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Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata come la sola stella che ha brillato in questi anni neri
di Rosamaria Fumarola La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea. Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che cercavano riparo dalle fiamme. La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le conquiste di nuovi territori. Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione tanto radicale. Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo indietro. Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa. Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo di sterminio nazista. Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde mercato che insegue se stesso. La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. 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Sumud Flotilla, lo scrittore Vanni Bianconi: “Un’esperienza difficile da ripetere, ma i veri eroi sono i palestinesi, non noi che eravamo a bordo”
Sulla Flotilla ci tornerebbe, ma “non è detto che la seconda volta avrà la stessa attenzione mediatica della prima” e allora, anche con molte più barche, si rischia pure “che qualcuna la affondino”, dice Vanni Bianconi, scrittore e poeta svizzero del Canton Ticino, che ha scritto il primo libro sulla Global Sumud Flotilla. Si chiama “Wahoo! Un’Odissea al contrario”, edito da Marcos y Marcos. Dopo Locarno lo presentano oggi 3 dicembre a Milano alla Libreria del Convegno (ore 19) e il 17 dicembre a Roma (Libreria Giufà). Wahoo! è la barca di cui Bianconi era l’organiser, il responsabile politico, anche se non è un attivista. L’abbiamo conosciuto con le fascette ai polsi sul blindato che ci trasferiva dal porto di Ashdod al carcere di Keziot, prima col riscaldamento acceso e poi con l’aria condizionata gelida. Ci siamo ritrovati insieme a Istanbul, riportati indietro dal governo turco con tutti gli onori: “Non è che arriva anche Erdogan?”, si chiedeva Bianconi, con una certa preoccupazione. “Ma le battaglie non puoi farle tutte insieme”, taglia corto ora. Ai primi 26 italiani rimpatriati ha pagato tutto la Turchia, agli svizzeri la Confederazione ha invece ha presentato il conto: “A me hanno chiesto 300 franchi, ad altri anche mille”, dice Bianconi. Nato nel 1977, vive tra Londra e Locarno, è stato responsabile dei programmi culturali della Radiotelevisione svizzera italiana, tra i creatori della rivista plurilingue www.specimen.press e della piattaforma internazionale di podcast www.tornasole.audio, le sue poesie sono state tradotte in dodici lingue. Ha scritto un libro denso, cronaca e diario di bordo ma anche opera letteraria, dove i droni si mescolano alle stelle e l’Odissea al contrario è il viaggio verso l’inferno di Gaza. Lì però lo aspettava Qasem Waleed, un giovane fisico che racconta il genocidio su Al Jazeera, sfollato nove volte dal 7 ottobre 2023: gli scriveva mentre Bianconi navigava e il libro si chiude con una conversazione tra i due, lo svizzero e il palestinese. I diritti d’autore serviranno a ricostruire la casa della famiglia di Qaseem a Khan Younis. C’è chi ha fatto una certa fatica a tornare alla vita normale. È successo anche a te? Mi è successo a gennaio, quando sono tornato dalla Cisgiordania. Lì era difficile, ero a Tubas, non è lontano da dove hanno picchiato i tre italiani e la canadese qualche giorno fa. Stavo con i beduini, gli israeliani spaccano i denti anche ai loro figli, gli distruggono le cose, gli uccidono le pecore e loro non si lamentano. E poi sono tornato in Svizzera dove c’è tutto e di più e una lamentela costante: ho fatto molta fatica. Stavolta tra scrivere, fare incontri e andare nelle scuole non mi sono ancora fermato un attimo, non ho avuto neanche tempo di fare fatica. Atterrare correndo, come dicono in inglese. Qaseem Waleed come l’hai conosciuto? Avevo letto su Al Jazeera alcuni suoi articoli in cui da giovane scienziato, usando metafore della scienza anche complesse come il gatto di Schrödinger, riusciva a prendere l’immaginazione e a farti soffrire di nuovo mentre rischiamo di essere assuefatti dal numero di morti, non riusciamo più a sentire il dolore e la rabbia. Gli ho chiesto allora di scrivere un podcast per una mia piattaforma, ha scritto un testo bellissimo e poi un designer invece di fare un sound design col violoncello accorato ha fatto una cosa di fantascienza con un sintetizzatore, rompendogli la voce. Una modalità molto gazawi, palestinese, che con irriverenza e genialità riparte dalle cose distrutte e dolorose per andare avanti. Siamo rimasti in contatto e mentre navigavo mi mandava i video: ci invitava a pranzo a casa a sua ma non ha più la casa, mi offriva la la maqluba di sua madre (un piatto palestinese, ndr) ma non c’è cibo. Nell’ultimo video, la notte dell’intercettazione diceva: ‘Non posso credere che lo sto dicendo ma penso davvero che ce la potreste fare’. Sapevano come noi che era molto difficile. Poi quando sono tornato ci siamo parlati, lui non aveva mai fatto videochiamate dal 7 ottobre, ci siamo parlati per 4 ore, ogni volta cadeva Zoom e doveva riattivare la connessione. Sei andato tante volte in Palestina? Ero andato a Ramallah per la Qalandiya International, una biennale d’arte, nel 2015, e poi a gennaio. Altre flottiglie in passato mai? No, io non sono un attivista. Finora avevo sempre lavorato con la scrittura, con la cultura. Ero in Bosnia nell’estate del ’24 con l’angoscia per Gaza e stare a Sarajevo, dove la gente ti parla ancora dell’assedio e della guerra, mi ha mandato in crisi. La storia non è una tragedia dopo l’altra, ci sono momenti che definiscono il nostro tempo e chi siamo noi. Mi sono reso conto che sulla guerra jugoslava ho scritto poesie, avevo 17/18 anni, non ho mai pensato di metterci il corpo, di fare qualcosa. E mi sono promesso che non sarebbe più bastato, in una poesia ho promesso che mi sarei alzato e sarei andato. Dopo il 7 ottobre c’era solo l’International solidarity movement per andare, a Ramallah ci hanno fatto un training serio: chi sono i coloni, che proiettili usano, ogni venti minuti dicevano ‘voi potete morire’… Abbastanza tosto. Sono andato a nord nella valle del Giordano, dove ci sono gli ultimi degli ultimi, le famiglie di beduini che fanno il lavoro di uno Stato: papà, mamma, dieci figli, cento capre… quando li fanno fuori la terra viene presa. E loro stanno lì, sanno che non c’è speranza ma resistono. È stato il mio primo gesto da attivista, col tuo passaporto svizzero ti metti in mezzo, come gli italiani che hanno picchiato adesso, cerchi di de-escalare la violenza e di documentare. Poi ho fatto il tentativo della Global March a giugno in Egitto e gli svizzeri mi hanno chiesto di essere responsabile di una barca della Sumud. Scrivi che c’erano pochi intellettuali e artisti sulle barche, forse è anche vero se pensiamo a figure tradizionali. Ma perché? Persone colte e creative ce n’erano tante, scrittori o artisti visivi meno. Ho visto attivisti puri e poi le dimensioni legate all’Islam o alla Malesia, gli influencer, ma artisti nel senso delle arti liberali ne ho incontrati pochi. Almeno così mi è sembrato. Si prepara un’altra Flotilla ancora più grande per la prossima primavera, pensi di andare? Spererei di no, ho una vita, una figlia, genitori vecchi. Però questo finto cessate il fuoco, il fatto che la gente ci creda… La Svizzera italiana è un contesto piccolo, musone e lamentoso, eppure abbiamo smosso dal torpore e dall’apatia masse di ogni generazione, di ogni estrazione. Dovunque mi fermassi c’erano dieci persone che venivano: chi piangeva, chi mi abbracciava, chi mi insultava perché non aveva dormito tre notti… È durato per settimane e ancora adesso succede. L’hai scritto nel libro: non siamo eroi, semmai lo sono i gazawi che trovano pure la forza di solidarizzare con noi… Quella è la cosa più incredibile. Non solo la loro resistenza in questi due anni e in questi 77 anni. E non solo che con la loro coerenza e sumud offrono uno specchio al mondo in cui individui e società vedono riflesse le proprie ipocrisie e le proprie inadempienze. Ma anche il modo in cui resistono, con delicatezza, cura, humour, generosità per il mondo che, così spesso, quello specchio lo usa solo per mettersi un po’ più di cipria. C’è una parola araba che riassume questo ed altro: adab. Letteratura, buone maniere, etica, delicatezza. È il titolo dell’ultima parte del libro. Ma insomma ti rimetteresti su una barca per Gaza? Tante persone sono state toccate e ora invece l’opinione più ampia si sta di nuovo riaddormentando. Questo rende necessario per chi ci è passato, per chi inizia avere qualche conoscenza su come può funzionare una Flotilla, essere di nuovo in prima linea. Con tante barche è anche possibile che qualcuna passi e arrivi a Gaza. Sì, è possibile, ma è anche possibile che qualcuna la affondino. Un giornalista di Arabiya, che era imbarcato e poi è sceso durante l’attesa estenuante in Sicilia, mi ha detto che la strategia israeliana era di colpirne uno per educarne cento. Sarebbe potuto succedere, secondo fonti che ritiene affidabili, se non avessero fatto l’errore dei cordoni incendiari e non si fossero mosse, di conseguenza, le diplomazie sottotraccia e le fregate mandate da Italia, Spagna e Turchia. Non sono sicuro che un’altra Flotilla avrebbe la stessa attenzione mediatica della prima. Le fragili barche arcaiche che vanno contro il mostro erano un gesto poetico e ha funzionato. Le Mille Madleen che sono andate dopo di noi, più fighe e con più artisti, molto meno. Ma funzionerà ancora una narrazione così simile? Vedo che c’è anche un altro progetto di portare lì cinque grandi navi con molti medici. Si passerebbe da un discorso poetico, le fragili barche con sopra i civili, a Grey’s Anatomy: cosa c’è di più giusto che portare lì medici, infermieri e farmaci? Io voglio esserci, ma vorrei anche una riflessione. Questa volta c’è tempo. Ultima cosa: la parola Cipro non c’è mai nel libro… Cipro? Vuoi dire cipria? (ride, ndr) Mentre in Italia e nella delegazione italiana si parlava molto di Cipro, del tentativo cioè di portare gli aiuti umanitari lì dirottando la Flotilla, l’organizzazione nel complesso non ha mai preso in considerazione questa ipotesi. Sulla tua barca non se n’è neanche parlato? Non avremmo accettato, saremmo andati dritti. È cipria, è far finta di trovare una soluzione. Lo sai tu e lo so io che gli aiuti umanitari c’erano, erano importanti e però erano simbolici. Erano fermi allora e sono fermi ancora adesso al valico di Rafah. La questione non era ‘dateci gli aiuti che li portiamo noi’: era aprire il corridoio e poi gli aiuti veri sarebbero arrivati. L'articolo Sumud Flotilla, lo scrittore Vanni Bianconi: “Un’esperienza difficile da ripetere, ma i veri eroi sono i palestinesi, non noi che eravamo a bordo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scioperi e libertà d’informazione: dov’è la terzietà dei “Garanti”?
Un “garante” segue l’altro: 150mila euro di penale comminati dalla Commissione per la “Privacy” (con i voti dei consiglieri di destra ma anche del presidente Pd e del membro Cinque Stelle) a Sigfrido Ranucci di Report per colpire la libertà d’informazione; poi fino a 2 milioni di euro che la Commissione sugli scioperi vorrebbe togliere alle 8 Confederazioni (Cgil, Usb, Cobas, Unicobas, Cub ed altri) che hanno proclamato lo sciopero generale del 3 ottobre per Gaza e a ognuna delle loro articolazioni di categoria (circa 40 differenti soggetti giuridici). I “garanti” sono delle autocrazie, manganelli del governo e dei poteri forti? Nel merito dello sciopero, va detto che l’illegittima aggressione armata da parte dello Stato di Israele contro imbarcazioni civili (diciotto delle quali battenti bandiera italiana) in navigazione per Gaza, avvenuta il primo ottobre (quando abbiamo proclamato lo sciopero), ha imposto l’obbligo morale di chiamare i lavoratori italiani a manifestare con urgenza per l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori imbarcati nella Global Sumud Flotilla, impegnati in azioni umanitarie di solidarietà verso la popolazione palestinese, vittima, come ritenuto dall’Onu, per due anni, di un attacco militare indiscriminato che ha ucciso 80mila persone, prevalentemente civili, fra le quali almeno 20mila minori, con centinaia di migliaia di feriti privati persino di medicinali, cibo e acqua potabile. Dunque, anche per la rapida successione degli avvenimenti, doveva applicarsi l’art. 2, comma 7, della L. 146/1990 sul diritto di sciopero che esime da regole e preavviso quando si tratta di difendere i principi costituzionali. La delibera restrittiva del 2.10.2025 della Commissione di Garanzia contraddice lo spirito della norma. Il 3 ottobre si trattava di spingere il governo italiano a proteggere quanti erano sulla Flotilla, almeno fino al limite convenzionale di 12 miglia dalla costa, in acque territoriali impropriamente gestite da Israele di fronte alla striscia di Gaza (entità palestinese). La Marina Militare, della quale sarebbe bastata la mera presenza, ha seguito gli eventi soltanto fino a 150 miglia dalla costa, per poi abbandonare i naviganti (ed i propri cittadini) in balia di Israele, che aveva annunciato di voler trattare i componenti della Flotilla come “terroristi”. L’illegale abbordaggio, con il sequestro ad armi spianate delle persone e dei natanti, è infatti avvenuto in acque internazionali, fra le 60 e le 70 miglia marine dal terra: un vero e proprio atto di pirateria, vietato dal diritto internazionale, con precise regole d’ingaggio vincolanti anche per il nostro Paese. Lo sciopero generale risultava l’unico strumento per consentire ai lavoratori italiani di esprimersi immediatamente contro la connivenza del governo italiano, nonché contro l’aggressione dello Stato di Israele al Popolo Palestinese e ai suoi sostenitori, a cominciare dai membri della Flotilla. Il governo non ha seguito le prescrizioni costituzionali, eludendo il ripudio della guerra e sostenendo uno stato aggressore. Sinergie militari con Israele, scambi commerciali e di materiale bellico coinvolgenti società e imprese italiane, anche pubbliche o partecipate, considerata l’indiscriminata violazione del diritto internazionale, avrebbero dovuto (e devono) essere interrotti. Ma l’Italia ha votato in sede Ue contro qualsiasi sanzione ad Israele ed ha rassicurato Netanyahu quando gli è stato spiccato contro un mandato d’arresto internazionale. Costituzionalmente, l’astensione collettiva dal lavoro è uno degli strumenti a tutela dei diritti inviolabili: libertà di espressione e partecipazione sindacale e politica, di opinione e di manifestazione. Senza lo sciopero i lavoratori italiani non avrebbero potuto manifestare tempestivamente durante l’orario lavorativo. Tale esigenza è stata confermata dall’enorme presenza di piazza in tutto il territorio nazionale. Infine, il procedimento della Commissione di Garanzia non è solo giuridicamente viziato e volutamente repressivo, ma risulta persino raffazzonato. La premura persecutoria, caldeggiata fra gli altri dal ministro Salvini, ha indotto la Commissione in errori madornali. Oltre ad un preavviso di 2 giorni anziché 10, viene contestato il mancato rispetto dei termini di interruzione con piccoli scioperi locali e di settore già previsti da organizzazioni diverse, quando in passato la medesima Commissione ha considerato lo sciopero generale “assorbente” e prevalente sugli altri. Ma il massimo dell’improvvisazione sta nel contestare alla Cib Unicobas uno sciopero nei trasporti, mai proclamato onde evitare ai lavoratori i rischi legati alla minacciata precettazione. Poi l’Unicobas Scuola e Università, sindacato autonomo e distinto (che ha evitato la proclamazione esistendo già una regolare indizione per il comparto da parte del SiCobas), viene chiamato in causa come la Cib Unicobas, unico ente proclamante. L’Unicobas Scuola è attivo in un settore ove lo sciopero è stato considerato legittimo: sarebbe stato controproducente metterlo a rischio con un’ulteriore inutile indizione fuori dai termini di legge. La confusione ci espone ad un raddoppio della sanzione. Quanti hanno a cuore la libertà d’espressione, la democrazia ed il diritto delle organizzazioni sindacali di indire scioperi quando questo è decisivo, e quello dei lavoratori di aderirvi, devono vigilare attentamente sulla conclusione di queste inaudite vicende. Anche per questo il sindacalismo di base sciopera di nuovo il 28 novembre. L'articolo Scioperi e libertà d’informazione: dov’è la terzietà dei “Garanti”? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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