Dopo due Oscar vinti per La La Land e Poor Things, Emma Stone torna protagonista
della stagione dei premi con Bugonia, diretto da Yorgos Lanthimos. L’attrice è
candidata agli Academy Awards 2026 sia come miglior attrice protagonista sia
come produttrice del miglior film. Se sul grande schermo convince con
interpretazioni intense, fuori dal set Stone continua a incuriosire anche per il
suo approccio al benessere. L’attrice ha più volte chiarito di non seguire diete
drastiche: preferisce un equilibrio fatto di alimentazione consapevole,
movimento e ascolto del proprio corpo.
Ma, oltre alla carriera, Stone continua a far parlare di sé anche per
l’approccio equilibrato al benessere. Interrogata più volte sulla sua forma
fisica, l’attrice ha sempre chiarito di non affidarsi a diete estreme. Al
contrario, nel tempo ha costruito una routine basata su alimentazione
bilanciata, movimento e ascolto del proprio corpo.
SKINCARE AL COCCO E DIETA FLESSIBILE: I SEGRETI DI BENESSERE DI EMMA STONE
Alcuni dettagli della sua routine sono emersi in varie interviste e tra i
rituali più curiosi c’è quello legato alla skincare. In un’intervista a
Cosmopolitan ha raccontato di usare olio di cocco o di oliva come esfoliante per
il viso, scherzando: “Odoro come una focaccia, è davvero sexy“. A tavola
privilegia cibi semplici e bilanciati come lo yogurt greco, frutta, verdura,
cereali integrali e proteine magre, ma non rinuncia a qualche sfizio. Il suo
snack preferito? Mele con burro d’arachidi. Nella routine quotidiana non mancano
acqua e limone, frullati proteici e l’ashwagandha, adattogeno naturale utile
contro stress e ansia (da assumere però solo dopo aver consultato un esperto).
Qualche sfizio, di tanto in tanto, è concesso: pizza, hamburger, patatine fritte
e altri piatti poco salutari non sono banditi dalla tavola di Emma Stone.
L’attrice ha spiegato di seguire un approccio alimentare flessibile, che adatta
alle proprie esigenze di benessere e non alle pressioni estetiche dell’industria
cinematografica. Una scelta che, come ha raccontato, è guidata soprattutto dalla
ricerca della sua “armonia psico-fisica”, più che dalla volontà di aderire a
determinati standard di bellezza o di prepararsi a un ruolo specifico. Nella
maggior parte dei lavori sul set, infatti, la sua naturale corporatura slanciata
si è rivelata già perfettamente adatta alle esigenze di scena.
“NON POSSO FARNE A MENO”: LA RIVELAZIONE DELL’ATTRICE
Quando però il copione lo richiede, la trasformazione non la spaventa. È
accaduto con Battle of the Sexes (2017), il film in cui ha interpretato la
tennista Billie Jean King: per rendere credibile il personaggio ha aumentato la
massa muscolare di quasi sette chili, portando l’apporto calorico quotidiano a
circa 2.500–3.000 kcal. Il percorso è stato seguito dal trainer Jason Walsh, che
ha affiancato a un piano alimentare mirato un intenso programma di allenamenti
con pesi ad alto carico e sessioni cardio.
Lontano dal set, però, Stone preferisce attività che lei stessa definisce “più
piacevoli”: arrampicata su roccia, pilates e jogging. E soprattutto lunghe
passeggiate, che ama praticare anche durante i viaggi: “Sono un modo
meraviglioso per stimolare le endorfine. Non posso proprio farne a meno“, ha
raccontato. “Aiutano non solo il corpo, ma anche la mente. Che è il motivo per
cui mi “muovo”.
L'articolo “Odoro come una focaccia, è davvero sexy. Uso l’ashwagandha come
antistress, ho dovuto mettere su 7 chili di muscoli per un film”: parla Emma
Stone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dite di non avere tempo di cucinare il cibo vero, ma avete tempo per vedere i
cuochi che cucinano in tv”. Con il suo fare educato e pungente Franco Berrino
non le manda mai a dire. Papillon d’ordinanza, completo verde natura, sciarpa a
scacchi colorati, il celebre medico e nutrizionista si alza dalla poltrona e
passeggiando lemme lemme copre diverse volte tutto il palco del Teatro delle
Celebrazioni di Bologna. “Vi racconto un aneddoto su conservanti e additivi,
sostanze dannose per la salute messe intenzionalmente nei cibi industriali
dall’industria alimentare”, spiega sornione l’81enne Berrino nel suo slancio
performativo a metà dello spettacolo Indovina chi ci inganna a cena. “Giorni fa
ho viaggiato sul Frecciarossa in prima classe. Da vecchio è un lusso che mi
concedo. Ebbene lì ti danno qualcosa da mangiare in una scatola rossa. Era un
panino alla coppa e sulla confezione erano segnati 43 ingredienti: uno era la
coppa gli altri 42 erano nel pane (risate del pubblico ndr). Venendo qui da
Milano l’altro giorno non c’era la coppa ma mi hanno dato un panino al formaggio
e sulla confezione c’erano 27 ingredienti, se li volete?”.
A quel punto Berrino svuota le tasche e lancia in mezzo al pubblico due
pacchetti confezionati. Insomma, con buona pace di Trenitalia, lui quella roba
non la mangia. E nemmeno Sabrina Giannini, l’autrice del fortunato programma tv
Indovina chi viene a cena e di questo spin off teatrale dove la formula è quella
di un dialogo tra lei e Berrino che diventa una dettagliata e battagliera
crociata contro veleni e avvelenamento del (e nel) cibo che mangiamo ogni
giorno. “Quando mi dicono che guardando il mio programma non si mangia più
niente, io sorrido. Però sono felice e riconoscente perché vuol dire che c’è una
comunità che vuol sapere la verità.”, esordisce la Giannini aprendo a Bologna la
prima di Indovina chi ci inganna a cena. Trent’anni di inchieste, trenta cause
(“mai una persa e molte sventate”), tra cui una che è durata addirittura 18 anni
(“il gruppo Cremonini, il più grande macellatore d’Europa, mi chiese 10 milioni
di euro di danni”), Giannini scansa comunque ogni autocelebrazione: “I martiri
sono altri: gli inconsapevoli 11 milioni di morti ogni anno causati dal sistema
cibo, gli schiavi che lo producono per arricchire i pochi feudatari dell’era
moderna, i 100 miliardi di animali trattati come merce, le foreste e la terra, e
vogliamo dire dei miliardi di persone che muoiono di fame?”.
Il canovaccio del talk Giannini-Berrino, poliziotto cattivo e poliziotto…
cattivo, sorta di manovra a tenaglia della logica e del sapere oltre ogni
convenzionale menzogna, si srotola attorno ai temi degli additivi e dei
conservanti nel cibo industriali, dei pesticidi agricoli (fragole e mele
attenzione massima) che diventano magicamente consentiti tra i “limiti” imposti
dall’Europa e dalle sue demoniache lobby, delle nuove malattie mortali (in
crescita sono proprio il cancro all’intestino e la pancreas soprattutto nei
giovani) provocati dal cibo processato industrialmente con quegli ingredienti
tossici che a caratteri lillipuziani nelle confezioni iniziano per E. Ma è sul
tasto della prevenzione che puntano i due “attori”. Quell’attività spesso
avversata dalla medicina ufficiale (“non crea gran business”, sottolinea il
prof), sia attraverso lo screditamento e la corruzione della ricerca, tanto che
la battuta della serata, che potrebbe diventare motivo di polemica per
direttissima, riguarda proprio i professionisti che si occupano di
gastroenterologia. “Spero non ci sia un gastroenterologo in sala”, afferma
Berrino. “Sei anni per laurearsi, cinque per la specializzazione, ma nemmeno
un’ora di lezione sul cibo. Insomma, è paradossale, ma se avete mal di pancia
meglio stare lontano dai gastroenterologi”.
“Tenevo una rubrica sul Corriere online e parlando di colite ulcerosa menzionavo
la possibilità di migliorare lo stato di salute prima di tutto con quello che
mangiamo. Arrivarono lettere di protesta dall’ordine dei medici, dalla società
scientifica. Era ed è quasi una bestemmia che la malattia si possa curare senza
usare farmaci”, chiosa. Indovina chi ci inganna a cena è un j’accuse che non
risparmia nessuno, che inchioda il grande capitale industriale
dell’alimentazione alle proprie non mondabili responsabilità, invitando a
consumare cibo il meno processato possibile e alla formazione di una coscienza
libera ed indipendente che spesso è l’unica arma per invertire la rotta di
abitudini e dinamiche economico finanziarie globali. Un unico neo: è toccato
proprio in fondo, proprio appena sfiorato, a pochi istanti dal gong, il tema
dello sfruttamento animale, del massacro inaudito di macelli e allevamenti
intensivi per tornare di nuovo al confezionamento di cibo industriale e nocivo.
Ci sono altre date a marzo, tra Torino, Firenze, Venezia, Roma e Milano. C’è
tempo per aggiungere qualche minuto in più.
L'articolo “Dite di non avere tempo di cucinare, ma avete tempo per vedere i
cuochi in tv”. Franco Berrino a teatro lancia al pubblico il cibo
preconfezionato dei treni proviene da Il Fatto Quotidiano.
No a termini come “bistecca” e “bacon” sulle confezioni di prodotti che non
siano carne, sì a denominazioni come “burger” e “salsiccia”. È intesa tra
Parlamento europeo e Consiglio Ue sul meat sounding, l’utilizzo di terminologie
legate alla carne per denominare prodotti vegetali o a base di cellule
coltivate. L’accordo è arrivato durante i negoziati trilaterali tra Commissione
Ue, Europarlamento e Consiglio sulla riforma del regolamento sull’Organizzazione
comune dei mercati agricoli (che fa parte di quella della Politica agricola
comune) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori
nella filiera. I dettagli tecnici del testo saranno definiti venerdì prossimo.
Il dossier passerà poi al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri
degli Stati membri e a un voto finale nella plenaria del Parlamento. Sono 31 i
termini messi al bando per questi prodotti e che indicano le specie animali,
come manzo, pollo, pollame, vitello, maiale, tacchino, agnello, capra, anatra,
oca, montone, ovino o tagli specifici, come coscia, filetto, controfiletto,
fianco, lombo, costine, spalla, stinco, costoletta, ala, petto, coscia, punta di
petto, ribeye (il cuore della costata disossata), T-Bone (la Fiorentina),
scalone, bacon (pancetta). Saranno vietati anche i termini bistecca e fegato,
aggiunti nella lista durante le negoziazioni finali. Sarà possibile, invece,
continuare a utilizzare alcuni dei termini già oggi più comuni sulle confezioni,
ossia ‘veggie burger’, che la spunta dopo intense trattative, ‘burger’,
‘salsiccia’, ‘nuggets’. L’accordo è una sintesi tra la proposta presentata un
anno fa dall’eurodeputata francese Céline Imart, molto più restrittiva a dire il
vero (e tanto cara al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida e a
Coldiretti), e quella portata avanti pochi mesi dopo dalla Commissione, che
prevedeva il divieto di 29 denominazioni, riprendendo un’iniziativa analoga già
respinta dal Parlamento europeo nel 2020.
IL NODO DELLA CARNE COLTIVATA
Tra le altre cose, l’accordo introduce una definizione del termine “carne” come
“parti commestibili di animali”, escludendo quindi nomi come bistecca, filetto o
fegato per prodotti coltivati in laboratorio. I colegislatori hanno concordato
di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi
alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. L’altra questione controversa nei
negoziati è stata l’inclusione dei nuovi alimenti, come i prodotti a base di
carne coltivata. Sebbene tali prodotti non siano ancora disponibili sul mercato
dell’Unione europea (l’Efsa deve valutare due richieste di autorizzazione,
relative al foie gras coltivato e al grasso coltivato per burger vegetali) il
divieto è stato esteso preventivamente anche a questi. Così, in previsione, come
è ormai consuetudine sul tema.
LE TUTELE PER GLI AGRICOLTORI E IL SOSTEGNO ALLE ORGANIZZAZIONI
Per rafforzare il ruolo degli agricoltori nella catena di approvvigionamento,
spiega il Consiglio in una nota, le modifiche al regolamento Ocm rendono
obbligatori i contratti scritti tra agricoltori e acquirenti, includendo anche
una clausola di revisione, per garantire che i contratti a lungo termine tengano
conto dell’andamento del mercato, delle fluttuazioni dei costi e delle
condizioni economiche. Viene inoltre consentito agli Stati membri di fornire un
sostegno finanziario supplementare alle organizzazioni di produttori e alle loro
associazioni nel quadro degli interventi settoriali della Politica agricola
comune e definite le condizioni per l’uso di termini di commercializzazione
facoltativi come “equo”, “equitativo”” e “filiera corta” per garantire chiarezza
sia ai produttori che ai consumatori.
UNA BATTAGLIA (ANCHE CULTURALE) CHE DURA DA ANNI
Il Parlamento europeo aveva già discusso simili restrizioni nel 2020,
respingendo il cosiddetto Veggie Burger Ban. Circa un anno fa, l’eurodeputata
francese Céline Imart ha presentato alla Commissione Agricoltura del Parlamento
europeo un emendamento con proposte – approvate in commissione a inizio
settembre – ancora più restrittive. Obiettivo: vietare qualsiasi termine legato
a specie animali, tagli di carne o persino forme associate ai prodotti
convenzionali. Insomma, una misura simile a quella adottata dall’Italia nel 2023
e che rimane tuttora inattuata e potenzialmente inapplicabile a causa della
violazione della procedura riguardo alla notifica Tris, che i Paesi Ue devono
inviare a Bruxelles quando vengono approvate leggi che ostacolano la libera
circolazione delle merci in ambito comunitario. La proposta di Imart, poi, è
stata adottata con voto in seduta plenaria dall’intero Parlamento europeo l’8
ottobre. Con grande soddisfazione da parte di Lollobrigida (“Ora l’Europa ci
segue!”). Successivamente, Commissione, Parlamento e Consiglio hanno avviato
negoziati informali, ma a dicembre non si è arrivati all’accordo su un testo
finale comune.
LA REAZIONE DELLE ONG E DELLE AZIENDE DEL SETTORE
La coalizione No Confusion, guidata dall’European Vegetarian Union e da WePlanet
e che riunisce oltre 600 organizzazioni, Ong e aziende alimentari in tutta
Europa, esprime preoccupazione per ciò che definisce un “divieto inutile” e
chiede una valutazione d’impatto approfondita sulle implicazioni giuridiche e di
mercato della normativa. Allo stesso tempo, il gruppo accoglie favorevolmente il
fatto che i termini descrittivi più comuni e familiari ai consumatori siano
stati mantenuti. Insomma, da un lato un’occasione persa e, dall’altro, poteva
andare anche peggio. Sullo sfondo, la sensazione è che la battaglia non sia per
nulla finita. “Nel contesto politico e sociale attuale, è incomprensibile che i
nostri rappresentanti eletti continuino a dedicare tempo e risorse a un problema
che semplicemente non esiste. Questa decisione contraddice diverse priorità
dell’Ue, tra cui competitività, innovazione, sicurezza alimentare, accessibilità
dei prezzi e reddito degli agricoltori” ha dichiarato Rafael Pinto, senior
policy manager dell’European Vegetarian Union. Il testo potrebbe inoltre
generare una serie di questioni giuridiche e commerciali irrisolte, con il
rischio di numerosi contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri, a
seconda della traduzione, dell’interpretazione e dell’applicazione delle norme
nei 27 Paesi dell’Ue. Nel 2024, in un caso che coinvolgeva l’European Vegetarian
Union, l’Association Végétarienne de France e il governo francese, la Corte di
giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la normativa esistente era già
sufficiente a tutelare i consumatori da possibili confusioni. Non è inoltre
chiaro quale sarà l’impatto della nuova normativa sugli aromi alimentari
utilizzati dall’industria, come ‘aroma di pollo o bacon’, presenti in migliaia
di prodotti di largo consumo, tra cui noodles, snack, salse e zuppe e prodotti
ibridi che combinano proteine animali e vegetali, sempre più diffusi in mercati
come Danimarca e Paesi Bassi.
L'articolo Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e
altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
La dieta mediterranea, da sempre citata come uno dei modelli alimentari più
efficaci per promuovere salute, longevità e prevenzione delle malattie
metaboliche, compie oggi un salto evolutivo. Una nuova piramide alimentare
integra infatti non solo la qualità degli alimenti ma anche il momento della
giornata in cui vengono consumati. In altre parole: non conta soltanto cosa
mangiamo, ma anche quando lo facciamo.
Questo approccio combina i principi nutrizionali della tradizione mediterranea
con le conoscenze sui ritmi biologici circadiani e sulle oscillazioni ormonali
che regolano il metabolismo. Il modello è stato presentato in un lavoro
pubblicato sulla rivista scientifica Current Nutrition Reports e realizzato
dalla Società Italiana di Endocrinologia (SIE) insieme all’Associazione Italiana
di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI). L’obiettivo è avvicinarsi sempre più a
una nutrizione di precisione capace di ottimizzare il metabolismo e contrastare
obesità e disfunzioni endocrine legate all’aumento di peso.
Secondo la professoressa Annamaria Colao, già Presidente Sie (Società italiana
di endocrinologia) e professore ordinario di Endocrinologia e malattie del
metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo sviluppo
sostenibile, università Federico II di Napoli, la chiave di questa evoluzione
sta nella crononutrizione, un ambito di ricerca relativamente recente che studia
il rapporto tra alimentazione e orologio biologico. “La crononutrizione – spiega
Colao – introduce un concetto nuovo rispetto alla tradizionale piramide
alimentare. I principi di base della dieta mediterranea restano solidissimi:
consumo abbondante di vegetali, cereali integrali, olio d’oliva, prodotti
lattiero-caseari fermentati, poca carne rossa e pochi zuccheri semplici. Un
modello che ha fatto la storia dell’alimentazione sana. Oggi però a questi
pilastri aggiungiamo un altro elemento: il rispetto dei bioritmi”.
GLI ORMONI SEGUONO IL RITMO DEL SOLE
Il punto di partenza è una constatazione fisiologica: il nostro organismo
funziona secondo cicli circadiani regolati principalmente dall’alternanza
luce-buio. “Tutti gli ormoni seguono ritmi precisi – spiega l’endocrinologa –
che sono sostanzialmente allineati con il sorgere e il tramontare del sole.
L’essere umano, fin dall’inizio della sua comparsa sulla Terra, ha sincronizzato
le proprie attività con questo ciclo naturale”. Il centro di controllo di questo
sistema si trova nel cervello, nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, una
struttura composta da neuroni specializzati che coordinano i ritmi biologici
dell’intero organismo. Questo “orologio centrale” riceve quattro principali
segnali regolatori: l’alternanza luce-buio, il ciclo sonno-veglia, l’assunzione
di cibo e le interazioni sociali insieme all’attività fisica. “L’idea alla base
del nuovo modello – continua Colao – è allineare i principi della dieta
mediterranea con questi ritmi biologici. Esiste infatti un forte substrato
fisiologico che sostiene questo approccio”.
CARBOIDRATI AL MATTINO, METABOLISMO PIÙ EFFICIENTE
Uno degli esempi più evidenti riguarda la gestione dei carboidrati. La
sensibilità insulinica – cioè la capacità delle cellule di rispondere
all’insulina e utilizzare il glucosio – è infatti più elevata nelle prime ore
della giornata. “Al mattino il rilascio di insulina da parte delle cellule beta
del pancreas è più efficiente – spiega Colao – e la sensibilità insulinica è
maggiore. Questo significa che i carboidrati vengono metabolizzati meglio”.
Per questo, secondo il modello della crononutrizione, gli zuccheri e gli
alimenti ricchi di carboidrati dovrebbero essere consumati prevalentemente nella
prima parte della giornata, quando l’organismo è più pronto a utilizzare
quell’energia. “Anche un semplice pane e marmellata a colazione può essere
metabolizzato senza effetti negativi perché quell’energia viene immediatamente
utilizzata per avviare le attività quotidiane. Se invece lo stesso zucchero
viene consumato la sera, il metabolismo risponde in modo completamente diverso”.
La finestra metabolica più favorevole per i carboidrati si colloca generalmente
tra il mattino e le prime ore del pomeriggio, indicativamente fino alle 12 o al
massimo alle 14. Dopo questo orario la sensibilità insulinica tende
progressivamente a diminuire.
IL CRONOTIPO: SIETE ALLODOLE O GUFI?
Un altro elemento considerato dal nuovo modello nutrizionale è il cronotipo
individuale, cioè la predisposizione biologica a essere più attivi al mattino o
alla sera. Nel linguaggio della cronobiologia si parla di “allodole” per i
soggetti mattinieri e di “gufi” per quelli serotini, mentre una parte della
popolazione presenta un cronotipo intermedio. “Il cronotipo più fisiologico dal
punto di vista metabolico è quello mattutino – spiega Colao – perché da sempre
l’essere umano si è svegliato con il sole ed è andato a dormire al tramonto”.
Chi ha naturalmente un ritmo più tardivo può essere più esposto a problemi
metabolici, perché tende a concentrare attività e alimentazione nelle ore
serali, quando il metabolismo è meno efficiente. “Il consiglio pratico è cercare
comunque di mantenere uno stile di vita il più possibile allineato ai bioritmi
fisiologici”, afferma l’endocrinologa.
COSA MANGIARE LA SERA
Nelle ore serali l’organismo si prepara progressivamente al riposo. Per questo
il nuovo schema suggerisce pasti più leggeri e facilmente digeribili. “Quando la
giornata volge al termine – spiega Colao – il metabolismo si avvia verso una
fase di rallentamento. In questa fase è preferibile privilegiare alimenti
leggeri, come vegetali e cibi facilmente digeribili”. Le proteine possono essere
consumate anche la sera, ma senza spingersi troppo vicino all’orario del sonno.
“Con l’avanzare dell’età i tempi di digestione si allungano – osserva Colao – e
servono anche cinque ore per digerire completamente un pasto proteico. Andare a
dormire durante la digestione può interferire con i processi di rigenerazione
cellulare che avvengono durante la notte”.
NON SOLO DIETA: I QUATTRO PILASTRI DELLO STILE DI VITA
Il nuovo modello nutrizionale non si limita però alla distribuzione dei
macronutrienti nella giornata. Secondo gli endocrinologi, la salute metabolica
dipende da un insieme di fattori integrati. “I pilastri dello stile di vita sono
almeno quattro – spiega Colao –: alimentazione, attività fisica, rispetto dei
bioritmi e qualità del sonno”. Il sonno, in particolare, svolge un ruolo
cruciale nella regolazione endocrina. Durante la notte vengono infatti
rilasciati due ormoni fondamentali. “Il primo è la melatonina – spiega
l’endocrinologa – che ha un effetto naturalmente insulino-sensibilizzante.
Dormire bene facilita quindi la gestione metabolica degli alimenti e aiuta a
prevenire sovrappeso, obesità e diabete”. Il secondo è l’ormone della crescita,
o somatotropo, che raggiunge il suo picco durante il sonno profondo,
generalmente intorno alle due di notte. “Questo ormone aumenta la massa
muscolare e riduce la massa grassa. Durante il sonno si giocano quindi partite
molto importanti per la qualità del nostro metabolismo”.
LUCE NATURALE, MOVIMENTO E CONVIVIALITÀ
Anche l’esposizione alla luce naturale e l’attività fisica sono elementi chiave
per mantenere sincronizzato l’orologio biologico. “L’essere umano – ricorda
Colao – ha vissuto in stretta relazione con la luce del sole. L’introduzione
della luce artificiale ha allungato le nostre giornate, ma non possiamo pensare
di modificare completamente il nostro assetto biologico in poco più di un
secolo”. Per questo il modello raccomanda attività fisica preferibilmente
durante il giorno e alla luce naturale, evitando allenamenti troppo intensi
nelle ore serali che possono stimolare il sistema adrenergico e rendere più
difficile l’addormentamento. Infine, un elemento spesso sottovalutato: la
convivialità. “La socialità è uno dei segnali che regolano il nostro orologio
biologico – conclude Colao –. L’incontro tra le persone, il condividere i pasti,
le relazioni sociali sono stimoli importanti per l’equilibrio dei ritmi
circadiani. Per questo dovremmo forse passare un po’ meno tempo sui social e
tornare a parlare di più faccia a faccia”.
L'articolo Crononutrizione, arriva una nuova piramide alimentare. L’esperta: “Ai
principi di base della dieta mediterranea aggiungiamo il rispetto dei bioritmi”.
Ecco cosa mangiare mattina e sera proviene da Il Fatto Quotidiano.
A 97 anni Silvio Garattini continua a lavorare, ragionare e intervenire nel
dibattito pubblico con una lucidità che colpisce. Fondatore e presidente
dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, oncologo e farmacologo di
fama internazionale, Garattini racconta in un’intervista al Corriere della Sera
perché, a suo giudizio, una lunga vita in salute non è un dono del caso né della
genetica, ma il risultato di scelte precise e costanti. “Direi di no”, risponde
quando gli viene chiesto se il suo stato di salute sia merito dei geni: “Ho
conosciuto solo una dei quattro nonni e i miei genitori sono morti relativamente
presto. La probabilità di arrivare a questa età in buone condizioni è dovuta
alle abitudini di vita”.
LE REGOLE QUOTIDIANE
Garattini le elenca con precisione: “Non ho mai fumato, ho sempre bevuto poco –
e da un paio d’anni non bevo più alcol – ho sempre svolto attività motoria,
cammino circa 5 chilometri al giorno. Non ho mai consumato droghe o giocato
d’azzardo”. A questi fattori aggiunge l’impegno intellettuale: “Un altro
elemento importante è stato il mio interesse per la medicina e la ricerca”. E
poi una regola chiave: “Mangio poco”. Alla domanda su cosa significhi
concretamente, risponde entrando nel dettaglio: “Al mattino una spremuta
d’arancia, qualche volta la frutta cotta; a pranzo un po’ di pasta, non più di
50 grammi, oppure un pezzetto di pizza o una tazzina di riso, una banana; la
sera spesso un primo e assumo proteine soprattutto sotto forma di legumi e di
pesce. Mangio poca carne”.
PESO, FARMACI E DIETA
Sul tema dei farmaci per dimagrire, Garattini è netto: “Non è la stessa cosa,
perché quei farmaci sono studiati per l’obesità dei diabetici. La via migliore è
abituarsi a mangiare poco, altrimenti il peso perso si riprenderà quando si
smetterà il farmaco”. Per lui il controllo del peso passa dall’educazione
alimentare, non da soluzioni rapide. E avverte: “Non basta mangiare poco,
bisogna anche mangiare bene”. Nel suo libro, spiega, individua tre pilastri
fondamentali: “Il quanto, il cosa – e noi abbiamo la dieta mediterranea che
tutela la salute – e il quando”. Sul digiuno intermittente, molto discusso,
chiarisce: “Può essere un facilitatore per diminuire il consumo di cibo, ma
ritengo più importante adattare i tempi alle situazioni personali. Si può
mangiare anche cinque volte al giorno”.
ORARI, PIACERI E PICCOLI SGARRI
Anche sugli orari Garattini è pragmatico: “Si può cenare anche alle 22, ma
dipende dall’ora in cui ci si corica: ci deve essere tempo per digerire”. Gli
sgarri sono rari, spiega, perché “lo stomaco alla fine non prende di più”. Una
concessione, però, non manca: “La sera mangio sempre un dolce, perché il
cervello ha bisogno di zucchero, basta non esagerare”. Il suo piatto preferito?
“Cous cous di verdure”. E racconta anche una passione giovanile: “Da giovane
facevo gare di cucina, mi piaceva improvvisare. In fondo sono nato come perito
chimico”.
RELAZIONI, AMBIENTE E VOLONTÀ
Accanto all’alimentazione, Garattini sottolinea il ruolo della vita sociale: “Ho
cinque figli, sette nipoti, tre pronipoti… mi tengono attivo”. E invita a
guardare soprattutto ai giovani: “La longevità si costruisce fin da piccoli. Da
adulti si può invertire la rotta, non si azzerano i danni, ma si possono
attenuare”. Riconosce però che l’ambiente non aiuta: “Viviamo in un contesto
obesogeno, la tendenza è spingerci a mangiare di più”. Qui entra in gioco la
volontà, una qualità che attribuisce all’educazione ricevuta: “Sono molto grato
a mio padre perché mi ha insegnato a esercitarla”.
LA “RICETTA” DELLA LONGEVITÀ
Alla richiesta di sintetizzare una ricetta per vivere a lungo in salute,
Garattini elenca una serie di punti chiari: “Non fumare, non bere alcol, non
usare droghe, non giocare d’azzardo, fare movimento, mantenersi normopeso con
una dieta varia e moderata, avere relazioni sociali continue, dormire almeno
sette ore a notte, fare vaccinazioni e screening”. Spiega anche perché il tema
della longevità affascini così tanto: “È il sogno assurdo dell’immortalità. Si
sente parlare di vivere fino a 150 anni, ma siamo lontani: in Italia i centenari
sono circa 22 mila su 60 milioni”. E aggiunge un’osservazione empirica: “Ho
cenato a Trieste con 50 centenari e non ce n’era uno obeso”. Alla fine, una
riflessione personale sul tempo che resta: “Ho raggiunto un equilibrio. Alla mia
età so che il domani può non esserci, ma se c’è devo fare tutto quello che
posso”.
L'articolo “Mangio non più di 50 grammi di pasta e cammino 5 km al giorno.
Viviamo in un contesto obesogeno, ci spingono a mangiare di più”: parla il prof
Garattini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli Stati Uniti è stata recentemente pubblicata una rivoluzione nelle linee
guida nutrizionali federali che capovolge il tradizionale modello dietetico,
ponendo le proteine e gli alimenti ricchi di nutrienti al centro dei pasti e
relegando i cereali integrali “in fondo” alla vecchia piramide alimentare. E’
importante valutare criticamente i messaggi positivi e le possibili criticità di
questo cambiamento.
I ‘pro’ delle nuove indicazioni
– Ridurre gli alimenti ultraprocessati è un obiettivo salutare. Molti studi
scientifici concordano che un consumo elevato di alimenti ultraprocessati (ossia
prodotti industriali ricchi di additivi, zuccheri e grassi poco salutari) si
associa a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie
cardiovascolari. Invitare la popolazione a preferire cibi “veri”, preparati in
casa, con ingredienti freschi, è un messaggio coerente con la promozione di una
dieta salutare basata su alimenti minimamente lavorati.
– Valorizzare frutta, verdura e grassi “buoni”. Le linee guida mantengono il
consiglio di includere 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, insieme a
grassi insaturi da olio d’oliva, avocado, frutti di mare e frutta secca.
Indicazioni solide supportate da molte evidenze epidemiologiche.
– Moderazione degli zuccheri aggiunti. Ridurre lo zucchero aggiunto e le bevande
zuccherate è un punto condivisibile e utile per contrastare le patologie
metaboliche diffuse.
I ‘contro’ delle nuove indicazioni
– Ruolo eccessivo attribuito alla carne rossa e ai latticini interi. Posizionare
in cima alla piramide alimentare bistecche, formaggi e latte intero senza
distinguere chiaramente tra qualità e quantità può inviare messaggi fuorvianti.
La ricerca suggerisce che un consumo elevato di carne rossa lavorata, ad
esempio, è associato a un aumento del rischio di alcune malattie croniche. È
fondamentale bilanciare le fonti proteiche, privilegiando anche pesce, legumi e
carni bianche, e mantenere i grassi saturi sotto controllo. Chiara mano tesa nei
confronti dei grandi produttori americani di carne rossa, latticini e formaggi.
– Ridimensionare i cereali integrali può non essere vantaggioso. Posizionare i
cereali integrali “in fondo” è un cambiamento discutibile: cereali integrali ben
scelti (come farro, avena, riso integrale) sono fonti importanti di fibre,
micronutrienti e sostengono la salute intestinale e cardiometabolica. La loro
marginalizzazione rischia di indebolire uno degli aspetti più solidi delle
raccomandazioni nutrizionali basate sull’evidenza.
– Interpretazione dei grassi saturi e dei grassi “sani”. La nuova guida sembra
promuovere grassi saturi (come il burro) a favore di alcuni oli di semi.
Tuttavia, la comunità scientifica internazionale raccomanda di privilegiare
grassi insaturi (olio d’oliva, frutta secca) per il benessere cardiovascolare,
pur mantenendo i grassi saturi sotto una soglia moderata.
– Controversie sull’applicabilità e l’evidenza scientifica. Alcuni esperti
nutrizionisti hanno sollevato dubbi sulla solidità scientifica di certe
raccomandazioni, soprattutto quelle legate all’attribuzione di “peso” ai
macronutrienti (proteine, grassi, carboidrati) senza un chiaro consenso
internazionale. È fondamentale che le linee guida siano radicate su evidenze
robuste e non su ideologie o pressioni politiche.
Le nuove linee guida americane contengono intuizioni valide, soprattutto nella
lotta contro gli alimenti ultraprocessati e nel promuovere alimenti freschi e
nutrienti. Tuttavia, alcune prescrizioni, come la centralità delle proteine
animali e il minor ruolo attribuito ai cereali integrali, devono essere
interpretate con cautela e adattate alle esigenze individuali e ai principi di
una dieta equilibrata. Per chi si ispira alla dieta mediterranea, la chiave
resta sempre la varietà, la qualità delle scelte alimentari e l’equilibrio tra
nutrienti, piuttosto che l’adesione a modelli troppo rigidi.
L'articolo Nuova piramide alimentare made in Usa: cosa dice davvero la scienza
su carne, grassi e cereali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump ha “la dieta più bizzarra” della Casa Bianca. A dirlo è Robert F.
Kennedy Jr, segretario alla Salute degli Stati Uniti, intervenuto in un recente
podcast conservatore, dove ha raccontato con toni ironici le abitudini
alimentari del presidente.
Alla domanda su chi segua il regime alimentare più singolare tra i membri
dell’amministrazione, Kennedy Jr ha risposto senza esitazioni: “Il presidente”.
Poi ha aggiunto che Trump mangia spesso McDonald’s e beve Diet Coke “in
continuazione”, suscitando le risate della conduttrice Katie Miller. “Non so
come faccia a essere ancora vivo, ma lo è”, ha commentato, attribuendo la sua
resistenza a quella che ha definito “la costituzione di una divinità”.
Kennedy Jr ha quindi spiegato che Trump preferisce il fast food soprattutto
quando è in viaggio: “Dice che mangia cibo spazzatura solo quando è in viaggio,
perché sono prodotti di grandi aziende di cui si fida e non vuole ammalarsi”, ha
detto il segretario alla Salute, riferendo che il presidente teme il rischio di
essere avvelenato. “Ma quando è a Mar-a-Lago o alla Casa Bianca, mangia cibo di
ottima qualità”, ha precisato.
Le dichiarazioni, rilanciate dall’Ansa, evidenziano un contrasto con le
politiche portate avanti dallo stesso Kennedy Jr al Dipartimento della Salute.
La commissione “Make America Healthy Again”, presieduta dal ministro, ha infatti
pubblicato a maggio un rapporto in cui si afferma che il fast food “danneggia la
salute dei bambini americani”.
L'articolo “Non so come faccia Trump a essere ancora vivo, ma lo è”: la
frecciata di Robert Kennedy Jr. sulla sua dieta a base di McDonald’s e DietCoke
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho visto passare panettoni e pandori, ma ho retto”. Rossella Erra racconta
così, con una punta di orgoglio e molta sincerità, il suo Natale appena
trascorso. Ospite di Caterina Balivo a La volta buona, l’opinionista ha spiegato
di non aver interrotto il percorso alimentare che in poco più di un anno le ha
permesso di perdere circa 17 chili, nemmeno durante le festività.
Le settimane tra Natale e Capodanno, ammette, sono state una prova di
resistenza. “In queste tre settimane ho cercato di limitarmi, ho deciso di
mangiare solo il 24 sera perché era a base di pesce“, ha raccontato. Il giorno
di Natale, però, è stato il momento più difficile. In famiglia, come in molte
case italiane, il 25 dicembre significa lasagne. Erra ha invece scelto
un’alternativa decisamente più sobria: “Ho mangiato il pollo con le melanzane“,
ha detto con una nota di sconforto. E ha aggiunto: “Con l’odore mi sazio”. La
determinazione non è mancata, anche quando le tentazioni erano sotto gli occhi
di tutti: “Non voglio buttare nella spazzatura i sacrifici di un anno e due
mesi, li devo continuare“, ha spiegato. Per Erra, infatti, non si tratta solo di
una questione estetica: “È una questione di salute, non è semplice“, ha
chiarito, sottolineando quanto sia stato impegnativo mantenere la disciplina nei
giorni tradizionalmente dedicati agli eccessi.
“Dal punto di vista del cibo mai una gioia, insomma”, ha ammesso sorridendo.
Eppure, nonostante le rinunce, l’opinionista ha definito quello appena trascorso
un “bel Natale”, proprio perché vissuto senza interrompere un percorso che
considera fondamentale per il proprio benessere. La perdita di peso – 17 chili
in circa quattordici mesi – è diventata per Rossella Erra la misura concreta di
un impegno quotidiano che non vuole vanificare.
L'articolo “Ho perso 17 chili, anche a Natale ho mangiato il pollo con le
melanzane. Ho visto passare panettoni e pandori, ma ho resistito: con l’odore mi
sazio”: parla Rossella Erra proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’uomo è ciò che mangia e probabilmente anche ciò che vomita. Il cibo è un
argomento molto delicato, molto più del sesso, quindi questo sarà un post
divisivo. Io, per esempio, sono un carnivoro selettivo, come Woody Allen non
mangio roditori, non mangio selvaggina, non mangio i meravigliosi cavalli che
hanno le gambe, non li mangio perché sono belli e amo i film western, non mangio
lumache, rane, cervello, scimmie, cani e gatti. Una volta in Svezia mangiai una
renna, sapore dolciastro, e ho ancora dei sensi di colpa verso Babbo Natale. So
benissimo che i macelli sono il grande rimosso della nostra società,
vigliaccamente deleghiamo ad altri la strage degli innocenti, ma se dovessi
procurarmi la carne da solo, non avrei il coraggio di tirare il collo a nessuno,
diventerei un vegetariano. Sono un codardo alimentare e faccio finta che le
polpette spuntino sugli alberi, immagino il Polpetto, l’albero delle polpette e
mi metto il cuore in pace.
Ma so che è una vile menzogna. Quindi il mio profondo rispetto per tutti i
vegetariani. Sui vegani e i fruttariani non mi esprimo, mi sembrano forme di
fanatismo, ma tra tutti i fanatismi è quello più saggio e gradevole in fin dei
conti. Però devo confessare tutta la mia antipatia verso alcuni nutrizionisti, e
in più generale verso i salutisti di ogni risma. Detesto quelli che dicono “il
vino fa venire il cancro”, li trovo terribilmente stupidi, sono verità stupide,
e se un giorno metteranno sulle bottiglie di vino immagini di fegati danneggiati
da epatite alcolica, sono pronto a fare la rivoluzione con barricate di
damigiane. Il vino è una divinità, il vino è poesia, basta leggere i lirici
greci o prendere le poesie di Baudelaire sul vino. Un mondo astemio sarebbe un
mondo detestabile.
Fare una vita da malati per morire sani è una forma di idiozia. Tutto fa male,
anche nascere.
E allora perché non mettiamo immagini di scheletri anche fra le cosce delle
donne? Un bambino appena nato è già abbastanza vecchio per morire. Lasciate ogni
speranza o voi che nascete!
La carne rossa fa male, lo zucchero fa male, meglio il miele, la “banalità del
miele”, il latte dopo una certa età fa male, e ancora e ancora, tutto un
terrorismo alimentare che ci vuole tristi, tristi e tristi. Sani e tristi. Anche
godere fa male. Sapete quanti microbi si nascondono in un bacio? Non baciatevi
oppure mettete un preservativo anche sulla bocca. Questa è la filosofia degli
odiosi nutrizionisti che pontificano. Edgar Allan Poe beveva come un barbaro,
eppure è stato uno degli scrittori più lucidi della storia della letteratura, ma
togliete il vino a Poe e non avrete Il pozzo e il pendolo o Il cuore rivelatore,
avrete un mondo fatto solo di “Franchi Berrini”! Mentre i poeti vedono poesia
anche nel tremore delle mani di un alcolista, come Isidore Ducasse che ne era
ipnotizzato.
Questo non è un elogio del farsi male, ma è una difesa di chi vuole godere, di
chi vuole farsi del male ma facendosi del bene, con lo zucchero, la carne rossa
e il latte di cui non posso fare a meno. I medici facciano il loro dovere, i
nutrizionisti ci informino pure su tutti i rischi che corriamo, le analisi del
sangue ci spaventino pure e ognuno faccia le proprie scelte, ma quello che noi
combattiamo è un modo di pensare e di essere, una filosofia riduzionista che
riduce il vino al cancro e la carne rossa al colesterolo.
Moriremo infiammati, moriremo con le analisi sballate, moriremo ubriachi, ma
felici. Il cadavere non trema, il cadavere non cammina storto, il cadavere
paradossalmente è la creatura più sana che ci sia perché non vive più, e la
vita, si sa, è un meraviglioso guaio, ma guai a non vivere e a fare della salute
un feticcio.
Ecco, dirò una cosa controintuitiva: la salute non è tutto. La salute è niente,
il niente più annientante che ci sia. Nascere è la cosa più pericolosa che ci
poteva capitare, che ognuno scelga di vivere come desidera, senza essere
criminalizzato e soprattutto senza criminalizzare il piacere. Certo ci vorrebbe
la misura in tutto, ma io provo simpatia verso tutte le persone smisurate. Un
grande poeta una volta ha detto: “Sono fottuto? Me ne fotto”. Ubriacatevi,
ubriacatevi di qualsiasi cosa, d’amore o di vino, e se vedete un astemio
accarezzatelo con compassione. Ora vado alla ricerca di qualche baccante,
esistono ancora?
L'articolo Io dico basta a questo terrorismo alimentare che ci vuole tristi,
tristi e tristi. Sani e tristi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Eat real food”. Con questo slogan l’amministrazione di Donald Trump presenta
l’aggiornamento delle linee guida sull’alimentazione negli Usa. L’obiettivo è
riportare la dieta “alle origini”, e a sottolineare il cambio di passo è Robert
Kennedy Jr., segretario alla Salute, che in una nota parla di un ritorno a cibi
“ricchi di nutrienti”: proteine, latticini, verdura, frutta, grassi “buoni” e
cereali integrali. Un elenco che diventa anche una gerarchia visiva nella nuova
piramide alimentare, presentata in forma rovesciata rispetto al modello
tradizionale.
Il cambiamento più rilevante del modello riguarda quindi il ruolo delle
proteine. Nelle nuove indicazioni, ogni pasto dovrebbe metterle al centro,
scegliendo fonti di qualità sia animali sia vegetali. Le quantità consigliate
oscillano tra 0,54 e 0,73 grammi per libbra di peso corporeo al giorno. “Stiamo
ponendo fine alla guerra alle proteine”, si legge nel sito dedicato alle linee
guida, che ribalta l’approccio prudente degli anni precedenti. Il nuovo modello
– che si presenta anche graficamente diverso, come piramide rovesciata –
suggerisce di dare priorità agli alimenti ricchi di grassi saturi – che
comunque, in linea con il consenso scientifico non dovrebbero superare il 10%
delle calorie giornaliere totali -, come bistecche e formaggio. Al vertice del
nuovo sistema alimenti ricchi di proteine come bistecche, carne macinata e
pollame. E mentre gli esperti incoraggiano a dare priorità ai latticini scremati
o parzialmente scremati per ridurre il consumo di grassi saturi, e diminuire
così il rischio di malattie cardiache, il ministero della Salute statunitense
oggi li valorizza, segnalandoli sulla piramide alimentare con un cartone di
latte intero. Nonostante nella piramide compaiano fonti note di grassi sani e
insaturi come olio d’oliva, avocado, frutti di mare e frutta secca, le nuove
linee guida suggeriscono anche di cucinare con burro o sego di manzo, ricchi di
grassi saturi. In precedenza oli di semi, come l’olio di soia e l’olio di
canola, era stato dimostrato fossero scelte più salutari, ma queste
considerazioni non emergono nel nuovo modello. Per Kennedy gli oli di semi sono
dannosi: lo ha detto più volte, senza però portare nessuna prova scientifica.
Resta tuttavia il consiglio di consumare cinque porzioni di frutta e verdura
nell’arco della giornata, mentre vengono accantonati i cereali raffinati. Quelli
integrali finiscono invece in fondo alla piramide, mentre le linee guida
precedenti li mettevano alla base.
La credibilità di Robert Kennedy Jr. in materia di salute pubblica è segnata da
anni di militanza nel mondo no-vax e da campagne contro i programmi di
immunizzazione, accusati di provocare autismo e altre malattie croniche. Da
segretario alla salute, ha preso delle decisioni aspramente criticate dalla
comunità scientifica, tra cui: il taglio di centinaia di milioni di dollari alla
ricerca sui vaccini a mRNA, il licenziamento in blocco dei membri del comitato
consultivo del Cdc sui vaccini e la revisione in chiave restrittiva del
calendario vaccinale infantile.
L'articolo Kennedy ribalta la piramide alimentare: carne, formaggio e latte
intero in cima, cereali integrali in fondo proviene da Il Fatto Quotidiano.