Manifestarono a sostegno della Global Sumud Flotilla e al termine del corteo i
binari ferroviari furono occupati. Era il 1 ottobre del 2025 e oggi la procura
di Parma ha notificato a 21 persone l’avviso di conclusione delle indagini. Tra
gli indagati figurano anche quattro esponenti del Partito democratico: due
assessori della giunta comunale e due consigliere. L’indagine, coordinata dal
procuratore Alfonso D’Avino, contesta a vario titolo i reati di interruzione di
pubblico servizio e blocco ferroviario e stradale. Gli avvisi di fine indagine
sono stati notificati agli assessori alla Sicurezza Francesco De Vanna e ai
Servizi educativi Caterina Bonetti, oltre che alle consigliere comunali
Gabriella Corsaro e Victoria Oluboyo. Non occuparono i binari, ma la procura gli
contesta l’incoraggiamento.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, le condotte contestate ai
manifestanti avrebbero avuto diversi livelli di coinvolgimento. A quattro
attivisti dell’area Propal viene attribuita l’invasione materiale dei binari
ferroviari all’interno della stazione di Parma. Per altri due indagati la
Procura contesta invece di aver oltrepassato la linea gialla di sicurezza sul
marciapiede, sedendosi con le gambe sporgenti sui binari insieme ad altre
persone non identificate. Un comportamento che gli investigatori definiscono
“potenzialmente idoneo a compromettere la libera circolazione dei treni”.
La posizione più numerosa riguarda però una quindicina di persone – tra cui i
due assessori comunali – che secondo l’impostazione accusatoria si sarebbero
fermate sul marciapiede senza scendere sui binari, né sporgersi oltre la linea
di sicurezza. Tuttavia, sempre secondo la Procura, la loro presenza avrebbe
contribuito a rafforzare la condotta degli attivisti che avevano occupato i
binari. In particolare, gli indagati avrebbero “approvato, incoraggiato e
collaborato” con chi aveva invaso la sede ferroviaria, fornendo supporto e
concorrendo così, nel quadro della contestazione penale, a determinare la
perturbazione della circolazione dei treni.
Sul piano politico e amministrativo la vicenda ha suscitato le prime reazioni a
Parma. Il sindaco Michele Guerra ha spiegato di aver parlato con i due assessori
coinvolti. “Li ho trovati tranquilli – ha detto –. Sono certo che chiariranno
pienamente la loro posizione e intanto continueranno a lavorare con lo stesso
impegno per il Comune di Parma”. Il primo cittadino ha espresso analoghe
considerazioni anche per le due consigliere comunali raggiunte dall’avviso di
fine indagine.
Tra i diretti interessati, l’assessore Francesco De Vanna ha confermato di aver
ricevuto l’atto di conclusione delle indagini e ha sottolineato il rispetto per
il lavoro della magistratura. “Il controllo di legalità svolto dalla Procura va
sempre accettato dai cittadini e in particolare dagli amministratori. Nel caso
di specie, ritengo di poter rapidamente dimostrare la piena correttezza del mio
operato”, ha dichiarato, aggiungendo che la vicenda “non riguarda la vita
amministrativa del Comune di Parma” e che “le carte confermano che non sono mai
stato sui binari”. De Vanna è difeso dall’avvocato Salvatore Tesoriero.
Sulla stessa linea l’assessora Caterina Bonetti, che ha dichiarato di ritenersi
“estranea a quanto contestato”, precisando che i fatti oggetto dell’indagine
“non attengono all’attività amministrativa” e manifestando fiducia nella
possibilità di chiarire rapidamente la propria posizione. Solidarietà agli
amministratori coinvolti è stata espressa anche dal Partito democratico. Il
segretario regionale dell’Emilia-Romagna Luigi Tosiani e quello provinciale di
Parma Nicola Bernardi hanno affermato di avere “piena fiducia nel lavoro della
magistratura” e di essere convinti che gli esponenti del partito “dimostreranno
la piena liceità dei comportamenti e la correttezza del loro operato”.
Dal fronte politico opposto è intervenuta la deputata e coordinatrice regionale
di Forza Italia per l’Emilia-Romagna Rosaria Tassinari, che pur ribadendo il
principio della presunzione di innocenza ha espresso una condanna politica per
azioni come l’occupazione dei binari ferroviari. “Comportamenti che rischiano di
mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini e di compromettere il regolare
svolgimento di servizi pubblici essenziali”, ha dichiarato, sottolineando che
chi ricopre incarichi istituzionali ha «una responsabilità ancora maggiore» nel
mantenere comportamenti rispettosi delle regole.
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L'articolo “Anche senza scendere sui binari incoraggiarono l’occupazione”, tra i
21 indagati per corteo a sostegno della Flotilla due assessori e due consiglieri
Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Global Sumud Flotilla
Le accuse di “riciclaggio”, “frode” o “appropriazione indebita” degli aiuti
destinati alla Flotilla o alla popolazione di Gaza, riferite dai media tunisini
e confermate dai legali, si fatica a prenderle sul serio. Ma non c’è niente da
ridere: dopo le botte e l’annullamento degli eventi programmati dalla Flotilla,
cinque attivisti tunisini sono in carcere da venerdì 6 marzo e ci resteranno per
almeno cinque giorni. Tra loro c’è Wael Naouar, molto noto fin dai tempi
dell’opposizione alla dittatura di Ben Ali e oggi punto di riferimento della
Global Sumud, che ha largo seguito in Tunisia. Un sesto attivista, secondo fonti
locali, è ricercato. Le accuse peraltro somigliano molto a quelle rivolte ad
avvocati e operatori umanitari che sostengono i migranti.
L’indagine delle autorità tunisine ne coinvolge anche altri, vedremo come si
svilupperà, ma si è già capito che in questa primavera di guerra la Flotilla,
pronta a ripartire ad aprile via mare e anche con una carovana via terra, non
avrà vita facile nel Paese. Del resto in Tunisia non era stato facilissimo
nemmeno l’anno scorso, proprio lì era arrivato il primo attacco con i droni
sulle barche in procinto di ripartire verso Gaza. Il presidente Kaïs Saïed avava
fatto un po’ di equilibrismo, lasciando campo libero alla Flotilla senza
agevolarla, ma ora il quadro sembra essere radicalmente cambiato: se negli
ultimi anni Tunisi si era avvicinata a Teheran, nei giorni scorsi Saïed ha
condannato gli attacchi iraniani sui Paesi del Golfo in risposta ai
bombardamenti israelo-statunitensi.
Così è finita molto male la visita in Tunisia di quasi tutti i membri dello
Steering Committee della Global Sumud. C’erano anche il brasiliano Thiago Avila
e gli italiani Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e
rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Mercoledì 4
marzo agli attivisti giunti da tutto il mondo e ai loro compagni tunisini le
forze dell’ordine hanno impedito con la forza, a suon di manganellate, di
raggiungere il porto di Sidi Bou Said: su Instagram ci sono le immagini. Il
giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di
un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e
giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi.
A Sidi Bou Said gli attivisti volevano incontrare i lavoratori e i sindacati del
porto, per ringraziarli del sostegno ricevuto lo scorso settembre alla partenza
delle barche dirette verso Gaza. “La manifestazione era stata programmata in
anticipo e aveva ricevuto le richieste autorizzazioni delle autorità tunisine –
si legge in una nota della Global Sumud Flotilla – Tuttavia, poco prima che
cominciasse, i permessi erano stati ritirati improvvisamente senza spiegazioni”.
Loro ci hanno provato lo stesso e ci sono stati diversi feriti e contusi, alcuni
medicati in ospedale. Almeno una donna ha riportato una frattura a un dito della
mano. Anche giovedì l’annullamento è arrivato all’improvviso. Venerdì c’è stata
una manifestazione di protesta contro gli arresti.
Proprio davanti a Sidi Bou Said, nello specchio di mare che si vede anche dal
palazzo presidenziale di Saïed a Cartagine, tra il 10 e l’11 settembre scorso
due misteriosi droni lanciarono bombe incendiarie sulla Family e la Alma, le due
piccole navi che erano le ammiraglie della Flotilla partita il 31 agosto da
Barcellona e destinata a rincongiungersi a Porto Palo in Sicilia con le
imbarcazioni preparate in Italia. Le autorità tunisine inizialmente negarono, la
Guardia nazionale parlò di un mozzicone di sigaretta mentre tutti vedevano nei
video una palla di fuoco che cadeva sulla barca. Al secondo episodio furono
avviate indagini che non hanno portato lontano su quella evidente violazione
delle acque territoriali di un Paese sovrano.
Gli attivisti stranieri hanno lasciato la Tunisia, Avila ha diffuso un messaggio
in cui dice: “Non ci fermeranno”. Ma l’aria resta molto pesante. Wael Nouar è
stato uno dei leader degli studenti tunisini ai tempi della dittatura, è da
tempo impegnato nella solidarietà con i palestinesi su cui finora il regime di
Saïed non aveva usato il pugno diroed è già finito nei mesi scorsi nella
campagna sulla “flotilla di Hamas” per gli incontri avuti con esponenti degli
Hezbollah libanesi o dei Fratelli musulmani. Che sono perfino ovvi, non hanno
molto a che vedere con i finanziamenti alla Flotilla, ma naturalmente non
piacciono agli amici di Netanyahu e di Bin Salman. Sono in carcere anche la
moglie di Nouar, Jawaher Channa, e gli attivisti Nabil Chanoufi, Sana Msahli e
Mohammed Amin Belnour.
“Per questo genere di accuse ci sono cinque giorni di garde à vue (fermo, ndr),
rinnovabili per altri cinque, poi gli accusati devono essere portati davanti a
un giudice istruttore. Le ipotesi sono riciclaggio di denaro, frode, sviamento
di fondi. Ma nel fascicolo, per il momento, a quanto ne sappiamo non c’è
niente”, spiega l’avvocato Sami Benghazi, uno dei legali che assistono i cinque,
rinchiusi nel centro di detenzione di Bouchoucha alle porte di Tunisi.
La Global Sumud Flotilla 2026 punta su una maggiore partecipazione dal Sud del
mondo. Nei piani la Tunisia aveva una certa importanza, come e più dell’anno
scorso. E non è difficile immaginare che anche in altri Paesi possano aprirsi
indagini sui finanziamenti: la raccolta dei fondi per la prossima missione è in
corso, la Flotilla ritiene di avere tutte le carte in regola, ma basta poco per
rallentare e complicare le cose. Senza contare che il Mediterraneo non è più
quello di sei mesi fa: ci sono più portaerei che navi commerciali.
L'articolo Flotilla nel mirino in Tunisia, botte al porto e poi le accuse di
“frode”: 5 in carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Cinque mesi fa abbiamo provato a raggiungere Gaza. Il nostro governo non ha
esitato a darci degli irresponsabili e dei provocatori, cercando di farci
credere che stavamo portando il nostro Paese in un conflitto globale. Adesso è
chiaro che sono proprio loro a trascinarci in una guerra pericolosissima.” A
dichiararlo è Tony La Piccirella, attivista della Global Sumud Flotilla, durante
il lancio della nuova missione diretta a Gaza che salperà il prossimo 12 aprile.
Alla conferenza stampa, tenutasi di fronte alla stazione Termini a Roma, nella
piazza ribattezzata piazza Gaza, erano presenti anche Greta Thunberg e Thiago
Avila. “Abbiamo molte violazioni
promosse da questo sistema capitalista e neo liberale – ha detto Avila –
dobbiamo ribellarci a meno che non vogliamo diventare schiavi dei milionari, dei
pedofili e delle nazioni complici dei genocidi.”
L'articolo La Sumud Flotilla lancia una nuova missione per Gaza, in piazza a
Roma anche Thunberg. Gli attivisti: “Per il governo siamo irresponsabili, ora ci
trascina in guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Partiranno anche dall’Italia per essere a Cuba il 21 marzo, sul Malecon
dell’Avana, con il “Nuestra America Convoy” che non sarà solo una Flotilla ma
appunto “è diventata un Convoy”, annunciano dagli organizzatori. Alcune barche
raggiungeranno l’isola da vari porti della regione caraibica, ma arriveranno
anche aerei con aiuti umanitari – cibo e soprattutto medicinali e attrezzature
mediche, il petrolio purtroppo non è possibile – per provare a “rompere
l’assedio”. Come a Gaza. Partono aiuti dagli Stati Uniti, dal Messico,
dall’Argentina e da molti altri Paesi tra cui il nostro.
“Trump sta facendo a Cuba quello che Netanyahu ha fatto a Gaza”, diceva nei
giorni scorsi David Adler, studioso di economia politica e coordinatore di
Progressive International, di cui è cofondatore l’ex ministro greco Yannis
Varoufakis. Qualche mese fa Adler, ebreo statunitense che vive a Londra, ha
partecipato alla Global Sumud Flotilla, era fra i 462 arrestati la notte del 1°
ottobre dalle forze israeliane davanti alle coste della Striscia e oggi è fra i
promotori dell’iniziativa per Cuba. Lo schema è lo stesso: “Quando i governi
applicano punizioni collettive, la gente comune ha la responsabilità di agire”,
dice ancora Adler.
La Global Sumud, che ad aprile ripartirà per Gaza, partecipa allo sforzo oltre
Atlantico. È in campo il brasiliano Thiago Avila e anche Greta Thunberg ha fatto
una dichiarazione a sostegno. Tra gli endorsement diffusi dagli organizzatori ci
sono quelli dell’ex sindaca di Barcellona Ada Colau – altra ex flotillera -,
dell’ex leader laburista britannico Jeremy Corbyn oggi in Progressive
International, di Eluan Gibb di Public services international che riunisce
centinaia di sindacati dei servizi pubblici nelle Americhe e nel mondo, della
parlamentare colombiana María Fernanda Carrascal. Si muovono forze politiche,
sindacati e gruppi dai Democratic socialist of America che hanno sostenuto
Zohran Mamdani a New York a diversi Paesi dell’America Latina. È una coalizione
molto plurale nata dalle relazioni intessute attorno alla Conferenza Nuestra
America tenuta a fine gennaio a Bogotà con la partecipazione di rappresentanti,
anche governativi, di 20 Paesi della regione, nei quali cresce la preoccupazione
per il ritorno a una versione assai brutale di quella che fu la “dottrina
Monroe”.
Con il taglio delle forniture venezuelane di petrolio dopo la cattura di Nicolas
Maduro da parte degli Stati Uniti, Cuba è al collasso: il ritorno dell’isola
nell’orbita Usa non è mai stato una prospettiva così concreta. Ma soprattutto
“le unità di terapia intensiva e i pronto soccorsi sono compromessi, così come
la produzione, la consegna e lo stoccaggio di vaccini, emoderivati e altri
farmaci sensibili alla temperatura”, ha scritto l’Alto commissariato Onu per i
diritti umani. Esperti delle Nazioni Unite parlano apertamente di “gravi
violazioni del diritto internazionale” a proposito degli ordini esecutivi di
Donald Trump contro Cuba, ma per il diritto internazionale, si sa, sono tempi
assai difficili.
“Noi ci stiamo muovendo dall’Italia, stiamo preparando un aereo che partirà da
Roma per L’Avana il 17, con scalo a Milano, per rientrare in Italia il 26. Circa
200 posti, stiamo cercando di avere anche lo spazio per imbarcare aiuti:
diffonderemo a breve una lista di medicinali che mancano. Al momento è ancora
tutto in divenire, stiamo parlando con sindacati, associazioni e forze
politiche, presto avremo un quadro completo di chi aderisce”, spiega Nicola
Favaro, torinese, portavoce di Let Cuba Breathe/European Convoy. Ha collaborato
con l’Aicec (Agenzia di interscambio culturale ed economico con Cuba) che da
oltre dieci anni è impegnata nella cooperazione con L’Avana, soprattutto per
sviluppare dell’industria del caffè e del cacao: carbon credits, fotovoltaico
per ottenere l’indipendenza energetica, biotecnologie per migliorare qualità del
caffè. “Aicec in questo momento – racconta Favaro – sta portando avanti, oltre
alla cooperazione, una grande campagna di sostegno”. Altri aerei potrebbero
forse partire da Spagna e Germania. La quota di partecipazione dall’Italia si
aggira poco sopra i mille euro a persona, può scendere se si fanno avanti
donatori: la raccolta dei fondi è appena all’inizio.
Per certi aspetti, è quasi l’opposto della Flotilla per Gaza. Partire, almeno
via mare, sembra più difficile che arrivare a destinazione. Almeno in teoria,
infatti, nessuna forza militare dovrebbe fermare le barche che potrebbero
prendere il mare dal Messico, dalla Colombia o dalla Repubblica Dominicana – sui
porti di partenza c’è una comprensibile riservatezza, anche se poi nulla sfugge
alle agenzie Usa – dirette a Cuba con cibo e medicinali. Quindi non c’è motivo
di comprare barche “a perdere” come quelle dirette a Gaza, quasi certamente
destinate al “sequestro” da parte della Marina israeliana. Contando di
riportarle indietro, gli organizzatori stanno cercando di noleggiarle, ma non è
facile: chi le ha teme le sanzioni statunitensi e questo sembra essere uno dei
motivi per cui sono passati dalla Flotilla al Convoy. Così funziona l’America
Latina sempre più “cortile di casa” degli Stati Uniti. L’obiettivo resta quello
di imbarcare e portare a Cuba anche via mare quanti più aiuti sarà possibile: se
tutto andrà bene il 21 marzo, da L’Avana usciranno barche cubane –
ragionevolmente a vela – per andare ad accogliere al largo la flotta della
solidarietà.
Le cronache dall’isola sono spaventose anche a fronte di un embargo che dura,
con alterne vicende, fin dalla rivoluzione castrista del 1959. I Paesi
latinoamericani sono minacciati di sanzioni se aiutano Cuba, c’era già carenza
di molti beni essenziali e ora non c’è abbastanza carburante per i generatori
degli ospedali come per le auto e i bus, manca spesso la corrente elettrica e
anche Internet per lo più non funziona. Trump non ci ha girato attorno: “Non ci
saranno più petrolio né soldi che vanno a Cuba. Suggerisco fortemente di fare un
accordo prima che sia troppo tardi”, aveva scritto a gennaio sul suo social
Truth, rafforzando il concetto perfino con qualche maiuscola.
Si rincorrono voci sul negoziato che potrebbe portare a un possibile cambio di
leadership, in apparenza morbido, sul modello di quanto fatto a Caracas, con il
ritorno di Cuba a una sorta di protettorato turistico statunitense come ai tempi
di Fulgencio Batista. Si compirebbe la vendetta di Marco Rubio, il Segretario di
Stato, figlio di cubani emigrati negli Usa in realtà prima del 1959, che però
“rivuole” l’isola. Vedremo.
L'articolo La Flotilla diventa Convoy, si parte anche dall’Italia con gli aerei
per l’Avana: “Rompere l’assedio a Cuba” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un incontro pubblico per non distogliere lo sguardo dal genocidio ancora in
corso, attraverso le voci di chi quella terra l’ha vissuta in prima persona. È
questo l’obiettivo dell’evento “PALESTINA. Il racconto della verità”, in
programma sabato 28 febbraio alle 17 nella Sala Search, in Largo Carlo Felice 2,
a Cagliari. L’iniziativa è promossa dal Movimento 5 Stelle.
In un contesto internazionale in cui – spiegano gli organizzatori – la
narrazione degli eventi spesso non rispetta i fatti reali, l’intento è quello di
dare spazio a testimonianze dirette, lontane da ricostruzioni considerate
distanti dalla realtà. Cuore dell’incontro sarà il racconto di chi era a bordo
della Global Sumud Flotilla, la spedizione salpata lo scorso 30 agosto con
l’obiettivo di tentare di rompere l’isolamento delle coste palestinesi. Durante
il pomeriggio sarà proiettato un video documentale inedito, registrato in mare
nel corso dell’esperienza, che verrà commentato dal senatore del Movimento 5
Stelle Marco Croatti, presente sulla flotta e testimone diretto degli eventi.
Insieme a lui interverranno anche Marco Loi, soccorritore professionale
imbarcato sulla spedizione, e il giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro
Mantovani, che ha seguito tutta la vicenda della Flotilla a bordo della Otaria,
una delle imbarcazioni che facevano parte della Flotilla.
Ad aprire l’incontro sarà il consigliere comunale pentastellato Luciano Congiu
mentre la moderazione sarà affidata a Nicola Marini, rappresentante del gruppo
territoriale. Oltre alle testimonianze dei partecipanti alla Flotilla, sono
previsti contributi di approfondimento del dottor Fawzi Ismail, presidente
dell’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina, e Mariella Setzu
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Le
conclusioni e i saluti finali saranno affidati al senatore Ettore Licheri.
L'articolo A Cagliari l’incontro “Palestina. Il racconto della verità”:
testimonianze dirette dalla Flotilla. Tra gli ospiti il cronista del Fatto
Alessandro Mantovani proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un
imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e
della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano
anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha
restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e
sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori
necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea.
Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e
l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto
si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile
dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che
cercavano riparo dalle fiamme.
La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che
l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo
appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non
andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano
animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not
least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le
conquiste di nuovi territori.
Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con
una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere
della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le
volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di
domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione
tanto radicale.
Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una
sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud
Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale
riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può
trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i
conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo
indietro.
Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori
su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del
presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come
gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi
nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa.
Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è
stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una
differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che
subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo
di sterminio nazista.
Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non
si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini
e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta
bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che
in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la
differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde
mercato che insegue se stesso.
La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in
questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a
protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che
hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per
lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata
all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola
stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri.
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L'articolo Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata
come la sola stella che ha brillato in questi anni neri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sulla Flotilla ci tornerebbe, ma “non è detto che la seconda volta avrà la
stessa attenzione mediatica della prima” e allora, anche con molte più barche,
si rischia pure “che qualcuna la affondino”, dice Vanni Bianconi, scrittore e
poeta svizzero del Canton Ticino, che ha scritto il primo libro sulla Global
Sumud Flotilla. Si chiama “Wahoo! Un’Odissea al contrario”, edito da Marcos y
Marcos. Dopo Locarno lo presentano oggi 3 dicembre a Milano alla Libreria del
Convegno (ore 19) e il 17 dicembre a Roma (Libreria Giufà).
Wahoo! è la barca di cui Bianconi era l’organiser, il responsabile politico,
anche se non è un attivista. L’abbiamo conosciuto con le fascette ai polsi sul
blindato che ci trasferiva dal porto di Ashdod al carcere di Keziot, prima col
riscaldamento acceso e poi con l’aria condizionata gelida. Ci siamo ritrovati
insieme a Istanbul, riportati indietro dal governo turco con tutti gli onori:
“Non è che arriva anche Erdogan?”, si chiedeva Bianconi, con una certa
preoccupazione. “Ma le battaglie non puoi farle tutte insieme”, taglia corto
ora. Ai primi 26 italiani rimpatriati ha pagato tutto la Turchia, agli svizzeri
la Confederazione ha invece ha presentato il conto: “A me hanno chiesto 300
franchi, ad altri anche mille”, dice Bianconi.
Nato nel 1977, vive tra Londra e Locarno, è stato responsabile dei programmi
culturali della Radiotelevisione svizzera italiana, tra i creatori della rivista
plurilingue www.specimen.press e della piattaforma internazionale di podcast
www.tornasole.audio, le sue poesie sono state tradotte in dodici lingue. Ha
scritto un libro denso, cronaca e diario di bordo ma anche opera letteraria,
dove i droni si mescolano alle stelle e l’Odissea al contrario è il viaggio
verso l’inferno di Gaza. Lì però lo aspettava Qasem Waleed, un giovane fisico
che racconta il genocidio su Al Jazeera, sfollato nove volte dal 7 ottobre 2023:
gli scriveva mentre Bianconi navigava e il libro si chiude con una conversazione
tra i due, lo svizzero e il palestinese. I diritti d’autore serviranno a
ricostruire la casa della famiglia di Qaseem a Khan Younis.
C’è chi ha fatto una certa fatica a tornare alla vita normale. È successo anche
a te?
Mi è successo a gennaio, quando sono tornato dalla Cisgiordania. Lì era
difficile, ero a Tubas, non è lontano da dove hanno picchiato i tre italiani e
la canadese qualche giorno fa. Stavo con i beduini, gli israeliani spaccano i
denti anche ai loro figli, gli distruggono le cose, gli uccidono le pecore e
loro non si lamentano. E poi sono tornato in Svizzera dove c’è tutto e di più e
una lamentela costante: ho fatto molta fatica. Stavolta tra scrivere, fare
incontri e andare nelle scuole non mi sono ancora fermato un attimo, non ho
avuto neanche tempo di fare fatica. Atterrare correndo, come dicono in inglese.
Qaseem Waleed come l’hai conosciuto?
Avevo letto su Al Jazeera alcuni suoi articoli in cui da giovane scienziato,
usando metafore della scienza anche complesse come il gatto di Schrödinger,
riusciva a prendere l’immaginazione e a farti soffrire di nuovo mentre rischiamo
di essere assuefatti dal numero di morti, non riusciamo più a sentire il dolore
e la rabbia. Gli ho chiesto allora di scrivere un podcast per una mia
piattaforma, ha scritto un testo bellissimo e poi un designer invece di fare un
sound design col violoncello accorato ha fatto una cosa di fantascienza con un
sintetizzatore, rompendogli la voce. Una modalità molto gazawi, palestinese, che
con irriverenza e genialità riparte dalle cose distrutte e dolorose per andare
avanti. Siamo rimasti in contatto e mentre navigavo mi mandava i video: ci
invitava a pranzo a casa a sua ma non ha più la casa, mi offriva la la maqluba
di sua madre (un piatto palestinese, ndr) ma non c’è cibo. Nell’ultimo video, la
notte dell’intercettazione diceva: ‘Non posso credere che lo sto dicendo ma
penso davvero che ce la potreste fare’. Sapevano come noi che era molto
difficile. Poi quando sono tornato ci siamo parlati, lui non aveva mai fatto
videochiamate dal 7 ottobre, ci siamo parlati per 4 ore, ogni volta cadeva Zoom
e doveva riattivare la connessione.
Sei andato tante volte in Palestina?
Ero andato a Ramallah per la Qalandiya International, una biennale d’arte, nel
2015, e poi a gennaio.
Altre flottiglie in passato mai?
No, io non sono un attivista. Finora avevo sempre lavorato con la scrittura, con
la cultura. Ero in Bosnia nell’estate del ’24 con l’angoscia per Gaza e stare a
Sarajevo, dove la gente ti parla ancora dell’assedio e della guerra, mi ha
mandato in crisi. La storia non è una tragedia dopo l’altra, ci sono momenti che
definiscono il nostro tempo e chi siamo noi. Mi sono reso conto che sulla guerra
jugoslava ho scritto poesie, avevo 17/18 anni, non ho mai pensato di metterci il
corpo, di fare qualcosa. E mi sono promesso che non sarebbe più bastato, in una
poesia ho promesso che mi sarei alzato e sarei andato. Dopo il 7 ottobre c’era
solo l’International solidarity movement per andare, a Ramallah ci hanno fatto
un training serio: chi sono i coloni, che proiettili usano, ogni venti minuti
dicevano ‘voi potete morire’… Abbastanza tosto. Sono andato a nord nella valle
del Giordano, dove ci sono gli ultimi degli ultimi, le famiglie di beduini che
fanno il lavoro di uno Stato: papà, mamma, dieci figli, cento capre… quando li
fanno fuori la terra viene presa. E loro stanno lì, sanno che non c’è speranza
ma resistono. È stato il mio primo gesto da attivista, col tuo passaporto
svizzero ti metti in mezzo, come gli italiani che hanno picchiato adesso, cerchi
di de-escalare la violenza e di documentare. Poi ho fatto il tentativo della
Global March a giugno in Egitto e gli svizzeri mi hanno chiesto di essere
responsabile di una barca della Sumud.
Scrivi che c’erano pochi intellettuali e artisti sulle barche, forse è anche
vero se pensiamo a figure tradizionali. Ma perché?
Persone colte e creative ce n’erano tante, scrittori o artisti visivi meno. Ho
visto attivisti puri e poi le dimensioni legate all’Islam o alla Malesia, gli
influencer, ma artisti nel senso delle arti liberali ne ho incontrati pochi.
Almeno così mi è sembrato.
Si prepara un’altra Flotilla ancora più grande per la prossima primavera, pensi
di andare?
Spererei di no, ho una vita, una figlia, genitori vecchi. Però questo finto
cessate il fuoco, il fatto che la gente ci creda… La Svizzera italiana è un
contesto piccolo, musone e lamentoso, eppure abbiamo smosso dal torpore e
dall’apatia masse di ogni generazione, di ogni estrazione. Dovunque mi fermassi
c’erano dieci persone che venivano: chi piangeva, chi mi abbracciava, chi mi
insultava perché non aveva dormito tre notti… È durato per settimane e ancora
adesso succede.
L’hai scritto nel libro: non siamo eroi, semmai lo sono i gazawi che trovano
pure la forza di solidarizzare con noi…
Quella è la cosa più incredibile. Non solo la loro resistenza in questi due anni
e in questi 77 anni. E non solo che con la loro coerenza e sumud offrono uno
specchio al mondo in cui individui e società vedono riflesse le proprie
ipocrisie e le proprie inadempienze. Ma anche il modo in cui resistono, con
delicatezza, cura, humour, generosità per il mondo che, così spesso, quello
specchio lo usa solo per mettersi un po’ più di cipria. C’è una parola araba che
riassume questo ed altro: adab. Letteratura, buone maniere, etica, delicatezza.
È il titolo dell’ultima parte del libro.
Ma insomma ti rimetteresti su una barca per Gaza?
Tante persone sono state toccate e ora invece l’opinione più ampia si sta di
nuovo riaddormentando. Questo rende necessario per chi ci è passato, per chi
inizia avere qualche conoscenza su come può funzionare una Flotilla, essere di
nuovo in prima linea.
Con tante barche è anche possibile che qualcuna passi e arrivi a Gaza.
Sì, è possibile, ma è anche possibile che qualcuna la affondino. Un giornalista
di Arabiya, che era imbarcato e poi è sceso durante l’attesa estenuante in
Sicilia, mi ha detto che la strategia israeliana era di colpirne uno per
educarne cento. Sarebbe potuto succedere, secondo fonti che ritiene affidabili,
se non avessero fatto l’errore dei cordoni incendiari e non si fossero mosse, di
conseguenza, le diplomazie sottotraccia e le fregate mandate da Italia, Spagna e
Turchia. Non sono sicuro che un’altra Flotilla avrebbe la stessa attenzione
mediatica della prima. Le fragili barche arcaiche che vanno contro il mostro
erano un gesto poetico e ha funzionato. Le Mille Madleen che sono andate dopo di
noi, più fighe e con più artisti, molto meno. Ma funzionerà ancora una
narrazione così simile? Vedo che c’è anche un altro progetto di portare lì
cinque grandi navi con molti medici. Si passerebbe da un discorso poetico, le
fragili barche con sopra i civili, a Grey’s Anatomy: cosa c’è di più giusto che
portare lì medici, infermieri e farmaci? Io voglio esserci, ma vorrei anche una
riflessione. Questa volta c’è tempo.
Ultima cosa: la parola Cipro non c’è mai nel libro…
Cipro? Vuoi dire cipria? (ride, ndr)
Mentre in Italia e nella delegazione italiana si parlava molto di Cipro, del
tentativo cioè di portare gli aiuti umanitari lì dirottando la Flotilla,
l’organizzazione nel complesso non ha mai preso in considerazione questa
ipotesi. Sulla tua barca non se n’è neanche parlato?
Non avremmo accettato, saremmo andati dritti. È cipria, è far finta di trovare
una soluzione. Lo sai tu e lo so io che gli aiuti umanitari c’erano, erano
importanti e però erano simbolici. Erano fermi allora e sono fermi ancora adesso
al valico di Rafah. La questione non era ‘dateci gli aiuti che li portiamo noi’:
era aprire il corridoio e poi gli aiuti veri sarebbero arrivati.
L'articolo Sumud Flotilla, lo scrittore Vanni Bianconi: “Un’esperienza difficile
da ripetere, ma i veri eroi sono i palestinesi, non noi che eravamo a bordo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “garante” segue l’altro: 150mila euro di penale comminati dalla Commissione
per la “Privacy” (con i voti dei consiglieri di destra ma anche del presidente
Pd e del membro Cinque Stelle) a Sigfrido Ranucci di Report per colpire la
libertà d’informazione; poi fino a 2 milioni di euro che la Commissione sugli
scioperi vorrebbe togliere alle 8 Confederazioni (Cgil, Usb, Cobas, Unicobas,
Cub ed altri) che hanno proclamato lo sciopero generale del 3 ottobre per Gaza e
a ognuna delle loro articolazioni di categoria (circa 40 differenti soggetti
giuridici). I “garanti” sono delle autocrazie, manganelli del governo e dei
poteri forti?
Nel merito dello sciopero, va detto che l’illegittima aggressione armata da
parte dello Stato di Israele contro imbarcazioni civili (diciotto delle quali
battenti bandiera italiana) in navigazione per Gaza, avvenuta il primo ottobre
(quando abbiamo proclamato lo sciopero), ha imposto l’obbligo morale di chiamare
i lavoratori italiani a manifestare con urgenza per l’incolumità e la sicurezza
dei cittadini e dei lavoratori imbarcati nella Global Sumud Flotilla, impegnati
in azioni umanitarie di solidarietà verso la popolazione palestinese, vittima,
come ritenuto dall’Onu, per due anni, di un attacco militare indiscriminato che
ha ucciso 80mila persone, prevalentemente civili, fra le quali almeno 20mila
minori, con centinaia di migliaia di feriti privati persino di medicinali, cibo
e acqua potabile.
Dunque, anche per la rapida successione degli avvenimenti, doveva applicarsi
l’art. 2, comma 7, della L. 146/1990 sul diritto di sciopero che esime da regole
e preavviso quando si tratta di difendere i principi costituzionali. La delibera
restrittiva del 2.10.2025 della Commissione di Garanzia contraddice lo spirito
della norma.
Il 3 ottobre si trattava di spingere il governo italiano a proteggere quanti
erano sulla Flotilla, almeno fino al limite convenzionale di 12 miglia dalla
costa, in acque territoriali impropriamente gestite da Israele di fronte alla
striscia di Gaza (entità palestinese). La Marina Militare, della quale sarebbe
bastata la mera presenza, ha seguito gli eventi soltanto fino a 150 miglia dalla
costa, per poi abbandonare i naviganti (ed i propri cittadini) in balia di
Israele, che aveva annunciato di voler trattare i componenti della Flotilla come
“terroristi”. L’illegale abbordaggio, con il sequestro ad armi spianate delle
persone e dei natanti, è infatti avvenuto in acque internazionali, fra le 60 e
le 70 miglia marine dal terra: un vero e proprio atto di pirateria, vietato dal
diritto internazionale, con precise regole d’ingaggio vincolanti anche per il
nostro Paese.
Lo sciopero generale risultava l’unico strumento per consentire ai lavoratori
italiani di esprimersi immediatamente contro la connivenza del governo italiano,
nonché contro l’aggressione dello Stato di Israele al Popolo Palestinese e ai
suoi sostenitori, a cominciare dai membri della Flotilla. Il governo non ha
seguito le prescrizioni costituzionali, eludendo il ripudio della guerra e
sostenendo uno stato aggressore. Sinergie militari con Israele, scambi
commerciali e di materiale bellico coinvolgenti società e imprese italiane,
anche pubbliche o partecipate, considerata l’indiscriminata violazione del
diritto internazionale, avrebbero dovuto (e devono) essere interrotti. Ma
l’Italia ha votato in sede Ue contro qualsiasi sanzione ad Israele ed ha
rassicurato Netanyahu quando gli è stato spiccato contro un mandato d’arresto
internazionale.
Costituzionalmente, l’astensione collettiva dal lavoro è uno degli strumenti a
tutela dei diritti inviolabili: libertà di espressione e partecipazione
sindacale e politica, di opinione e di manifestazione. Senza lo sciopero i
lavoratori italiani non avrebbero potuto manifestare tempestivamente durante
l’orario lavorativo. Tale esigenza è stata confermata dall’enorme presenza di
piazza in tutto il territorio nazionale.
Infine, il procedimento della Commissione di Garanzia non è solo giuridicamente
viziato e volutamente repressivo, ma risulta persino raffazzonato. La premura
persecutoria, caldeggiata fra gli altri dal ministro Salvini, ha indotto la
Commissione in errori madornali.
Oltre ad un preavviso di 2 giorni anziché 10, viene contestato il mancato
rispetto dei termini di interruzione con piccoli scioperi locali e di settore
già previsti da organizzazioni diverse, quando in passato la medesima
Commissione ha considerato lo sciopero generale “assorbente” e prevalente sugli
altri. Ma il massimo dell’improvvisazione sta nel contestare alla Cib Unicobas
uno sciopero nei trasporti, mai proclamato onde evitare ai lavoratori i rischi
legati alla minacciata precettazione.
Poi l’Unicobas Scuola e Università, sindacato autonomo e distinto (che ha
evitato la proclamazione esistendo già una regolare indizione per il comparto da
parte del SiCobas), viene chiamato in causa come la Cib Unicobas, unico ente
proclamante. L’Unicobas Scuola è attivo in un settore ove lo sciopero è stato
considerato legittimo: sarebbe stato controproducente metterlo a rischio con
un’ulteriore inutile indizione fuori dai termini di legge. La confusione ci
espone ad un raddoppio della sanzione.
Quanti hanno a cuore la libertà d’espressione, la democrazia ed il diritto delle
organizzazioni sindacali di indire scioperi quando questo è decisivo, e quello
dei lavoratori di aderirvi, devono vigilare attentamente sulla conclusione di
queste inaudite vicende. Anche per questo il sindacalismo di base sciopera di
nuovo il 28 novembre.
L'articolo Scioperi e libertà d’informazione: dov’è la terzietà dei “Garanti”?
proviene da Il Fatto Quotidiano.