I numeri, purtroppo, parlano chiaro: il 75% delle zone umide presenti sul
territorio italiano nei secoli passati è andato perduto a causa di bonifiche,
urbanizzazioni e conversioni del territorio agricolo. Ad oggi 61 sono i siti
ufficiali (saliranno a 66), anche se le zone umide di piccole e medie dimensioni
sono, per fortuna, ben più numerose, anche se non censite. I dati sono stati
diffusi dal Wwf a ridosso della Giornata Mondiale delle zone umide, lunedì 2
febbraio.
Quantità, ma anche qualità. Il 40% degli habitat di acqua salmastra o dolce
presenta uno stato di conservazione scarso. Tantissimi i fattori di pressione su
queste aree, come spiega Gianluca Catullo, responsabile specie e habitat Wwf
Italia: “Alterazioni dei regimi idrologici per opere di regolazione delle acque,
drenaggi, prelievi per irrigazione, conversione del suolo per agricoltura o
urbanizzazione, inquinamento diffuso da nutrienti agricoli e scarichi urbani,
specie aliene invasive, infine il fenomeno del saturnismo, cioè l’accumulo di
piombo causato dalla caccia”.
A essere minacciate sono, ovviamente, anche le specie legate agli habitat umidi,
in particolare anfibi e pesci d’acqua dolce. Secondo l’ultimo report della
Direttiva Habitat (normativa europea per la protezione della biodiversità),
circa il 53% delle specie risulta in uno stato di conservazione “inadeguato” o
“cattivo”. Mentre per la Lista rossa dell’Unione Internazionale per la
Conservazione della Natura (IUCN), circa il 38% delle specie di anfibi è
minacciato, così come il 48% delle specie di pesci ossei d’acqua dolce; infine,
il 20% delle specie di uccelli nidificanti è a rischio.
AREE CRUCIALI PER LA BIODIVERSITÀ E IL CLIMA
Ma perché le zone umide, tema poco noto all’opinione pubblica, sono invece così
importanti? I motivi sono numerosi. “Anzitutto”, spiega sempre Catullo,
“rivestono un’importanza strategica per la conservazione della biodiversità, la
regolazione dei cicli idrologici e la mitigazione del clima (le torbiere e le
aree umide costiere rappresentano importanti serbatoi di carbonio). Non solo:
attenuano le piene, riducendo il rischio alluvioni, perché rallentano il
deflusso delle acque e favoriscono la ricarica delle falde. Sono poi ricchissime
di biodiversità, in particolare di uccelli migratori”. Numerose sono, in realtà,
le norme a tutela di queste zone. Anzitutto, la Convenzione internazionale di
Ramsar, stipulata nel 1971 e di cui ricorre nel 2026 la cinquantesima ratifica
italiana. 172 sono i Paesi che hanno aderito e i siti designati sono 2.544
(257.993.961 ettari). I Paesi aderenti si impegnano, oltre a sorvegliare,
gestire e studiare tali ambiente, a segnalare le zone umide e istituire nuove
riserve naturali.
A livello europeo, le zone umide sono tutelate anche dalla Direttiva Habitat e
dalla Direttiva Uccelli (normativa europea principale per la salvaguardia di
tutte le specie di uccelli selvatici presenti in Europa), recepite dal nostro
paese nel 1997, e la Direttiva Quadro delle Acque, che istituisce un quadro per
la protezione e la gestione sostenibile di tutte le acque. Inoltre, molte zone
umide ricadono all’interno di siti protetti (SIC, Siti di Importanza Comunitaria
o ZSC, Zone Speciali di Conservazione o ZPS, Zone di protezione speciale).
Infine, un grande aiuto viene dall’adozione della Nature Restoration Law
dell’Unione Europea, legge che introduce obiettivi vincolanti di ripristino
ecologico attivo degli ecosistemi degradati, tra cui le zone umide. A livello
nazionale, esistono invece la Legge quadro sulle aree protette (testo
fondamentale in Italia per la tutela delle aree naturali protette) e il Codice
dei beni culturali e del paesaggio.
LA NECESSITÀ DI TRADURRE LE NORME IN PRATICHE. E IL RUOLO DEL WWF
Nonostante la ricchezza di normative, tradurre gli obiettivi europei in piani
nazionali e regionali di ripristino, coinvolgendo enti gestori, comunità di
bacino, mondo agricolo e comunità locali è ancora una sfida aperta.
Il Wwf Italia, di cui ricorrono nel 2026 i sessant’anni dalla fondazione, è uno
dei protagonisti della conservazione delle zone umide, grazie a gestione
diretta, attività di sensibilizzazione, progetti di ripristino e azioni di
advocacy. Una delle campagne più significative lanciate anche in Italia è “One
Million Ponds” (Un milione di stagni), per valorizzare e tutelare piccoli stagni
e zone umide, campagna che ha consentito di censire migliaia di piccole zone
umide. Nelle 100 Oasi Wwf, inoltre, spesso ricadenti in zone umide,
l’associazione ha promosso interventi di ripristino diretti, realizzando piccoli
stagni e riqualificando pozze d’acqua. Importanti anche le campagne di
sensibilizzazione e di citizen science, che si terrano il prossimo 2 febbraio e
poi in maggio in alcune oasi. E, infine, le azioni di advocacy istituzionali,
per promuovere interventi di ripristino e gestione sostenibile degli habitat
acquatici, ma anche, ad esempio, per avviare percorsi come quello che ha portato
all’apertura di una procedura europea per incoerenze dell’Italia
nell’applicazione del Reg. 2021/57, che riguarda proprio l’uso delle munizioni
di piombo nelle zone umide, di cui il Wwf chiede una messa al bando totale.
Esempi di successo rispetto alla protezione delle aree umide di valore sono
quelli della prima oasi Wwf, quella del Lago di Burano, nata nel 1967, in
Maremma, con 500 vegetali ospitate e 300 specie di uccelli, oltre a numerosi
mammiferi. E poi l’Oasi Valle Averto, nella parte inferiore della Laguna di
Venezia, presa in gestione dal Wwf nel 1985, che ospita 400 specie floristiche e
numerosi habitat vegetali, come le paludi calcaree con Cladium mariscus e le
foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior, oltre ad essere
un’area cruciale per lo svernamento, migrazione e nidificazione dell’avifauna
(205 specie osservate).
“Le zone umide rivestono un’importanza strategica per l’adattamento e la
mitigazione al cambiamento climatico”, conclude il responsabile specie ed
habitat Wwf Italia. “Per questo vanno protette, contrastandone il degrado e la
perdita di biodiversità, e laddove possibile serve promuoverne il ripristino: si
tratta di una priorità urgente per assicurare il benessere della natura e delle
comunità umane nel lungo periodo”.
L'articolo In Italia perso il 75% delle zone umide per l’intervento dell’uomo:
il report del Wwf per la Giornata mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Clima
Gli Stati Uniti si trovano alla vigilia del giorno peggiore dell’anno a livello
climatico per via della tempesta invernale in arrivo. Le previsioni parlano di
forti nevicate, nevischio e pioggia gelata. Le temperature rigide rischiano di
creare disagi alla popolazione come traffico interrotto e guasti di corrente
elettrica. Il presidente Donald Trump ha scritto su X di essere stato informato
“sull’ondata di freddo record e sulla storica tempesta invernale che colpiranno
gran parte degli Stati Uniti questo fine settimana”, e ha rassicurato gli
americani sul pronto intervento della Fema, la protezione civile americana.
Almeno 230 milioni di persone rischiano di essere colpite da questa vasta ondata
di gelo e neve che si sta formando tra le Montagne Rocciose e le Grandi Pianure
e che si estenderà su aree meridionali e del Midwest, per poi raggiungere la
costa orientale sabato e spingersi fino al Maine entro domenica. Si temono
problemi al traffico aereo, interruzioni di corrente e carenze di
approvvigionamento.
A causa del maltempo, moltissimi voli sono stati cancellati: secondo
FlightAware, più di 3,250 il 24 e oltre 5,900 nella giornata del 25 gennaio. Si
tratta di un record nell’ultimo anno, seguito soltanto dalle conseguenze
catastrofiche dello shutdown, quando lo scorso 9 novembre le compagnie aeree
avevano cancellato quasi 2mila voli nel picco della crisi.
Il Delaware, il Missouri, l’Arkansas, la Louisiana, il Mississippi, il
Tennessee, l’Alabama, la Georgia, la Carolina del Nord, la Carolina del Sud, la
Virginia, New York, il Kentucky, il Maryland, il New Jersey e il Kansas hanno
dichiarato lo stato l’emergenza per gestire al meglio la situazione eccezionale.
Anche la sindaca di Washington, Muriel Bowser, si è accodata alla scelta per
affrontare la tempesta nella capitale del Paese. Il primo cittadino della Grande
Mela, Zohran Mamdani, sta valutando di chiudere le scuole lunedì prossimo 26
gennaio.
L'articolo “Tempesta invernale storica” in arrivo sugli Stati Uniti: più di
9mila voli cancellati, 16 Stati dichiarano l’emergenza causa freddo record
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ciclone Harry non si ferma. Anche oggi, 21 gennaio, la situazione rimane
critica in tre regioni: Sardegna, Sicilia e Calabria, alle prese con
evacuazioni, mareggiate e venti di burrasca. Scuole chiuse in moltissime città,
tra cui: Messina, Enna, Catania, Cagliari e Crotone. Le raffiche di vento
arrivano fino a 150 km/h e in meno di 48 ore le piogge hanno creato accumuli
superiori ai 300 millimetri. Lungo le coste le onde create dalle mareggiate
arrivano fino a 10 metri.
Per questi motivi dalla Protezione Civile è stata emessa un’allerta in gran
parte delle tre regioni. Per oggi, infatti, è prevista allerta rossa per rischio
idraulico e idrogeologico in Calabria, Sicilia nord-orientale e alcune zone
della Sardegna, con criticità elevate. Allerta arancione e gialla per piogge,
temporali e dissesti diffusi su gran parte del Sud Italia e della Sardegna,
incluse alcune zone di Basilicata e Puglia.
LA SITUAZIONE IN SARDEGNA
Il meteorologo Tommaso Torrigiani, intervistato dall’Ansa, ha previsto almeno
“altre 24-48 ore di vita” per la tempesta. In Sardegna, l’ondata di maltempo è
stata definita dagli esperti come un “fenomeno mai osservato negli ultimi
tempi”. A Capoterra e a Sinnai, in provincia di Cagliari, un centinaio di
persone sono state evacuate. Molti traghetti dall’isola sono stati invece
bloccati. Ritrovati e fortunatamente in buone condizioni i due pastori di cui
non si aveva notizia dalla mattina di ieri dopo l’esondazione del rio Margiani
in Ogliastra.
LA SITUAZIONE IN SICILIA
In Sicilia 200 comuni hanno attivato i centri operativi comunali come
coordinamento per l’emergenza. Ieri mattina un’auto guidata da un anziano è
caduta in una voragine – apertasi nella carreggiata – in provincia di Messina.
L’uomo aveva imboccato una zona interdetta al traffico ed è riuscito a chiamare
i soccorsi. Più di 6mila persone, divise in 200 unità del dipartimento di
Protezione Civile, 1000 volontari e 5000 operatori comunali e dei soccorsi,
stanno lavorando per gestire i danni e i rischi del maltempo. Treni sospesi tra
Acireale e Siracusa e sulla Palermo-Catania, così come sulla
Siracusa-Caltanissetta e sulla Catania-Caltagirone. A Linosa, isola delle
Pelagie, decine di imbarcazioni sono state distrutte da un’onda di 7 metri. La
litoranea del Lanternino – a collegamento dello Scalo Vecchio con Pozzolana di
Ponente – e vie di accesso alla zona dei Faraglioni sono andate distrutte.
Sull’isola non esiste un presidio di emergenza.
LA SITUAZIONE IN CALABRIA
In Calabria alcuni massi sono precipitati su un’auto in transito in provincia di
Reggio, con il conducente che ha riportato alcune contusioni. Il sindaco di
Catanzaro, intanto, ha vietato la consegna a domicilio su mezzi a due ruote in
tutto il territorio comunale. Circa 100 famiglie sono state evacuate a
Roccelletta di Borgia, vicino Catanzaro. Altre hanno avuto la stessa sorte a San
Sostene, Simeri Crichi e nel quartiere Piterà. Evacuate anche zone costiere a
nord di Crotone. Oggi il ciclone toccherà soprattutto la regione ionica, con
venti di burrasca, piogge abbondanti e tanta neve ad alta quota. Da giovedì
previsti miglioramenti.
L'articolo Allerta rossa in Sardegna, Sicilia e Calabria, il ciclone Harry non
si ferma: “Fenomeno mai osservato negli ultimi tempi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole.
L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a
sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose
città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso
motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere
nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose
città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.
L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in
Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha
presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le
strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente
monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre
Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale
delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al
rischio idrogeologico.
Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione
depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle
correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle
zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento
raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In
alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale
(Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri
in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato
la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti
stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno
realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di
Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la
chiusura di alcune strade litoranee.
In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e
durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato
redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti
comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito
dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado,
sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le
sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei
materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare
gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto
alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.
In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro.
Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa
attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o
tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”.
Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte
fino ai 3,2 metri.
L'articolo Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e
Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ondata di gelo in Italia nell’ultima settimana. Molte zone del Paese sono state
interessate dal freddo intenso arrivato con il nuovo anno e alcune cittadine si
sono svegliate trovando le strade ricoperte di neve o velate di ghiaccio.
Sulle Alpi il freddo ha raggiunto il suo apice nella notte scorsa. In Alto Adige
tutte le località registrano valori molto al di sotto dello zero. Vince lo
speciale premio di località più fredda Sesto Pusteria, il paese di Jannik
Sinner, che esprime una minima considerevole: -19 gradi. A Bolzano temperature
fino a -8 gradi, mentre a Gargazzone – in bassa quota – i gradi sotto lo zero
sono stati 12. I valori saliranno leggermente nel fine settimana, mentre il
prossimo lunedì ci sarà un nuovo calo termico che dovrebbe chiudere – per ora –
l’ondata polare. Nonostante le temperature gelide, l’inverno altoatesino resta
avaro di neve. La cresta di confine sarà parzialmente interessata nella giornata
di giovedì da una perturbazione che porterà non più di 10 centimetri di neve.
Venerdì non si escludono brevi rovesci nevosi anche nelle zone più meridionali.
In Lombardia le temperature sono ben al di sotto delle medie del periodo. Arpa
Lombardia ha registrato in particolare i -22 °C registrati a Livigno. Sempre
nella stessa provincia, spiccano i -18 gradi a Santa Caterina Valfurva e i -10
gradi a Bormio. In pianura, nella mattinata di ieri 7 gennaio le temperature
sono scese a -5 gradi, con punte fino a -8 gradi nel nord-ovest di Milano. A
Sondrio -9 gradi, a Varese -5 gradi.
In Veneto tutte le località segnano temperature sotto lo zero, dai monti alle
pianure. Piana di Marcesina, provincia di Vicenza, è ancora una volta “medaglia
d’oro” con -23,1 gradi. Il capoluogo più gelido è Belluno, con -14.2 gradi.
Seguono Vicenza (-7,8), Padova (-6,7), Treviso (-6,3), Verona (-5,5), Rovigo
(-5) e Venezia (-2,5). Tra i centri della montagna il più freddo è Asiago, dove
si arriva alla minima di -15.4.
In Toscana nevica inaspettatamente su Siena, con formazione di ghiaccio e
temperature minime raggiunte nella notte. Secondo quanto riferisce la Regione –
che raccomanda la prudenza alla guida con allerta gialla – il termometro è
andato sotto lo zero in varie località: tra le altre “-12 al Passo Radici, -9,5
a Pieve Santo Stefano, -6,2 a Montopoli, -4,4 a Firenze” scrive il governatore
Eugenio Giani. Mezzi operativi sulle strade, prestiamo prudenza alla guida,
allerta gialla in corso per rischio ghiaccio su tutta la Toscana fino alle ore
12″. A Siena le scuole, i centri anziani e i centri disabili sono stati chiusi,
e gli operai – annuncia il comune – “sono al lavoro per liberare le strade, si
consiglia di limitare l’uso delle auto e guidare comunque con prudenza”.
In Emilia-Romagna invece sono stati effettuati circa 600 interventi – necessari
per alberi caduti, situazioni di rischio e viabilità compromessa – soprattutto
nelle province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna. Nevicate e piogge miste a neve
anche nelle Marche, dove sono stati effettuati circa 350 interventi. Intense
nevicate e diversi interventi in provincia di Pesaro Urbino. Per i soccorsi,
mezzi operativi dai Comandi di Ancona, Ascoli Piceno e Fermo, oltre a 19 unità
in raddoppio turno del Comando interessato.
In Puglia la neve è caduta su Gargano e Subappennino Dauno, in provincia di
Foggia. Qui molte scuole – tra cui quelle di San Giovanni Rotondo e San Marco in
Lamis – sono state chiuse. Lievi nevischi nella provincia di Barletta-Andria
-Trani, in particolare a Minervino Murge. In alcuni paesi – come il già citato
San Marco in Lamis – si può circolare solo con le catene da neve o con
pneumatici invernali e si consiglia di ridurre al minimo gli spostamenti. Alcuni
disagi sono stati segnalati, il Comune di San Nicandro Garganico, dove sono
caduti 10 cm di neve, ha fatto sapere che “la strada provinciale 48, nel tratto
tra San Nicandro Garganico e San Marco in Lamis, è stata provvisoriamente chiusa
al traffico a causa della presenza e caduta di alberi sulla carreggiata. Si
invita la cittadinanza a non percorrere la provinciale 48 e a seguire gli
aggiornamenti ufficiali”. In alcuni paesi come Faeto le temperature hanno
provocato la formazione di lastre di ghiaccio in diversi punti del paese.
In Sicilia con il maestrale arrivano vento forte, calo delle temperature e
instabilità, soprattutto sul versante tirrenico. Piogge diffuse interessano la
fascia nord, in particolare tra il messinese e l’area dello Stretto, dove è
stata diramata allerta gialla. Neve attesa sui rilievi sopra gli 800–900 metri.
In arrivo nel weekend una nuova ondata di freddo. Durante la notte, la neve ha
raggiunto il paese di Maletto, che si trova in provincia di Catania a quota
circa 960 metri.
Foto d’archivio
L'articolo Ondata polare in tutta Italia: -23 gradi in provincia di Vicenza,
neve in Puglia. Allerta sulle strade in molte Regioni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Il punto di partenza è semplice, anche se scomodo: il cambiamento climatico non
è solo un problema fisico o tecnologico, è soprattutto un problema mentale. È
una minaccia che non parla il linguaggio a cui il nostro cervello è sensibile.
Noi siamo bravissimi a reagire a pericoli immediati, visibili, rumorosi: un
incendio, un’aggressione, una crisi improvvisa. Ma siamo molto meno attrezzati
per affrontare rischi lenti, distribuiti nel tempo, che si accumulano un po’
alla volta”. Matteo Motterlini è professore ordinario di Filosofia della scienza
presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di
Ricerca in Epistemologia Sperimentale e Applicata (CRESA). Nel suo ultimo libro,
Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più
grande nella lotta al cambiamento climatico (ed. Solferino, 2025), analizza i
meccanismi cognitivi alla base dell’inerzia rispetto alla crisi climatica,
proponendo una soluzione pragmatica e non moralistica. “Non serve convincere le
persone a ‘diventare verdi o il richiamo alla virtù”, spiega, “ma istituzioni
ben disegnate: regole chiare, monitoraggio trasparente, dati pubblici e sanzioni
credibili per chi inquina. Inoltre, la scelta ecologica deve diventare la più
semplice e normale, facile da seguire dalla maggioranza. Questo approccio e
funziona senza appelli morali o scontri”.
Cosa intende quando parla di “cervello dell’età della pietra”?
Non intendo ovviamente dire che siamo stupidi, ma che portiamo con noi una mente
progettata per un mondo che non esiste più. Lo stesso meccanismo che ci spinge a
preferire l’uovo oggi alla gallina domani, lo sconto intertemporale, era
adattivo nel Pleistocene. Il paradosso è che viviamo sempre più a lungo, ma
pensiamo sempre più a breve. Politica, economia, finanza funzionano su orizzonti
temporali ridottissimi, il clima, invece, ragiona in decenni e secoli.
Come mai pensiamo solo così a breve?
Per milioni di anni ci siamo evoluti in ambienti in cui sopravviveva chi reagiva
subito: chi scappava dal predatore, chi approfittava immediatamente del cibo
disponibile. Questo ha plasmato un cervello che fa fatica a percepire l’urgenza
quando le conseguenze sono lontane nel tempo. Se la temperatura salisse di dieci
gradi in una settimana, saremmo tutti in strada a chiedere interventi radicali.
Ma quando aumenta di pochi decimi in decenni, la nostra mente si adatta,
normalizza, tollera. C’è poi un altro aspetto cruciale.
Quale?
Il clima non provoca indignazione immediata, non suscita disgusto, non appare
come un’ingiustizia evidente. Ci scandalizziamo se qualcuno infrange una norma
di condotta sessuale per esempio, ma non esistono norme interiorizzate sulla
concentrazione di CO₂ nell’atmosfera.
Lei parla di “capitalismo limbico”, ovvero di un sistema economico che sfrutta
la vulnerabilità biologica in profitto.
È un capitalismo che guarda al consumatore come a un circuito dopaminergico da
attivare: più stimoli rapidi, più clic, più consumo immediato. Un sistema che
monetizza la nostra vulnerabilità: junk food, obsolescenza programmata, Black
Friday, gioco d’azzardo, oppioidi. Un’economia così ci inchioda al presente e
rende invisibili i costi futuri.
Lei critica anche l’illusione della tecno-salvezza, così come l’illusione
secondo cui nulla accadrà. Perché sono entrambe fallimentari?
Perché entrambe offrono una via di fuga psicologica dall’azione. L’illusione
della tecno-salvezza sposta tutto nel futuro: confidare in soluzioni miracolose
riduce il senso di responsabilità presente e legittima il rinvio delle scelte
difficili. L’illusione opposta, quella che “nulla accadrà”, nasce dal passato:
finché non viviamo eventi devastanti in prima persona, tendiamo a proiettare la
normalità di ieri nel domani. Il risultato è lo stesso: paralisi, attesa e
inazione, mentre il rischio continua ad accumularsi.
Come si determina allora il giusto compromesso tra il presente e i benefici
immediati e il futuro?
Il punto è che il conflitto tra sé presente e sé futuro non si vince chiedendo
alle persone di essere più razionali o più virtuose. La domanda giusta non è
“come convincere le persone?”, ma “come progettare contesti in cui la scelta
sostenibile diventi la scelta più facile, normale e conveniente”. Il compromesso
non nasce dall’eroismo individuale, ma da regole, incentivi e norme sociali che
rendano visibili i benefici futuri nel presente: prezzi, default,
infrastrutture, feedback immediati.
Anche le sanzioni sono importanti?
Sì. Ma prima mi faccia dire una cosa: il tassello decisivo sono i pre-impegni:
fissare oggi obiettivi futuri rende costoso tornare indietro e aumenta la
credibilità dell’azione collettiva. Funzionano davvero, però, solo se
accompagnati da sostegni a lavoratori, territori e settori colpiti. In caso
contrario diventano politicamente fragili. Prendiamo l’energia: stabilire ora
una data per l’uscita dal carbone o dai motori a combustione orienta
investimenti e aspettative. Ma senza fondi per riconversione industriale e
riqualificazione, il vincolo esplode.
Un’ultima riflessione riguarda la centralità delle comunità locali. Perché a
livello locale è più ampia la partecipazione sui temi ambientali?
Perché a livello locale i problemi smettono di essere astratti e diventano
esperienze concrete: un fiume che straripa, un bosco che scompare, un’estate in
cui il razionamento dell’acqua entra nelle case. Questo cambia tutto. Quando le
conseguenze sono vicine, visibili e condivise, si attivano il senso di
responsabilità e le norme sociali. Partecipare a decisioni che riguardano il
proprio territorio rafforza l’idea di efficacia personale: quello che faccio
conta davvero. Gli accordi globali sono necessari, ma restano “lontani” e
“calati dall’alto” se non vengono tradotti in pratiche locali. È sul territorio
che la transizione smette di essere una sigla e diventa un progetto collettivo,
capace di mobilitare persone attorno a problemi reali. È lì che la cooperazione
diventa possibile.
L'articolo Cambiamento climatico, il filosofo della scienza Motterlini: “Siamo
abituati a ragionare sull’oggi, perciò la nostra mente non valuta i danni
futuri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’irruzione di aria artica in discesa dal Nord Europa segna l’avvio di una fase
pienamente invernale sull’Italia, con un sensibile calo delle temperature e un
peggioramento diffuso delle condizioni meteorologiche. Le correnti fredde e
instabili favoriranno la formazione di una circolazione ciclonica sul
Mediterraneo, destinata a mantenere il tempo perturbato su molte regioni nei
prossimi giorni.
L’inizio della settimana vede l’ingresso di masse d’aria fredde, capaci di
alimentare un ciclone mediterraneo. Da lunedì 5 gennaio sono attese piogge e
temporali soprattutto al Centro-Sud, mentre la fase più intensa del maltempo è
prevista tra l’Epifania e mercoledì 7 gennaio. Il marcato abbassamento delle
temperature potrà favorire nevicate fino in pianura o a bassissima quota su
Lombardia centro-orientale, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia,
Emilia-Romagna e Marche.
Neve fino in collina risulterà possibile anche su Toscana e Umbria, mentre sul
resto del Centro-Sud i fiocchi cadranno prevalentemente oltre gli 800-1000
metri. Nel corso della notte tra il 4 e il 5 gennaio, la neve ha imbiancato i
rilievi appenninici fino a quota collinare nei comuni dell’Alto Mugello, con
accumuli generalmente inferiori ai 5 centimetri. Il calo termico ha inoltre
favorito la formazione di ghiaccio, con una temperatura minima di –3 gradi
registrata al passo del Giogo. A renderlo noto è la Città metropolitana di
Firenze, precisando che personale e mezzi della viabilità sono impegnati sulle
strade di competenza per garantire la percorribilità.
Nella giornata di lunedì 5 il tempo più perturbato interesserà inizialmente le
regioni adriatiche, dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia, passando per Veneto
meridionale, Romagna, Marche, Abruzzo e Molise. Piovaschi irregolari potranno
raggiungere anche il nord della Sardegna, il Lazio e la Campania. La neve è
attesa fino a quote collinari sull’Appennino romagnolo, oltre i 1000-1100 metri
su quello centrale e a quote più elevate sui rilievi meridionali. In serata e
nella notte un nuovo apporto di aria fredda rinvigorirà il vortice ciclonico sul
Tirreno, con una nuova intensificazione delle precipitazioni soprattutto al
Centro e sulla Sardegna e un ulteriore calo della quota neve fino a 800-900
metri.
Il peggioramento sarà accompagnato da un rinforzo dei venti freddi
settentrionali al Nord e al Centro, responsabili di un ulteriore abbassamento
termico. Al Sud, invece, si assisterà a un’intensificazione dei venti di
Scirocco, in un contesto più asciutto ma con possibili mareggiate lungo le coste
esposte. Alla luce dei fenomeni attesi, il Dipartimento della Protezione Civile,
d’intesa con le Regioni interessate, ha emesso un avviso di condizioni
meteorologiche avverse. Per la giornata di lunedì 5 gennaio è stata diramata
un’allerta gialla su alcuni settori di Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio, Molise e
Campania, per possibili criticità di tipo idrogeologico e idraulico. Il quadro
meteorologico e quello delle allerte verranno aggiornati quotidianamente in base
all’evoluzione della situazione.
L'articolo Gelo artico sull’Italia: piogge e neve a bassa quota, Epifania
all’insegna del maltempo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Calo di temperature in arrivo in Italia, dove una breve ondata di freddo
artico–continentale interesserà le giornate del 30 e del 31 dicembre. In
particolare, è previsto un importante abbassamento delle temperature sul
versante adriatico e al Centro-Sud, con i venti di grecale e tramontana in
rinforzo. Protagonista sarà ancora, in queste giornate, il sole. Dopo questa
breve parentesi bi-giornaliera, a fare ritorno sulla scena sarà invece il
maltempo.
Sono le previsioni di Federico Brescia, meteorologo di il.Meteo.it. “Non si
prevedono fenomeni di particolare rilevanza o un’irruzione gelida di grande
portata. Mentre l’anno volge al termine, l’inverno vero e proprio si è fatto
attendere sul nostro Paese”, commenta l’esperto. “Qualche pioggia bagnerà
temporaneamente l’estremo Sud e le aree interne di Abruzzo e Molise, con
nevicate fino a quote collinari. Ma sarà un normalissimo mordi e fuggi”.
Se ne dovranno fare una ragione gli amanti della neve e del freddo, per cui –
dice il meteorologo – “non resta che sperare in un cambio dell’ultimo minuto”.
Da Capodanno in poi, infatti, prevarrà il maltempo e le temperature
aumenteranno.
A seguire le previsioni fino a mercoledì:
Lunedì 29.
Nord: sole, nebbie e temperature in calo. Centro: stabile e soleggiato. Sud:
sole, con nubi su Sicilia e Sardegna.
Martedì 30.
Nord: nubi sparse, nebbie al mattino. Centro: piovaschi sul versante adriatico,
neve debole sull’Appennino. Sud: leggermente instabile su Puglia e basso
Tirreno.
Mercoledì 31.
Nord: soleggiato, nebbie e nubi basse al mattino. Centro: generalmente sereno.
Sud: ventoso, qualche pioggia su Sicilia orientale e nel reggino.
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Italia il 30 e il 31 proviene da Il Fatto Quotidiano.
In molte zone d’Italia sarà un bianchissimo Natale. Anche a bassa quota,
infatti, si prevede neve mentre in altre località si attendono piogge e venti
forti. Sulle Alpi Occidentali attese copiose nevicate con accumuli anche di
100-120 centimetri in sole 24 ore nella zona di Artesina e Prato Nevoso (Alpi
Marittime). “Un fenomeno davvero importante come non si vedeva da anni in questa
zona” dicono i meteorologi. Fino a Santo Stefano sul Mediterraneo
centro-occidentale resterà intrappolata un’area di bassa pressione con maltempo
diffuso sull’Italia.
Oltre a piogge sparse un pò ovunque e a venti sostenuti dai quadranti orientali
tornerà la neve a quote relativamente basse sull’Appennino settentrionale.
Questo vortice nel Mediterraneo verrà alimentato costantemente da fredde
correnti da Est con un inevitabile calo termico e abbassamento della quota neve
su alcune zone. Sui rilievi al confine tra Liguria, Emilia e Toscana, si
osserveranno nevicate oltre i 700-800 metri con accumuli oltre i 1000 metri di
quota. Sarà invece un bianchissimo Natale in tutte le aree sopra i 1000-1200
metri sul Piemonte occidentale e meridionale e in Valle d’Aosta.
La Protezione civile ha diramato un’allerta meteo. Dal primo mattino di domani,
prevede l’avviso, ci saranno precipitazioni sparse, anche a carattere di
rovescio o temporale, sull’Arcipelago Toscano, sulle aree tirreniche di Lazio e
Campania e sulla Puglia meridionale. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci
di forte intensità, frequente attività elettrica e forti raffiche di vento.
Valutata per la giornata di domani allerta gialla sui settori occidentali di
Umbria e Abruzzo, su quelli tirrenici della Campania e sull’intero territorio di
Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.
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vento fino al Centro-Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avrete certamente sentito parlare della teoria di Elizabeth Kubler-Ross delle
“cinque fasi del lutto.” Quando ti capita qualcosa di brutto nella vita, le
reazioni tipiche sono: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e
accettazione. Queste fasi non sono in sequenza, possono coesistere o cambiare
l’ordine in cui compaiono, ma sono una buona approssimazione di quello che
succede quando ci troviamo di fronte a qualcosa di molto spiacevole.
E’ un modello che possiamo applicare alla questione del clima, a partire da
quando si è cominciato a parlarne come un problema importante, negli anni ’80.
Possiamo dire che la fase di negazione è cominciata quasi subito, non nel senso
di negare l’esistenza del riscaldamento globale, ma nel minimizzare l’impatto.
“Basterà qualche piccolo aggiustamento: doppi vetri alle finestre, tenere basso
il termostato, riusare gli asciugamani negli alberghi; questo tipo di cose.” In
sostanza, lucidare le maniglie del Titanic mentre affonda.
Qualcuno invece si è reso conto che bisognava fare qualcosa di più e questo ha
dato inizio alla fase di contrattazione con le varie “conferenze delle parti”,
le Cop, con l’idea di mettersi d’accordo per ridurre le emissioni di gas serra.
La prima Cop è stata a Berlino nel 1995; ora siamo arrivati alla Cop30, tenuta
da poco a Belém, in Brasile. Ci ricordiamo della conferenza di Kyoto, nel 1997,
che aveva generato il trattato di Kyoto, il primo accordo internazionale sul
clima della storia. L’altra Cop con qualche rilevanza è quella di Parigi del
2015, la Cop21, che produsse l’accordo di Parigi il 12 dicembre 2015, di cui in
questi giorni ricorre il decennale.
L’accordo di Parigi è stato un passo importante per varie ragioni. Una era la
sua universalità: raccoglieva le firme di 195 paesi. Altrettanto importante è il
fatto che era la prima volta che si proclamava un obbiettivo quantificato e
misurabile: mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei
2°C, se possibile limitarlo a 1,5°C. Si proponevano anche dei modi per
arrivarci: ogni stato doveva presentare e aggiornare ogni cinque anni i propri
Contributi Determinati a livello Nazionale (Ndc), ovvero piani volontari di
riduzione delle emissioni.
L’obbiettivo era corretto, ma il metodo per ottenerlo si è rivelato inefficace.
La prima valutazione dei risultati si è tenuta alla Cop28 del 2023, ed ha
concluso che il mondo è ancora lontano dagli obiettivi. Come del resto è
evidente se guardate la curva della concentrazione di CO2 nell’atmosfera: non
c’è traccia di un effetto dell’accordo di Parigi. Secondo l’Unep e il rapporto
del Global Stocktake 2023, per fare qualcosa di buono bisognerebbe triplicare
gli sforzi entro il 2030 e quintuplicarli entro il 2035. Ma ormai è comunque
troppo tardi per rimanere entro 1,5°C. E forse anche i 2°C sono un obbiettivo
troppo difficile.
E ora? Ritornando agli stadi di Kubler Ross, stiamo rapidamente entrando nella
fase della “rabbia” con la ricerca di qualcuno o qualcosa da incolpare per il
disastro in cui ci ritroviamo. Sembrerebbe che i nostri leader attuali non
riescano a pensare a niente di meglio per risolvere il problema del clima che
una bella guerra; nucleare, se possibile.
Allo stesso tempo, la rassegnazione va molto di moda. Si si sente dire che non
c’è ragione di preoccuparsi. Dopotutto, al tempo dei dinosauri la concentrazione
di CO2 era molto più alta che oggi, faceva molto più caldo e i dinosauri stavano
benissimo. Sì, peccato però che noi non siamo dinosauri. Ci siamo evoluti in
un’epoca in cui la concentrazione di CO2 era bassa e non è affatto detto che
potremmo vivere respirando l’atmosfera che i dinosauri respiravano.
Ritorneremo all’epoca dei dinosauri, dunque? No, non necessariamente. Ma
dobbiamo trovare soluzioni migliori di trattati e infiniti ragionamenti sulle
riduzioni di emissioni. Come si suol dire, dobbiamo tagliare la testa al
brontosauro e azzerarle del tutto. Lo possiamo fare, abbiamo le tecnologie
necessarie: rinnovabili ed elettrificazione. Basta volerlo.
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ora dobbiamo azzerare le emissioni proviene da Il Fatto Quotidiano.