arrivo in struttura, hanno mostrato
sorpresa per vestiti profumati, interruttori e anche per il soffione della
doccia.
I DUBBI DEI GIUDICI
Nel provvedimento i magistrati sollevano dubbi sui certificati con cui negli
anni è stato valutato il grado di istruzione della figlia maggiore della coppia
anglo-australiana. La Corte conferma la possibilità di avvalersi dell’istruzione
parentale, ma evidenzia la mancanza di alcuni documenti nella richiesta di
ammissione agli esami di idoneità alla seconda e terza elementare. “Ad ogni modo
– scrivono i giudici -, anche a voler ritenere regolarmente osservato, dal punto
di vista formale, il procedimento relativo al ricorso alla scuola parentale, va
evidenziato come le valutazioni di idoneità” della figlia maggiore “contrastino
in modo eclatante con le condizioni di istruzione verificate dopo l’inserimento
in casa famiglia, ove è emerso che la bambina non sa leggere e scrivere, né in
inglese né in italiano”.
Nel provvedimento, che di fatto rimanda la decisione nel merito al tribunale dei
minorenni dell’Aquila – che ha emesso l’ordinanza contro cui è stato presentato
l’appello -, vengono respinti i reclami degli avvocati, dalla presunta
“incomprensione” linguistica della coppia anglo-australiana al mancato ascolto
dei minori, come previsto dalla convenzione Onu. I giudici inoltre sottolineano
che “non emergono profili di macroscopica incongruenza del provvedimento oggetto
del reclamo, rivelandosi la disposta misura necessaria a tutela dei minori, a
fronte del fallimento dei tentativi in precedenza posti in essere, al fine di
garantire la loro salute, offrire loro un ambiente accudente e verificare i
percorsi di supporto in loro favore a fronte della mancanza di cure e della
deprivazione della socialità subita sino ad allora”.
L'articolo “Gravi rischi per la salute dei bambini. Genitori superino il muro di
diffidenza”, le motivazioni dei giudici sulla famiglia nel bosco proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La Corte d’Appello dell’Aquila ha rigettato il reclamo dei legali contro
l’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila che aveva sospeso la
responsabilità genitoriale a Nathan e Catherine e disposto il collocamento dei
loro tre figli minori in una casa famiglia a Vasto. Qui si trova, comunque,
anche la madre che può stare con i bambini in alcuni momenti della giornata. Per
la ‘famiglia nel boscò la situazione resta, quindi, quella di cui all’ordinanza
che ha portato al trasferimento dei bambini da Palmoli a Vasto il 20 novembre
scorso.
Articolo in aggiornamento
L'articolo I bambini della famiglia nel bosco restano in comunità: respinto
ricorso dei genitori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Vivere in una casa senza luce e senza acqua corrente, ha comportato che i tre
fratellini, che vivevano in una capanna nel bosco di Palmoli (Chieti), abbiano
paura del soffione della doccia o di un interruttore. È quanto emerge dalla
relazione dei servizi sociali, confluita negli atti del Tribunale per i
Minorenni e ora all’esame della Corte d’Appello dell’Aquila, chiamata a decidere
entro il 27 gennaio sul reclamo dei genitori contro la sospensione della potestà
genitoriale e l’allontanamento dei figli, attualmente collocati in casa
famiglia. È dal vissuto quotidiano dei tre bambini che emerge il quadro più
delicato della vicenda della famiglia anglo-australiana che viveva isolata in un
bosco dell’Abruzzo, oggi al centro di un complesso procedimento giudiziario. Un
documento quello dei servizi sociali, chiamati a esprimersi sul caso, che non
giudica uno stile di vita, ma descrive le conseguenze concrete di un isolamento
protratto nel tempo.
Secondo quanto documentato, come riportano alcuni media, i bambini avrebbero
manifestato reazioni di paura e disorientamento una volta entrati in contatto
con ambienti e abitudini ordinarie. “Il loro sonno è stato turbato – si legge –
dalla presenza, all’interno della stanza, di oggetti di uso comune quali
l’interruttore della luce e il pulsante di scarico dello sciacquone del bagno”.
Un segnale, per gli operatori, di una crescita avvenuta fuori dai riferimenti
quotidiani condivisi dalla maggior parte dei coetanei. Anche il rapporto con
l’igiene personale si è rivelato complesso. Gli operatori sono riusciti a fare
la doccia ai bambini solo la sera del secondo giorno di collocamento e senza
l’uso di saponi. Uno dei fratelli ha mostrato un evidente timore del soffione
della doccia, mentre i minori hanno spiegato di indossare gli stessi vestiti per
un’intera settimana, cambiandoli abitualmente solo il sabato.
La relazione parla apertamente di “deprivazioni”, soprattutto sul piano
relazionale ed educativo. Nei contatti con altri bambini, il disagio emergerebbe
nei momenti di confronto: “Si osservano difficoltà quando si attivano paragoni
sulle esperienze personali e sulle competenze, con carenze che vanno dal
semplice gioco fino alle conoscenze scolastiche e generali”. Una condizione che,
secondo il Tribunale, potrebbe avere ripercussioni future sullo sviluppo dei
minori. L’assistente sociale Veruska D’Angelo precisa che il lavoro svolto è
esclusivamente di natura tecnica e non esprime alcun giudizio sullo stile di
vita della famiglia. Ribadisce inoltre che le criticità rilevate – abitative,
socioeconomiche, igienico-sanitarie, socioculturali ed educativo-relazionali –
sono state condivise e sottoscritte dagli stessi genitori e dal loro avvocato,
che ne avrebbero quindi riconosciuto l’esistenza.
Nel nuovo contesto della casa famiglia, tuttavia, i bambini sembrano aver
reagito rapidamente alle attenzioni ricevute. “Mostrano gioia e gratitudine –
viene riportato – annusano i vestiti puliti e profumati e le persone che li
circondano, partecipano alle attività ludiche e spesso esprimono il desiderio di
restare al caldo'”. Un adattamento che gli operatori leggono come una risposta
immediata a bisogni finora rimasti in secondo piano. Sul piano giudiziario, la
difesa dei genitori continua a sostenere l’assenza dei presupposti di urgenza e
pericolo che avrebbero giustificato l’allontanamento, ribadendo la validità
dell’istruzione parentale. Ma il baricentro del procedimento, per chi si occupa
della vicenda, resta la tutela dei minori. Intanto, il Garante per i diritti
dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Abruzzo richiama con forza il tema della
privacy, denunciando la diffusione mediatica di informazioni sensibili: “Dati su
scolarizzazione, vaccinazioni e stile di vita dovevano restare negli atti
giudiziari. La riservatezza dei bambini viene prima del diritto di cronaca”.
L'articolo “Sonno turbato dalla luce e paura di oggetti comuni”, la relazione
dei servizi sociali sui bimbi che vivevano nel bosco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nelle foto apparse sui giornali sembrano una piccola tribù sbucata da un’altra
epoca: madre, padre, tre figli con gli occhi spalancati sul mondo e un rudere
fatiscente che sembra un’estensione della loro pelle. Non vengono dalle montagne
di Washington, non hanno un bus rosso scassato come quello dei Cash, ma la loro
storia – una famiglia italiana che ha deciso di vivere nel bosco di Palmoli, in
Abruzzo, lontano dal rumore ben oliato della civiltà – ha la stessa vertigine
romantica e lo stesso rischio di Captain Fantastic: costruirsi un mondo proprio
e sperare che non crolli al primo colpo di vento. Perché “i Cash italiani”,
anche se non hanno mai preteso titoli, dicono solo: volevamo respirare.
La frase, così nuda, fa quasi ridere noi che viviamo tra notifiche, traffico e
medianità permanente: respirare? In che senso? Ma allora leggi, ascolti, guardi
ciò che hanno costruito. Poi ti immergi davvero nella loro storia: un bosco
autentico, ruvido, niente glamping né amenities, niente casette pettinate da
Instagram, nessuna consolazione da weekend benestante, e all’improvviso tutto
torna. C’è quel silenzio nervoso che precede ogni scelta radicale. È il “no” che
diventa un’architettura di vita.
Nel film Captain Fantastic, la casa dei Cash è una cabina di legno
autocostruita. Non c’è elettricità, o meglio: c’è un pannello solare che
funziona quando vuole lui. La dispensa è fatta di vasetti, radici, piccoli
miracoli agricoli. I bambini studiano con libri vissuti e un programma che non
assomiglia a nessun programma ministeriale: storia, botanica, manualità,
filosofia politica, molto più del necessario per sopravvivere e giusto il
superfluo per restare umani.
I cinque ragazzini protagonisti del film si svegliano all’alba, si arrampicano
sugli alberi, sanno cacciare, distinguere i vari tipi di corteccia meglio di
quanto i coetanei distinguano tra un avverbio e un congiuntivo, e conoscono a
memoria emendamenti della Costituzione americana e al posto del natale
festeggiano “La giornata di Noam Chomsky”. Non sono ingenui. O almeno, non più
ingenui di noi, che ogni giorno ci raccontiamo di essere liberi mentre
consegniamo i nostri dati, le nostre scelte, i nostri minuti a un algoritmo.
Loro almeno hanno scelto da chi farsi tiranneggiare: la pioggia, le stagioni, il
sonno dei bambini. Hanno deciso che il costo della libertà vale la fatica della
coerenza.
Quando ascolti della famiglia di Palmoli sembra di vedere quei momenti in cui la
vita parla più delle parole. Il bosco non è una fuga. È un laboratorio, un
esperimento, e a volte, per capire meglio il mondo, può rivelarsi utile
allontanarsene. Forse quei genitori non stanno proteggendo i figli dal mondo; li
stanno soltanto preparando a entrarci. Certo, niente utopie zuccherose: le
discussioni non mancano, gli imprevisti nemmeno. Il bosco è bello finché non è
ostile, e lo diventa spesso: pioggia che entra dalle assi, freddo che spezza le
dita, solitudine che chiede conto di ogni scelta.
L’avvocato della famiglia del bosco si è ritirato sostenendo che i genitori
avessero rifiutato aiuti e lavori al casolare, ma i due replicano di non aver
capito le proposte per via della barriera linguistica. Nel clima di accuse e
fraintendimenti emerge il tema dell’unschooling: Catherine, la mamma, rivendica
un’educazione libera, centrata sulla natura, convinta che i bambini non
subiscano alcun danno, ma la legge italiana richiede comunicazioni formali ed
esami annuali. Nathan, rimasto solo nella casa di Palmoli dopo l’allontanamento
dei figli, continua a non capire il motivo della loro situazione. Intanto un
ristoratore ha offerto loro un altro casolare, privo di servizi essenziali, che
il padre sembra guardare con interesse.
“Ho fatto un errore bellissimo ma un errore”, dice Viggo Mortensen-Ben Cash nel
film. La famiglia del bosco, quell’ombra la conoscono bene: ogni scelta radicale
ha una parte di follia, quella che la società considera minaccia ma che a volte
è solo il tentativo di restare vivi. Rallentare, guardarsi in faccia, vivere a
contatto con le cose invece che con l’illusione delle cose. La loro storia
ricorda ciò che ci ostiniamo a dimenticare: non esiste la vita giusta, esistono
momenti in cui bisogna scegliere. A volte scegli la strada asfaltata. A volte
scegli il bosco. E a volte, se sei abbastanza coraggioso da ascoltare quel
rumore interno che insiste, ti accorgi che la strada asfaltata eri tu.
L'articolo Nelle foto della famiglia nel bosco rivedo lo stesso romanticismo e i
rischi di Captain Fantastic proviene da Il Fatto Quotidiano.
I genitori della “famiglia nel bosco”, Nathan e Catherine, hanno accettato un
immobile offerto gratuitamente da un privato cittadino che permetterà loro di
riunirsi dopo l’allontanamento dei tre figli minori disposto dal Tribunale per i
minori dell’Aquila verso una struttura protetta dove i bambini sono rimasti con
la madre. La decisione arriva pochi giorni dopo che i coniugi avevano negato con
forza di aver rifiutato aiuti e supporto da enti pubblici o privati per una
sistemazione alternativa, ribadendo che era “assolutamente falso” quanto si
diceva in merito a un loro presunto rifiuto di aiuto. I legali della coppia, gli
avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, hanno reso noto tramite comunicato
che l’accettazione dell’immobile è stata presa “pur di ovviare alle criticità
igienico sanitarie riscontrate”.
I due genitori hanno definito la mossa non un “passo indietro, ma un passo
avanti che consente di tornare a vivere secondo il proprio credo e la propria
voglia di libertà”. L’alloggio accettato è un casolare appena ristrutturato nel
bosco di Palmoli, offerto in comodato gratuito da Armando Carusi, un ristoratore
di Ortona., che ha concesso all’Ansa le foto dell’immobile. Il padre, Nathan, ha
visitato la residenza autonoma – dotata di almeno due ampie stanze, cucina, un
pozzo per l’acqua, bagno a secco e locali per gli animali – ed è rimasto
“affascinato” dalla struttura che rispecchia il loro stile di vita, tanto da
essere colpito anche da alcuni antichi attrezzi in legno presenti. I coniugi
hanno depositato nei giorni scorsi un reclamo avverso l’ordinanza di
allontanamento, il cui fine dichiarato era la salvaguardia e la tutela del
benessere psicofisico dei bambini.
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Il casolare offerto gratuitamente
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Il casolare offerto gratuitamente
In relazione alle dinamiche difensive, gli attuali legali hanno invece precisato
l’avvicendamento con il precedente difensore, l’avvocato Giovanni Angelucci.
Attraverso un comunicato, Femminella e Solinas hanno chiarito che “non vi è
stata alcuna rinuncia, ma revoca”. Hanno spiegato che i loro assistiti hanno
deciso di revocare il precedente difensore a causa di “criticità legate ad una
puntuale interpretazione di segmenti processuali”. Secondo i legali, se tali
segmenti fossero stati correttamente individuati e chiariti, avrebbero potuto
condurre “sin da subito, ad un approdo diverso”. L’auspicio finale dei nuovi
difensori è che, chiuso il capitolo delle dichiarazioni definite illegittime,
l’attenzione possa limitarsi alla convergenza di forze per ottenere il
ricongiungimento familiare.
A preoccupa ancora è invece l’atteggiamento contro la magistratura. Il
presidente facente funzione della Corte di appello di Firenze, Isabella Mariani,
ha espresso “seria preoccupazione” per quello che ha definito un “attacco così
strumentale e così violento” alla magistratura. Mariani ha sottolineato come i
minori vengano allontanati non solo dalla ‘famiglia del bosco’, ma da famiglie
di diverse etnie e da famiglie italiane in generale, se sussistono i
presupposti. La magistrata ha criticato duramente il fatto che il Guardasigilli
Carlo Nordio abbia minacciato ispezioni e procedimenti disciplinari “sulla base
di zero dati” e senza aver letto gli atti, pur essendo l’organo che per primo
dovrebbe essere neutrale e a difesa dell’indipendenza dei giudici. Ha inoltre
definito la rappresentazione del caso fatta dai media, con titoli come “bambini
nel bosco,” come un “effetto mediatico” che non traspare dalle carte, ricordando
e denunciando l'”attacco così violento, così disinformato” a cui è stata
sottoposta una collega, componente di un collegio di cinque.
L'articolo La famiglia nel bosco accetta l’immobile offerto da un privato:
“Rispetta il nostro stile”. Ecco dove vivranno – Foto proviene da Il Fatto
Quotidiano.