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Gomma, materie prime sotto pressione. Rincari e caos nella filiera globale
L’instabilità geopolitica nel Golfo torna a scuotere in profondità la filiera della gomma, con effetti immediati e prospettive ancora più critiche nel breve periodo. A evidenziarlo è l’indagine congiunturale realizzata dal Centro Studi di Assogomma, che fotografa un settore già sotto pressione e destinato ad affrontare ulteriori tensioni nelle prossime settimane. A sottolinearlo è Fabio Bertolotti (nella foto sotto), direttore di Assogomma, intervenuto a #FORUMAUTOMOTIVE: “I numeri raccolti sono realmente allarmanti. L’incertezza è il peggior nemico che le imprese devono fronteggiare in questo momento”. I dati restituiscono un quadro chiaro: il 63% delle imprese segnala aumenti di prezzo già in atto a partire dalla fine di febbraio, con rincari prevalentemente compresi tra il +3% e il +10%, ma con punte che arrivano fino al +50% per alcune gomme sintetiche come NBR e polibutadiene. Si tratta di materiali fondamentali per la produzione industriale, il cui aumento si riflette inevitabilmente su tutta la catena del valore. Ma il dato più rilevante riguarda il futuro immediato. La maggior parte dei fornitori ha già annunciato ulteriori aumenti a partire dal 1° aprile, segnale evidente che la pressione sui costi è destinata a crescere rapidamente. Il mercato, quindi, non ha ancora raggiunto il suo punto di massima tensione. A rendere il contesto ancora più complesso è la crescente opacità nelle dinamiche di approvvigionamento. Quasi la metà dei fornitori non è in grado di comunicare con chiarezza né i prezzi né i tempi di consegna e, in molti casi, non accetta nuovi ordini. Una situazione che rende estremamente difficile pianificare la produzione e gestire le scorte, aumentando il rischio operativo per le aziende. Le cause sono molteplici e strettamente interconnesse. Le oscillazioni delle quotazioni petrolifere influenzano direttamente i derivati utilizzati nella produzione della gomma, mentre le criticità logistiche e l’aumento dei costi energetici contribuiscono ad amplificare le difficoltà. A tutto questo si aggiunge la crescente scarsità di materie prime di base, che limita ulteriormente la disponibilità di prodotti sul mercato. Anche dal punto di vista geografico emergono elementi significativi: una quota rilevante degli aumenti riguarda forniture europee, segno che il continente sta assorbendo in prima battuta l’impatto dei rincari. Questo comporta una trasmissione rapida dei costi lungo le filiere locali, con effetti diretti anche sul mercato finale. In questo scenario, come detto, le imprese si trovano a operare in un contesto di forte incertezza. La quale rischia di comprimere i margini e mettere sotto pressione la continuità produttiva. Gli aumenti delle materie prime, infatti, si sommano a quelli attesi per energia e trasporti, creando un effetto cumulativo difficile da assorbire. Il quadro che emerge è quello di un settore chiamato a reagire rapidamente a uno scenario in continua evoluzione. La capacità di adattamento, la gestione del rischio e la flessibilità operativa diventano così fattori chiave per affrontare una fase che si preannuncia ancora complessa e instabile. L'articolo Gomma, materie prime sotto pressione. Rincari e caos nella filiera globale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La guerra in Iran è un vicolo cieco geopolitico per Trump: a farne le spese è la credibilità del sistema Usa
Ormai stiamo scivolando nell’assurdo. Da un lato, Trump brandisce la minaccia nucleare contro South Pars, il cuore pulsante del gas iraniano, promettendo distruzione totale; dall’altro, il suo stesso Segretario al Tesoro vaglia l’ipotesi di allentare le sanzioni per placare i mercati. Questa è la guerra di Trump in Iran: un conflitto schizofrenico che si combatte su due fronti opposti, dove il nemico da abbattere e il prezzo del carburante da calmierare sono diventati la stessa identica variabile. Non è solo una contraddizione logistica, è la fotografia di un vicolo cieco geopolitico. Il presidente si è infilato in una tenaglia dalla quale è quasi impossibile uscire indenni. Da una parte c’è la promessa fatta agli elettori, il patto fondativo della sua seconda presidenza: niente nuovi conflitti, benzina a buon mercato, disimpegno dalle paludi mediorientali. Dall’altra, la realtà di una rappresaglia iraniana che ha preso di mira non basi militari, ma il sistema nervoso dell’economia globale: le infrastrutture energetiche del Golfo. E in questo cortocircuito, la razionalità economica del mondo occidentale si è inceppata. L’errore fondamentale dell’amministrazione Trump è stato di natura intellettuale, prima ancora che strategica. Hanno pensato la guerra in termini novecenteschi, come uno scontro tra potenze di fuoco, dimenticando che il XXI secolo ha riscritto le regole dell’ingaggio. L’Iran ha capito perfettamente che la sua vulnerabilità militare è inversamente proporzionale alla vulnerabilità economica dell’Occidente. Per colpire Washington non serve affondare una portaerei nel Golfo, basta innescare un cortocircuito nei flussi energetici globali. E qui arriviamo al paradosso classico della postmodernità bellica: la forza di Teheran non risiede nei suoi missili, ma nella posizione geografica dello Stretto di Hormuz e nella fame di energia di Cina e India. Il 20% del petrolio mondiale e un quarto del gas naturale liquefatto passano da quel collo di bottiglia. Bloccare quel flusso, anche solo parzialmente, significa inoculare un virus nel cuore del sistema capitalista. E il virus si chiama inflazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il greggio vola a 119 dollari al barile, la benzina americana brucia gli stipendi con un aumento di un dollaro al gallone in poche settimane, e la Federal Reserve congela i tagli ai tassi che Trump sperava potessero rilanciare il mercato immobiliare prima delle elezioni. La vendetta di Teheran si materializza direttamente nel portafoglio degli elettori di Trump. È la globalizzazione al contrario: ciò che accade ad Asaluyeh non resta ad Asaluyeh, ma diventa un problema per un agricoltore del Kansas che vede impennarsi il prezzo dei fertilizzanti. La gestione della crisi, poi, è un capolavoro di dissonanza cognitiva. Trump dice ai suoi di non essere stato informato dell’attacco israeliano al giacimento di South Pars, mentre Israele giura di sì e i funzionari americani ammettono il contrario ai giornalisti. Si minaccia un nemico per poi offrirgli ossigeno finanziario con la riapertura alle sanzioni. Si chiede aiuto agli alleati per scortare le petroliere, salvo abbandonare l’impresa con stizza dichiarando che “non ne abbiamo mai avuto bisogno”. È la politica estera affidata ai social media: reattiva, impulsiva, e totalmente scollegata dalla complessità del mondo reale. E i mercati, che detestano l’incertezza più di qualsiasi altra cosa, reagiscono con nuovi picchi di volatilità. Il risultato è che ogni mossa per placare le acque finisce per sollevare onde ancora più alte. Ma c’è di più. La gestione della crisi rivela una frattura profonda all’interno dello stesso establishment americano. Da un lato i falchi, che vedono nell’occupazione di Kharg Island, il principale terminale d’esportazione iraniano, la soluzione definitiva. Dall’altro i realisti del Dipartimento del Tesoro e dell’Energia, che sanno bene che prendere Kharg significherebbe innescare una reazione a catena: gli iraniani, prima di cedere, distruggerebbero loro stessi le infrastrutture, e il prezzo del petrolio schizzerebbe verso livelli mai visti, con conseguenze devastanti per l’economia globale. Nel frattempo, la comunità internazionale osserva con un misto di incredulità e opportunismo. Gli alleati europei, consultati frettolosamente, esprimono frustrazione per l’incapacità di Trump di delineare una strategia di uscita. Le loro interlocuzioni con Teheran diventano sempre più tese e improduttive, perché nessuno è in grado di pianificare oltre le prossime ventiquattr’ore. Il Giappone, alleato storico, viene umiliato con un riferimento fuori luogo a Pearl Harbor durante un incontro bilaterale. E la Cina, il grande acquirente di greggio iraniano e socio commerciale dell’Arabia Saudita, osserva in silenzio, pronta a trarre le sue conclusioni su chi sia oggi l’attore affidabile nello scacchiere mediorientale. Ciò che colpisce, leggendo i retroscena, è la sottovalutazione colpevole delle conseguenze. L’amministrazione sembrava certa che l’Iran non avrebbe mai osato bloccare Hormuz, definendolo un “suicidio economico”. Si erano illusi che le pipeline alternative di Arabia Saudita ed Emirati potessero assorbire lo shock. Ma quelle pipeline coprono solo una frazione del traffico, e nessuno aveva previsto che Teheran le avrebbe prese di mira direttamente, come accaduto a Fujairah. Hanno dimenticato una lezione fondamentale della storia recente: quando un regime è con le spalle al muro e vede eliminato il suo leader, la razionalità economica lascia il posto all’istinto di sopravvivenza. L’eliminazione di Khamenei, che doveva essere il colpo di grazia, si è rivelata l’innesco di una reazione incontrollata. L’errore è stato pensare che Teheran avrebbe giocato secondo le regole di Wall Street, sacrificando la vendetta per preservare le entrate petrolifere. E mentre il tycoon alla Casa Bianca brancola nel buio, il suo team mette sul tavolo soluzioni che hanno il sapore della disperazione. Si valuta di rilasciare petrolio dalla Riserva Strategica, ma 172 milioni di barili in 120 giorni equivalgono a soli venti giorni di flusso normale attraverso Hormuz. Si pensa di allentare le sanzioni a Venezuela e Russia, rischiando di incrinare ulteriormente il fronte occidentale sulla guerra in Ucraina. Si discute persino di intervenire direttamente sul mercato dei futures del petrolio, un’ipotesi che il capo del CME Group ha definito senza mezzi termini un “disastro biblico”. Alla fine, la vera vittima di questa guerra potrebbe non essere l’Iran, ma la credibilità del sistema guidato da Washington. La “dottrina Trump”, se mai è esistita, si è rivelata una reazione istintiva a catastrofi annunciate. Si scopre che rilasciare scorte strategiche è solo un cerotto su un’emorragia. Si scopre che la macchina bellica più potente del mondo è impotente di fronte a poche mine intelligenti piazzate nel posto giusto. Si scopre, soprattutto, che un presidente eletto per disfare le guerre si ritrova invischiato in un conflitto senza fine, dove l’unica certezza è l’aumento del prezzo alla pompa e la perdita di fiducia degli alleati. E mentre i mercati tremano e i think tank riesumano vecchi piani per occupare isole strategiche, resta una domanda sospesa, un’eco che rimbomba nei suk di Teheran come a Wall Street: come si fa a dichiarare vittoria contro un nemico che ha imparato a combattere usando l’oro nero come arma di distruzione di massa e il dollaro come scudo? Forse, la risposta è che non si può. E che l’unica vera sconfitta, in questa storia, è la fine dell’illusione che si possa fare la guerra a costo zero in un mondo completamente interconnesso. Perché in questa nuova era, il prezzo della geopolitica si paga al distributore di benzina. E l’elettore americano, che tra meno di otto mesi tornerà alle urne, potrebbe non essere così disposto a perdonare. L'articolo La guerra in Iran è un vicolo cieco geopolitico per Trump: a farne le spese è la credibilità del sistema Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La guerra in Iran rischia di far saltare i Giochi del Mediterraneo a Taranto: il problema sono le navi per gli atleti
La voce si rincorre da qualche giorno: davvero i Giochi del Mediterraneo rischiano nuovamente di saltare, o quantomeno essere rinviati? Stavolta però non c’entrerebbero i veti politici, ritardi, scontri istituzionali che a vario titolo hanno contrassegnato l’organizzazione e che ormai sembrano finalmente superati: adesso a mettere ancora in discussione la rassegna che dovrebbe svolgersi il prossimo agosto a Taranto è la guerra in Iran. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che ha esternato la sua preoccupazione nel corso dell’ultima giunta, sollevando ufficialmente la questione. Il Quotidiano di Puglia ha raccontato come negli scorsi giorni anche la Corte dei Conti, che effettua il controllo concomitante sull’evento (a garanzia degli stessi organizzatori, visto che il Comitato è un ente pubblico e ci sono corpose sovvenzioni statali), ha chiesto “se, alla luce degli ultimi accadimenti, sono state effettuate attente valutazioni in ordine ai profili di sicurezza” e “più in generale in merito ai possibili effetti sullo svolgimento dei Giochi”. Una lettera piuttosto irrituale (i giudici contabili di solito si occupano più di appalti che di scenari geopolitici), che però fa capire quanto la questione sia fondata. La guerra in Iran è scoppiata in piena tregua olimpica, durante le Paralimpiadi di Milano-Cortina, senza avere praticamente alcuna ripercussione sull’evento (a parte il forfait dell’unico rappresentante iraniano). Per i Giochi del Mediterraneo, però, è diverso. Ci sono due fattori da tenere in considerazione. Il primo è che alla rassegna partecipano diversi Paesi geograficamente vicini all’area del conflitto, come Siria, Turchia, Cipro e soprattutto Libano, la cui presenza potrebbe essere tutt’altro che scontata. Ma il vero problema sono le navi. Come noto (è stato uno degli aspetti più delicati dell’organizzazione), le delegazioni saranno ospitate non nel classico villaggio ma su due grandi imbarcazioni da crociera attraccate nel porto di Taranto, che però è anche un luogo sensibile dal punto di vista militare: la concentrazione di un numero così alto di persone (quasi 5mila tra atleti, tecnici e dirigenti) potrebbe rappresentare un target pericoloso, oltre che rendere di fatto indisponibile per diverse settimane una delle principali basi navali del Paese, cosa che non è concepibile in periodo di guerra. Insomma, il tema esiste e se il conflitto in Medioriente dovesse protrarsi a lungo potrebbe rappresentare un serio problema per i Giochi del Mediterraneo. A giocare a sfavore ci sono anche le tempistiche: la cerimonia inaugurale è in calendario venerdì 21 agosto, fra cinque mesi, per allora c’è la ragionevole speranza che la guerra sia finita. Gli organizzatori, però, si muovono su un orizzonte più ridotto: una rassegna così grande non si può certo rinviare all’ultimo momento, eventualmente la macchina va fermata molto prima, altrimenti si rischia di bruciare milioni di euro. Una decisione definitiva andrà presa non oltre aprile, quando la situazione potrebbe essere ancora in divenire. L’ultima parola spetterà al governo, che in accordo col Comitato internazionale (CIGM) dovrà valutare le condizioni e confermare, spostare al 2027 o addirittura cancellare (scenario questo più remoto) la manifestazione. Certo, sarebbe un’autentica beffa a questo punto, dopo tutti i problemi che ci sono stati e che sono stati faticosamente superati. Qualcuno, in realtà, suggerisce che un rinvio non sarebbe nemmeno del tutto sgradito, perché concederebbe più margine per sistemare i dettagli. Ma questo forse può valere per la città di Taranto, meno per il Comitato organizzatore che si troverebbe a sostenere ulteriori spese e ha fatto i salti mortali per arrivare a questo punto. Il contratto sui famosi servizi tecnologici (su cui si è rischiato davvero l’annullamento) è stato firmato, i lavori principali sugli impianti procedono e saranno conclusi in tempo utile, anche le navi sono state trovate (la prima, l’altra è in arrivo). Per i Giochi del Mediterraneo a Taranto sembra davvero quasi tutto pronto. Ma adesso non dipende più solo da noi. X: @lVendemiale L'articolo La guerra in Iran rischia di far saltare i Giochi del Mediterraneo a Taranto: il problema sono le navi per gli atleti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Iran è scontro tra un governo imperialista, uno neofascista e uno islamista. Ma la vittima è una sola
di Claudia De Martino Per una volta, in Italia non sembrano esserci dubbi sul fatto che la guerra condotta contro l’Iran sia un atto criminale, contrario al diritto internazionale e, più pragmaticamente, agli interessi nazionali, in un Paese totalmente dipendente dall’estero dal punto di vista energetico (per il 73,5% nel 2024). La Sinistra sull’Iran ha reagito compatta. Il Pd ha immediatamente chiesto il cessate il fuoco e nessun supporto logistico all’intervento militare. Su una nota simile si è espresso il M5S, che, oltre ad aver accusato il governo Meloni di subalternità agli Stati Uniti, gli ha chiesto di prodigarsi per convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere fine alle ostilità. Anche il Governo Meloni ha deciso saggiamente di non rispondere alle richieste di aiuto di Trump. Per una volta, i partiti sono in totale sintonia con la maggioranza degli italiani, che dichiarano al 56% di essere contrari alla guerra. Oltre agli italiani, anche i cittadini statunitensi si esprimono prevalentemente contro la guerra (solo il 27% approva l’attacco), in linea con il sentire generalizzato dei cittadini dei 27 Paesi europei, in cui l’approvazione è in media ancora inferiore, attestandosi intorno al 20%. Solo l’opinione pubblica israeliana si staglia in netta controtendenza, con tutti i principali partiti dell’opposizione favorevoli e un sostegno politico trasversale pari all’82% dei cittadini ebrei. In considerazione dei sondaggi, sembrerebbe che questa sia la guerra più ingiusta e impopolare che sia stata condotta in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq (2003). Ora, anche volendo credere ad un intervento pro-manifestanti, è difficile argomentare a favore di una guerra condotta dagli Stati Uniti e Israele, due potenze aggressive, espansionistiche e revisioniste, che certamente non difendono né in patria né altrove i valori democratici e non sono intervenute in Iran nel nome della “responsabilità di proteggere” (intervento che oltretutto avrebbe dovuto preventivamente essere autorizzato dall’Onu, organizzazione che entrambe denigrano). Tuttavia, non è nemmeno possibile auspicarsi la tenuta della Repubblica islamica, che resta il regime criminale contro cui una maggioranza di cittadini inermi (intorno al 78% si dichiaravano ostili al regime) ha marciato tra il 6 e il 9 gennaio: non tanto per protestare ancora una volta contro l’imposta islamizzazione della società, che pure risulta odiosa ad una società che ha una lunga tradizione secolare antecedente, ma contro il degrado delle loro condizioni di vita e la spoliazione sistematica delle risorse del paese da parte del regime (ayatollah e Pasdaran) per scopi privati o per alimentare l’arsenale di guerra contro il “grande” e il “piccolo Satana”. Il regime ha impiegato un livello tale di brutalità nel reprimerli, che tra le 6000 e le 11000 persone ne sono rimaste uccise e ha “venduto” il rilascio dei corpi dei manifestanti ammassati negli obitori in cambio di cifre abnormi o dichiarazioni false (ovvero che appartenessero alla milizia Basij). E anche prima dell’ondata di manifestazioni, dopo 47 anni di preparazione alla guerra contro l’Occidente, non ha previsto (come Hamas) nemmeno un bunker per la sua popolazione civile che oggi soffre sotto le bombe. Se i nomi delle guerre rivelano le intenzioni propagandistiche dei rispettivi regimi, in Iran la “vittoria di Khaybar”, il nome assegnatole dalla Repubblica islamica, richiama una battaglia coranica del 628 d.C. (settimo anno dell’Egira) nei pressi dell’oasi di Khaybar, a nord di Medina, che segnò una vittoria decisiva del Profeta Maometto sulle tribù ebraiche. Oggi conquistare “Khaybar”, un’oasi allora associata alla ricchezza agricola, significherebbe tenere testa alle due più aggressive potenze dell’Occidente e rafforzare nel mondo musulmano la propria posizione di guida della “resistenza” militare all’ordine mondiale unipolare degli Stati Uniti. In definitiva, la ricetta sicura per un’altra serie di guerre. Dall’altro lato della barricata, il nome attribuitole da Israele – “Leone ruggente” – richiama la Bibbia e uno dei suoi tanti passaggi bellicistici in cui si preconizza il trionfo di Israele sui propri nemici: “Ecco, il popolo si leverà come un grande leone e (…) non si coricherà finché non avrà divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Libro dei Numeri, 23:24). Al contrario, la “Furia epica” trumpiana non richiama alcuna tradizione religiosa ma rievoca, secondo la Cnn, una “monumentale volontà di guerra”. In sintesi, attraverso una sommaria analisi del discorso condotto nei tre Paesi a beneficio delle rispettive opinioni pubbliche, si potrebbe dedurre che l’Iran pensi che l’Islam politico sciita, di cui è guida, prima o poi trionferà su propri nemici e s’imporrà com’è stato per il Profeta; Israele pensa lo stesso ma all’interno di un immaginario referenziale biblico, e gli Usa di Trump pensano solo di poter infliggere una pesante lezione “alla venezuelana” ad un Paese che non si è piegato ai loro diktat. I cittadini iraniani, uniche vere vittime di questo conflitto, sono quindi confrontati a tre potenze autoritarie e fanatiche: l’ultima cosa che hanno a cuore sono i loro diritti. Sono schiacciati – come ben illustrano Stéphanie Roza e Amirpasha Tavakkoli, autori del bellissimo libro Lumières et anti-Lumières en Iran (PUF, 2026) – tra fascismo e islamismo politico interno, due ideologie che, seppur apparentemente distanti, derivano da uno stesso tronco concettuale: il rigetto, o l’incorporazione selettiva, della modernità, che va bene solo quando si presenta sotto la forma di avanzamento tecnico, ma non culturale, politico o sociale. Roza e Tavakkoli concludono infatti che “l’islamismo appartiene alla stessa famiglia politica del fascismo: una reazione alla democrazia, alla parità tra uomini e donne, ai diritti delle minoranze, al multilateralismo”. In Iran oggi si sta consumando uno scontro tra tre titani: un regime imperialista (gli Usa), un governo neofascista (Israele) e uno islamista (Iran). La popolazione, che oggi forse si pente di essere arrivata ad auspicare un aiuto esterno, teme anche che se gli Usa tornassero oggi al tavolo dei negoziati con il regime, indebolito ma ancora saldamente al potere, sarebbe nuovamente confrontata ad una micidiale repressione, ad una politica orientata al riarmo nucleare e al confronto militare regionale ai danni dello sviluppo interno. Molti sperano solo, al termine di questa guerra, di trovare sollievo dalle gravi difficoltà economiche in cui il Paese si dibatte, dall’inflazione e dalla disoccupazione causate dalla cattiva gestione del regime, dalla sua corruzione e dalle sanzioni che gli ha attirato. Tutto questo nella paralisi dell’Europa, a cui non basta sfilarsi dalla guerra ingiusta e avventata di Israele e Stati Uniti, ma che dovrebbe anche assumere un ruolo propositivo, indicando come porre fine agli opachi investimenti dei Pasdaran nella Ue, capaci di aggirare le sanzioni, come controbilanciare gli Usa di Trump in una Nato sempre più svuotata di senso, come arginare un Paese come Israele, ormai in preda ad un espansionismo tossico ai danni di tutti i propri vicini e – perché no? – magari proporsi come mediatore nel conflitto, partendo dal punto fermo che una transizione all’interno del regime verso l’ala riformista sia non solo auspicabile ma ormai inevitabile. In altri termini, ricominciare a elaborare una politica estera all’altezza delle sfide correnti, in un contesto globalmente sempre più instabile per l’assenza di nuove alleanze multilaterali capaci di ergersi a difesa di quei diritti umani e di quelle regole internazionali così difficilmente negoziati nel ‘900. Un insieme di diritti e regole a cui, però, tutti e tre i contendenti dell’attuale conflitto sono palesemente ostili. L'articolo In Iran è scontro tra un governo imperialista, uno neofascista e uno islamista. Ma la vittima è una sola proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ferrari prudente sul Medio Oriente, consegne rallentate ma non ferme
La guerra in Iran colpisce pure Ferrari: il Cavallino, infatti, ha temporaneamente interrotto le consegne nell’area mediorientale coinvolta dal conflitto. “Stiamo monitorando da vicino gli sviluppi in Medio Oriente e le potenziali implicazioni per il nostro business“, dicono da Maranello. Non si tratta di uno stop totale, comunque, quanto di un marcato rallentamento: “A questo stadio, abbiamo temporaneamente sospeso le consegne nell’area, gestendo al contempo alcune consegne tramite aereo”, dice un portavoce dell’azienda. Giova ricordare che il Medio Oriente è un mercato strategico per la Rossa (e per i costruttori di auto di lusso in generale). Nel 2025 Ferrari ha consegnato circa 600 unità nella regione in questione, pari al 4,6% delle consegne. La frenata sulle consegne ha comportato una cessione del titolo, che ha perso terreno a Piazza Affari subito dopo l’annuncio, in una giornata caratterizzata dalle Borse europee in negativo in scia a quelle asiatiche a causa dell’impennata dei prezzi dell’energia e del blocco delle rotte commerciali. Anche Volkswagen e Maserati hanno congelato l’invio di veicoli in Medio Oriente, mentre Bentley afferma che la domanda sia calata con l’inizio delle ostilità. “Al momento non abbiamo ripercussioni sul fronte della produzione; ma di sicuro, in Medio Oriente le persone hanno ben altro a cui pensare che cercare una nuova Bentley in questo momento”, fanno sapere dalla casa inglese. Del resto, l’indice S&P global luxury, cartina al tornasole del mercato del lusso, “parla chiaro”: ha accusato un crollo del 13% dal 28 febbraio a oggi. L'articolo Ferrari prudente sul Medio Oriente, consegne rallentate ma non ferme proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive
Italia terra di basi, installazioni e servitù militari. La guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Iran ha fatto tornare di attualità il ruolo – marginale nella diplomazia, fondamentale nello scacchiere militare – che il nostro Paese riveste nel dispiegamento delle forze Nato in generale e di quelle americane più nello specifico. Al pari forse della sola Germania, infatti, l’Italia è stata – a partire dal secondo dopoguerra e per lungo tempo fino alla fine della guerra fredda – il luogo d’elezione per piazzare piste, fortini, munizioni e radar che guardavano a Est. Ma se la caduta del Muro di Berlino e l’evoluzione tecnologica hanno reso inutili se non inservibili (quando non proprio abbandonate) molte di queste strutture, il tessuto del Paese rimane costellato ancora oggi di strutture più o meno operative che potrebbero ritrovarsi coinvolte, anche solo per esigenze logistiche, di fronte a una ulteriore escalation del conflitto. LA DISTRIBUZIONE DELLE BASI Ricostruire la mappa della miriade di torri, uffici di comunicazione, basi, depositi e caserme sparse per il Paese non è semplice. Alle fonti ufficiali infatti, da sempre si accompagnano antologie di luoghi mai ufficialmente riconosciuti ma nemmeno mai smentiti, spesso identificati da siti di controinformazione e rilanciate dai media mainstream. Di ciascuno di questi siti – in assenza di definizioni ufficiali – è altrettanto arduo ricostruire l’effettivo utilizzo sotto l’ombrello Usa o Nato, spesso concorrenti o paralleli. Per questo le mappe che pubblichiamo si basano sull’unica ipotesi possibile: quella del confronto di fonti macro (fonti ufficiali, Ong, campagne internazionali) con la verifica, laddove possibile, su notizie della stampa locale. Quel che è certo oltre ogni ragionevole dubbio è che il principale “esportatore” di basi militari al mondo sono gli Stati Uniti. I responsabili della campagna World Beyond War ne hanno contate più di 870 a stelle e strisce su suolo straniero, i due terzi delle 1200 basi estere a livello globale. Altrettanto certo è che il conto di ciò che avviene nel mondo occidentale è ben più credibile di quanto ammesso o comunicato da potenze come Russia e Cina, il cui dispiegamento di forze, quando svelato, ha una funzione spesso di leva politica ancor prima che militare. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LA BOMBA La proliferazione militare del secondo dopo guerra ha portato con sé anche l’incremento di ordigni nucleari nelle mani delle due superpotenze e dei loro alleati. In questo caso l’Italia vanta un piccolo record, essendo l’unico Paese europeo con due depositi destinati agli ordigni atomici. Un terzo delle atomiche custodite in Europa si trova nel nord Italia, nelle due principali basi aeree di Aviano e Ghedi. Complessivamente, il numero delle testate nel mondo è superiore a 12mila, la gran parte delle quali in mano a Stati Uniti e Russia. Le sorti incerte dei trattati di non proliferazione (dopo il ritiro russo nel 2023) rendono questo numero ulteriormente difficile da stimare in futuro. L'articolo Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il caso delle calciatrici iraniane, portate via dall’Australia dopo il ritiro della richiesta d’asilo: “Minacciate le loro famiglie”
La storia delle calciatrici iraniane che avevano chiesto asilo in Australia dopo essere scappate dall’hotel in cui alloggiava la Nazionale si sta chiudendo nel modo più inquietante. Una dopo l’altra, quasi tutte hanno ritirato la richiesta di protezione internazionale e sono state portate fuori dal Paese, in Malesia. Mentre le attiviste denunciano minacce e pressioni da parte del regime di Teheran per convincerle a fare marcia indietro. L’ultima a cedere è stata la capitana della nazionale femminile di calcio dell’Iran, Zahra Ghanbari, partita domenica sera dall’Australia. A confermarlo è stato Tony Burke, ministro degli Interni australiano. Erano state 7 componenti della Nazionali – sei calciatrici e un membro dello staff – a chiedere asilo a Canberra nel timore di ritorsioni da parte del regime di Teheran, dopo che la squadra si era rifiutata di cantare l’inno nazionale prima della partita contro la Corea del Sud della Coppa d’Asia, che si stava disputando appunto in Australia. Il dietrofront è arrivato nel giro di pochi giorni. La prima a cambiare idea è stata Mohadeseh Zolfi, che mercoledì ha ritirato la domanda d’asilo. Due giorni dopo l’hanno seguita Mona Hamoudi, Zahra Sarbali e Zahra Mashkekar, due giocatrici e un membro dello staff. Infine la capitana Ghanbari: dopo aver lasciato l’Australia, Ghanbari ha raggiunto le altre quattro componenti della delegazione a Kuala Lumpur, in Malesia, dove si trovano attualmente in attesa di rientrare in Iran. Delle altre due calciatrici – Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanizadeh – non si hanno altre notizie. A denunciare ciò che potrebbe aver spinto le giocatrici a tornare sui propri passi è stata Shiva Amini, ex giocatrice della nazionale iraniana di futsal e attivista per i diritti umani. In un messaggio pubblicato su Instagram, Amini ha parlato apertamente di pressioni esercitate dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane sui familiari delle atlete rimasti in patria. “Hanno persino preso di mira la famiglia di Zahra Ghanbari. Nonostante la recente perdita del padre, le autorità stanno facendo pressione sulla madre. Questo dimostra il livello di crudeltà e disperazione a cui sono disposti ad arrivare per costringere questi atleti a obbedire“, ha scritto su Instagram Shiva Amini. Secondo il suo racconto, inoltre, un dirigente della squadra si è presentato come persona fidata riuscendo a convincere alcune giocatrici a rientrare. “Diverse giocatrici hanno deciso di tornare perché le minacce contro le loro famiglie erano diventate insopportabili e le intimidazioni incessanti“, ha spiegato l’attivista iraniana. “La situazione è diventata estremamente grave, perché le minacce e le intimidazioni contro le loro famiglie continuano ad aumentare”, si legge nel post social pubblicato. Versione riportata anche da Leigh Swansborough, un’altra attivista che nei giorni scorsi ha diffuso il video della fuga delle calciatrici dall’albergo. Swansborough ha denunciato la presenza di un’infiltrata delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che ha avuto il compito di persuadere le calciatrici iraniane a ritirare le richieste di asilo e lasciare l’Australia, riportando loro le minacce del regime. Il quotidiano The Guardian riporta la denuncia di un membro della diaspora iraniana in Australia, il quale ha riferito che componenti dello staff della squadra hanno fatto leggere messaggi del governo iraniano alle giocatrici in Australia, minacciando indirettamente le loro famiglie e utilizzando anche messaggi vocali dei familiari per convincerli a tornare. Intanto l’agenzia statale iraniana Tasnim ha celebrato il ritorno delle giocatrici, definendo la loro decisione una scelta patriottica e un gesto di lealtà verso la patria e la bandiera. Secondo l’agenzia Tasnim, il ritorno delle calciatrici avrebbe rappresentato una “vittoria politica sugli Stati Uniti e un esempio di patriottismo e resilienza delle donne iraniane”. Per quanto riguarda il resto della squadra, martedì tutte hanno lasciato un hotel di Gold Coast in Australia sotto scorta della polizia. Si teme per la loro sicurezza al rientro in Iran, dove i media statali li avevano etichettati come “traditrici in tempo di guerra” per essersi rifiutate di cantare l’inno nazionale nella partita d’esordio. Di loro, però, da qualche giorno non si hanno più informazioni. L'articolo Il caso delle calciatrici iraniane, portate via dall’Australia dopo il ritiro della richiesta d’asilo: “Minacciate le loro famiglie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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