L’instabilità geopolitica nel Golfo torna a scuotere in profondità la filiera
della gomma, con effetti immediati e prospettive ancora più critiche nel breve
periodo. A evidenziarlo è l’indagine congiunturale realizzata dal Centro Studi
di Assogomma, che fotografa un settore già sotto pressione e destinato ad
affrontare ulteriori tensioni nelle prossime settimane.
A sottolinearlo è Fabio Bertolotti (nella foto sotto), direttore di Assogomma,
intervenuto a #FORUMAUTOMOTIVE: “I numeri raccolti sono realmente allarmanti.
L’incertezza è il peggior nemico che le imprese devono fronteggiare in questo
momento”.
I dati restituiscono un quadro chiaro: il 63% delle imprese segnala aumenti di
prezzo già in atto a partire dalla fine di febbraio, con rincari prevalentemente
compresi tra il +3% e il +10%, ma con punte che arrivano fino al +50% per alcune
gomme sintetiche come NBR e polibutadiene. Si tratta di materiali fondamentali
per la produzione industriale, il cui aumento si riflette inevitabilmente su
tutta la catena del valore.
Ma il dato più rilevante riguarda il futuro immediato. La maggior parte dei
fornitori ha già annunciato ulteriori aumenti a partire dal 1° aprile, segnale
evidente che la pressione sui costi è destinata a crescere rapidamente. Il
mercato, quindi, non ha ancora raggiunto il suo punto di massima tensione.
A rendere il contesto ancora più complesso è la crescente opacità nelle
dinamiche di approvvigionamento. Quasi la metà dei fornitori non è in grado di
comunicare con chiarezza né i prezzi né i tempi di consegna e, in molti casi,
non accetta nuovi ordini. Una situazione che rende estremamente difficile
pianificare la produzione e gestire le scorte, aumentando il rischio operativo
per le aziende.
Le cause sono molteplici e strettamente interconnesse. Le oscillazioni delle
quotazioni petrolifere influenzano direttamente i derivati utilizzati nella
produzione della gomma, mentre le criticità logistiche e l’aumento dei costi
energetici contribuiscono ad amplificare le difficoltà. A tutto questo si
aggiunge la crescente scarsità di materie prime di base, che limita
ulteriormente la disponibilità di prodotti sul mercato.
Anche dal punto di vista geografico emergono elementi significativi: una quota
rilevante degli aumenti riguarda forniture europee, segno che il continente sta
assorbendo in prima battuta l’impatto dei rincari. Questo comporta una
trasmissione rapida dei costi lungo le filiere locali, con effetti diretti anche
sul mercato finale.
In questo scenario, come detto, le imprese si trovano a operare in un contesto
di forte incertezza. La quale rischia di comprimere i margini e mettere sotto
pressione la continuità produttiva. Gli aumenti delle materie prime, infatti, si
sommano a quelli attesi per energia e trasporti, creando un effetto cumulativo
difficile da assorbire.
Il quadro che emerge è quello di un settore chiamato a reagire rapidamente a uno
scenario in continua evoluzione. La capacità di adattamento, la gestione del
rischio e la flessibilità operativa diventano così fattori chiave per affrontare
una fase che si preannuncia ancora complessa e instabile.
L'articolo Gomma, materie prime sotto pressione. Rincari e caos nella filiera
globale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Guerra Iran
Ormai stiamo scivolando nell’assurdo. Da un lato, Trump brandisce la minaccia
nucleare contro South Pars, il cuore pulsante del gas iraniano, promettendo
distruzione totale; dall’altro, il suo stesso Segretario al Tesoro vaglia
l’ipotesi di allentare le sanzioni per placare i mercati. Questa è la guerra di
Trump in Iran: un conflitto schizofrenico che si combatte su due fronti opposti,
dove il nemico da abbattere e il prezzo del carburante da calmierare sono
diventati la stessa identica variabile.
Non è solo una contraddizione logistica, è la fotografia di un vicolo cieco
geopolitico. Il presidente si è infilato in una tenaglia dalla quale è quasi
impossibile uscire indenni. Da una parte c’è la promessa fatta agli elettori, il
patto fondativo della sua seconda presidenza: niente nuovi conflitti, benzina a
buon mercato, disimpegno dalle paludi mediorientali. Dall’altra, la realtà di
una rappresaglia iraniana che ha preso di mira non basi militari, ma il sistema
nervoso dell’economia globale: le infrastrutture energetiche del Golfo. E in
questo cortocircuito, la razionalità economica del mondo occidentale si è
inceppata.
L’errore fondamentale dell’amministrazione Trump è stato di natura
intellettuale, prima ancora che strategica. Hanno pensato la guerra in termini
novecenteschi, come uno scontro tra potenze di fuoco, dimenticando che il XXI
secolo ha riscritto le regole dell’ingaggio. L’Iran ha capito perfettamente che
la sua vulnerabilità militare è inversamente proporzionale alla vulnerabilità
economica dell’Occidente. Per colpire Washington non serve affondare una
portaerei nel Golfo, basta innescare un cortocircuito nei flussi energetici
globali.
E qui arriviamo al paradosso classico della postmodernità bellica: la forza di
Teheran non risiede nei suoi missili, ma nella posizione geografica dello
Stretto di Hormuz e nella fame di energia di Cina e India. Il 20% del petrolio
mondiale e un quarto del gas naturale liquefatto passano da quel collo di
bottiglia. Bloccare quel flusso, anche solo parzialmente, significa inoculare un
virus nel cuore del sistema capitalista. E il virus si chiama inflazione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il greggio vola a 119 dollari al
barile, la benzina americana brucia gli stipendi con un aumento di un dollaro al
gallone in poche settimane, e la Federal Reserve congela i tagli ai tassi che
Trump sperava potessero rilanciare il mercato immobiliare prima delle elezioni.
La vendetta di Teheran si materializza direttamente nel portafoglio degli
elettori di Trump. È la globalizzazione al contrario: ciò che accade ad Asaluyeh
non resta ad Asaluyeh, ma diventa un problema per un agricoltore del Kansas che
vede impennarsi il prezzo dei fertilizzanti.
La gestione della crisi, poi, è un capolavoro di dissonanza cognitiva. Trump
dice ai suoi di non essere stato informato dell’attacco israeliano al giacimento
di South Pars, mentre Israele giura di sì e i funzionari americani ammettono il
contrario ai giornalisti. Si minaccia un nemico per poi offrirgli ossigeno
finanziario con la riapertura alle sanzioni. Si chiede aiuto agli alleati per
scortare le petroliere, salvo abbandonare l’impresa con stizza dichiarando che
“non ne abbiamo mai avuto bisogno”. È la politica estera affidata ai social
media: reattiva, impulsiva, e totalmente scollegata dalla complessità del mondo
reale. E i mercati, che detestano l’incertezza più di qualsiasi altra cosa,
reagiscono con nuovi picchi di volatilità. Il risultato è che ogni mossa per
placare le acque finisce per sollevare onde ancora più alte.
Ma c’è di più. La gestione della crisi rivela una frattura profonda all’interno
dello stesso establishment americano. Da un lato i falchi, che vedono
nell’occupazione di Kharg Island, il principale terminale d’esportazione
iraniano, la soluzione definitiva. Dall’altro i realisti del Dipartimento del
Tesoro e dell’Energia, che sanno bene che prendere Kharg significherebbe
innescare una reazione a catena: gli iraniani, prima di cedere, distruggerebbero
loro stessi le infrastrutture, e il prezzo del petrolio schizzerebbe verso
livelli mai visti, con conseguenze devastanti per l’economia globale.
Nel frattempo, la comunità internazionale osserva con un misto di incredulità e
opportunismo. Gli alleati europei, consultati frettolosamente, esprimono
frustrazione per l’incapacità di Trump di delineare una strategia di uscita. Le
loro interlocuzioni con Teheran diventano sempre più tese e improduttive, perché
nessuno è in grado di pianificare oltre le prossime ventiquattr’ore. Il
Giappone, alleato storico, viene umiliato con un riferimento fuori luogo a Pearl
Harbor durante un incontro bilaterale. E la Cina, il grande acquirente di
greggio iraniano e socio commerciale dell’Arabia Saudita, osserva in silenzio,
pronta a trarre le sue conclusioni su chi sia oggi l’attore affidabile nello
scacchiere mediorientale.
Ciò che colpisce, leggendo i retroscena, è la sottovalutazione colpevole delle
conseguenze. L’amministrazione sembrava certa che l’Iran non avrebbe mai osato
bloccare Hormuz, definendolo un “suicidio economico”. Si erano illusi che le
pipeline alternative di Arabia Saudita ed Emirati potessero assorbire lo shock.
Ma quelle pipeline coprono solo una frazione del traffico, e nessuno aveva
previsto che Teheran le avrebbe prese di mira direttamente, come accaduto a
Fujairah. Hanno dimenticato una lezione fondamentale della storia recente:
quando un regime è con le spalle al muro e vede eliminato il suo leader, la
razionalità economica lascia il posto all’istinto di sopravvivenza.
L’eliminazione di Khamenei, che doveva essere il colpo di grazia, si è rivelata
l’innesco di una reazione incontrollata. L’errore è stato pensare che Teheran
avrebbe giocato secondo le regole di Wall Street, sacrificando la vendetta per
preservare le entrate petrolifere.
E mentre il tycoon alla Casa Bianca brancola nel buio, il suo team mette sul
tavolo soluzioni che hanno il sapore della disperazione. Si valuta di rilasciare
petrolio dalla Riserva Strategica, ma 172 milioni di barili in 120 giorni
equivalgono a soli venti giorni di flusso normale attraverso Hormuz. Si pensa di
allentare le sanzioni a Venezuela e Russia, rischiando di incrinare
ulteriormente il fronte occidentale sulla guerra in Ucraina. Si discute persino
di intervenire direttamente sul mercato dei futures del petrolio, un’ipotesi che
il capo del CME Group ha definito senza mezzi termini un “disastro biblico”.
Alla fine, la vera vittima di questa guerra potrebbe non essere l’Iran, ma la
credibilità del sistema guidato da Washington. La “dottrina Trump”, se mai è
esistita, si è rivelata una reazione istintiva a catastrofi annunciate. Si
scopre che rilasciare scorte strategiche è solo un cerotto su un’emorragia. Si
scopre che la macchina bellica più potente del mondo è impotente di fronte a
poche mine intelligenti piazzate nel posto giusto. Si scopre, soprattutto, che
un presidente eletto per disfare le guerre si ritrova invischiato in un
conflitto senza fine, dove l’unica certezza è l’aumento del prezzo alla pompa e
la perdita di fiducia degli alleati. E mentre i mercati tremano e i think tank
riesumano vecchi piani per occupare isole strategiche, resta una domanda
sospesa, un’eco che rimbomba nei suk di Teheran come a Wall Street: come si fa a
dichiarare vittoria contro un nemico che ha imparato a combattere usando l’oro
nero come arma di distruzione di massa e il dollaro come scudo?
Forse, la risposta è che non si può. E che l’unica vera sconfitta, in questa
storia, è la fine dell’illusione che si possa fare la guerra a costo zero in un
mondo completamente interconnesso. Perché in questa nuova era, il prezzo della
geopolitica si paga al distributore di benzina. E l’elettore americano, che tra
meno di otto mesi tornerà alle urne, potrebbe non essere così disposto a
perdonare.
L'articolo La guerra in Iran è un vicolo cieco geopolitico per Trump: a farne le
spese è la credibilità del sistema Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo L’Iran lancia missili contro base Usa nell’Oceano indiano. Nuovi raid
israeliano a Teheran a Beirut. Droni e missili contro Arabia saudita, Emirati e
Quwait proviene da Il Fatto Quotidiano.
La voce si rincorre da qualche giorno: davvero i Giochi del Mediterraneo
rischiano nuovamente di saltare, o quantomeno essere rinviati? Stavolta però non
c’entrerebbero i veti politici, ritardi, scontri istituzionali che a vario
titolo hanno contrassegnato l’organizzazione e che ormai sembrano finalmente
superati: adesso a mettere ancora in discussione la rassegna che dovrebbe
svolgersi il prossimo agosto a Taranto è la guerra in Iran.
Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente del Coni, Luciano
Buonfiglio, che ha esternato la sua preoccupazione nel corso dell’ultima giunta,
sollevando ufficialmente la questione. Il Quotidiano di Puglia ha raccontato
come negli scorsi giorni anche la Corte dei Conti, che effettua il controllo
concomitante sull’evento (a garanzia degli stessi organizzatori, visto che il
Comitato è un ente pubblico e ci sono corpose sovvenzioni statali), ha chiesto
“se, alla luce degli ultimi accadimenti, sono state effettuate attente
valutazioni in ordine ai profili di sicurezza” e “più in generale in merito ai
possibili effetti sullo svolgimento dei Giochi”. Una lettera piuttosto irrituale
(i giudici contabili di solito si occupano più di appalti che di scenari
geopolitici), che però fa capire quanto la questione sia fondata.
La guerra in Iran è scoppiata in piena tregua olimpica, durante le Paralimpiadi
di Milano-Cortina, senza avere praticamente alcuna ripercussione sull’evento (a
parte il forfait dell’unico rappresentante iraniano). Per i Giochi del
Mediterraneo, però, è diverso. Ci sono due fattori da tenere in considerazione.
Il primo è che alla rassegna partecipano diversi Paesi geograficamente vicini
all’area del conflitto, come Siria, Turchia, Cipro e soprattutto Libano, la cui
presenza potrebbe essere tutt’altro che scontata. Ma il vero problema sono le
navi. Come noto (è stato uno degli aspetti più delicati dell’organizzazione), le
delegazioni saranno ospitate non nel classico villaggio ma su due grandi
imbarcazioni da crociera attraccate nel porto di Taranto, che però è anche un
luogo sensibile dal punto di vista militare: la concentrazione di un numero così
alto di persone (quasi 5mila tra atleti, tecnici e dirigenti) potrebbe
rappresentare un target pericoloso, oltre che rendere di fatto indisponibile per
diverse settimane una delle principali basi navali del Paese, cosa che non è
concepibile in periodo di guerra.
Insomma, il tema esiste e se il conflitto in Medioriente dovesse protrarsi a
lungo potrebbe rappresentare un serio problema per i Giochi del Mediterraneo. A
giocare a sfavore ci sono anche le tempistiche: la cerimonia inaugurale è in
calendario venerdì 21 agosto, fra cinque mesi, per allora c’è la ragionevole
speranza che la guerra sia finita. Gli organizzatori, però, si muovono su un
orizzonte più ridotto: una rassegna così grande non si può certo rinviare
all’ultimo momento, eventualmente la macchina va fermata molto prima, altrimenti
si rischia di bruciare milioni di euro. Una decisione definitiva andrà presa non
oltre aprile, quando la situazione potrebbe essere ancora in divenire. L’ultima
parola spetterà al governo, che in accordo col Comitato internazionale (CIGM)
dovrà valutare le condizioni e confermare, spostare al 2027 o addirittura
cancellare (scenario questo più remoto) la manifestazione.
Certo, sarebbe un’autentica beffa a questo punto, dopo tutti i problemi che ci
sono stati e che sono stati faticosamente superati. Qualcuno, in realtà,
suggerisce che un rinvio non sarebbe nemmeno del tutto sgradito, perché
concederebbe più margine per sistemare i dettagli. Ma questo forse può valere
per la città di Taranto, meno per il Comitato organizzatore che si troverebbe a
sostenere ulteriori spese e ha fatto i salti mortali per arrivare a questo
punto. Il contratto sui famosi servizi tecnologici (su cui si è rischiato
davvero l’annullamento) è stato firmato, i lavori principali sugli impianti
procedono e saranno conclusi in tempo utile, anche le navi sono state trovate
(la prima, l’altra è in arrivo). Per i Giochi del Mediterraneo a Taranto sembra
davvero quasi tutto pronto. Ma adesso non dipende più solo da noi.
X: @lVendemiale
L'articolo La guerra in Iran rischia di far saltare i Giochi del Mediterraneo a
Taranto: il problema sono le navi per gli atleti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Claudia De Martino
Per una volta, in Italia non sembrano esserci dubbi sul fatto che la guerra
condotta contro l’Iran sia un atto criminale, contrario al diritto
internazionale e, più pragmaticamente, agli interessi nazionali, in un Paese
totalmente dipendente dall’estero dal punto di vista energetico (per il 73,5%
nel 2024).
La Sinistra sull’Iran ha reagito compatta. Il Pd ha immediatamente chiesto il
cessate il fuoco e nessun supporto logistico all’intervento militare. Su una
nota simile si è espresso il M5S, che, oltre ad aver accusato il governo Meloni
di subalternità agli Stati Uniti, gli ha chiesto di prodigarsi per convocare il
Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere fine alle ostilità. Anche il Governo
Meloni ha deciso saggiamente di non rispondere alle richieste di aiuto di Trump.
Per una volta, i partiti sono in totale sintonia con la maggioranza degli
italiani, che dichiarano al 56% di essere contrari alla guerra.
Oltre agli italiani, anche i cittadini statunitensi si esprimono prevalentemente
contro la guerra (solo il 27% approva l’attacco), in linea con il sentire
generalizzato dei cittadini dei 27 Paesi europei, in cui l’approvazione è in
media ancora inferiore, attestandosi intorno al 20%. Solo l’opinione pubblica
israeliana si staglia in netta controtendenza, con tutti i principali partiti
dell’opposizione favorevoli e un sostegno politico trasversale pari all’82% dei
cittadini ebrei. In considerazione dei sondaggi, sembrerebbe che questa sia la
guerra più ingiusta e impopolare che sia stata condotta in Medio Oriente
dall’invasione dell’Iraq (2003).
Ora, anche volendo credere ad un intervento pro-manifestanti, è difficile
argomentare a favore di una guerra condotta dagli Stati Uniti e Israele, due
potenze aggressive, espansionistiche e revisioniste, che certamente non
difendono né in patria né altrove i valori democratici e non sono intervenute in
Iran nel nome della “responsabilità di proteggere” (intervento che oltretutto
avrebbe dovuto preventivamente essere autorizzato dall’Onu, organizzazione che
entrambe denigrano). Tuttavia, non è nemmeno possibile auspicarsi la tenuta
della Repubblica islamica, che resta il regime criminale contro cui una
maggioranza di cittadini inermi (intorno al 78% si dichiaravano ostili al
regime) ha marciato tra il 6 e il 9 gennaio: non tanto per protestare ancora una
volta contro l’imposta islamizzazione della società, che pure risulta odiosa ad
una società che ha una lunga tradizione secolare antecedente, ma contro il
degrado delle loro condizioni di vita e la spoliazione sistematica delle risorse
del paese da parte del regime (ayatollah e Pasdaran) per scopi privati o per
alimentare l’arsenale di guerra contro il “grande” e il “piccolo Satana”.
Il regime ha impiegato un livello tale di brutalità nel reprimerli, che tra le
6000 e le 11000 persone ne sono rimaste uccise e ha “venduto” il rilascio dei
corpi dei manifestanti ammassati negli obitori in cambio di cifre abnormi o
dichiarazioni false (ovvero che appartenessero alla milizia Basij). E anche
prima dell’ondata di manifestazioni, dopo 47 anni di preparazione alla guerra
contro l’Occidente, non ha previsto (come Hamas) nemmeno un bunker per la sua
popolazione civile che oggi soffre sotto le bombe.
Se i nomi delle guerre rivelano le intenzioni propagandistiche dei rispettivi
regimi, in Iran la “vittoria di Khaybar”, il nome assegnatole dalla Repubblica
islamica, richiama una battaglia coranica del 628 d.C. (settimo anno dell’Egira)
nei pressi dell’oasi di Khaybar, a nord di Medina, che segnò una vittoria
decisiva del Profeta Maometto sulle tribù ebraiche. Oggi conquistare “Khaybar”,
un’oasi allora associata alla ricchezza agricola, significherebbe tenere testa
alle due più aggressive potenze dell’Occidente e rafforzare nel mondo musulmano
la propria posizione di guida della “resistenza” militare all’ordine mondiale
unipolare degli Stati Uniti. In definitiva, la ricetta sicura per un’altra serie
di guerre. Dall’altro lato della barricata, il nome attribuitole da Israele –
“Leone ruggente” – richiama la Bibbia e uno dei suoi tanti passaggi bellicistici
in cui si preconizza il trionfo di Israele sui propri nemici: “Ecco, il popolo
si leverà come un grande leone e (…) non si coricherà finché non avrà divorato
la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Libro dei Numeri, 23:24).
Al contrario, la “Furia epica” trumpiana non richiama alcuna tradizione
religiosa ma rievoca, secondo la Cnn, una “monumentale volontà di guerra”. In
sintesi, attraverso una sommaria analisi del discorso condotto nei tre Paesi a
beneficio delle rispettive opinioni pubbliche, si potrebbe dedurre che l’Iran
pensi che l’Islam politico sciita, di cui è guida, prima o poi trionferà su
propri nemici e s’imporrà com’è stato per il Profeta; Israele pensa lo stesso ma
all’interno di un immaginario referenziale biblico, e gli Usa di Trump pensano
solo di poter infliggere una pesante lezione “alla venezuelana” ad un Paese che
non si è piegato ai loro diktat.
I cittadini iraniani, uniche vere vittime di questo conflitto, sono quindi
confrontati a tre potenze autoritarie e fanatiche: l’ultima cosa che hanno a
cuore sono i loro diritti. Sono schiacciati – come ben illustrano Stéphanie Roza
e Amirpasha Tavakkoli, autori del bellissimo libro Lumières et anti-Lumières en
Iran (PUF, 2026) – tra fascismo e islamismo politico interno, due ideologie che,
seppur apparentemente distanti, derivano da uno stesso tronco concettuale: il
rigetto, o l’incorporazione selettiva, della modernità, che va bene solo quando
si presenta sotto la forma di avanzamento tecnico, ma non culturale, politico o
sociale. Roza e Tavakkoli concludono infatti che “l’islamismo appartiene alla
stessa famiglia politica del fascismo: una reazione alla democrazia, alla parità
tra uomini e donne, ai diritti delle minoranze, al multilateralismo”.
In Iran oggi si sta consumando uno scontro tra tre titani: un regime
imperialista (gli Usa), un governo neofascista (Israele) e uno islamista (Iran).
La popolazione, che oggi forse si pente di essere arrivata ad auspicare un aiuto
esterno, teme anche che se gli Usa tornassero oggi al tavolo dei negoziati con
il regime, indebolito ma ancora saldamente al potere, sarebbe nuovamente
confrontata ad una micidiale repressione, ad una politica orientata al riarmo
nucleare e al confronto militare regionale ai danni dello sviluppo interno.
Molti sperano solo, al termine di questa guerra, di trovare sollievo dalle gravi
difficoltà economiche in cui il Paese si dibatte, dall’inflazione e dalla
disoccupazione causate dalla cattiva gestione del regime, dalla sua corruzione e
dalle sanzioni che gli ha attirato.
Tutto questo nella paralisi dell’Europa, a cui non basta sfilarsi dalla guerra
ingiusta e avventata di Israele e Stati Uniti, ma che dovrebbe anche assumere un
ruolo propositivo, indicando come porre fine agli opachi investimenti dei
Pasdaran nella Ue, capaci di aggirare le sanzioni, come controbilanciare gli Usa
di Trump in una Nato sempre più svuotata di senso, come arginare un Paese come
Israele, ormai in preda ad un espansionismo tossico ai danni di tutti i propri
vicini e – perché no? – magari proporsi come mediatore nel conflitto, partendo
dal punto fermo che una transizione all’interno del regime verso l’ala
riformista sia non solo auspicabile ma ormai inevitabile.
In altri termini, ricominciare a elaborare una politica estera all’altezza delle
sfide correnti, in un contesto globalmente sempre più instabile per l’assenza di
nuove alleanze multilaterali capaci di ergersi a difesa di quei diritti umani e
di quelle regole internazionali così difficilmente negoziati nel ‘900. Un
insieme di diritti e regole a cui, però, tutti e tre i contendenti dell’attuale
conflitto sono palesemente ostili.
L'articolo In Iran è scontro tra un governo imperialista, uno neofascista e uno
islamista. Ma la vittima è una sola proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Mojtaba Khamenei: “Negare sicurezza ai nemici, in patria e
all’estero”. Nuovi raid Idf su Teheran. Droni su raffineria di petrolio in
Kuwait proviene da Il Fatto Quotidiano.
La guerra in Iran colpisce pure Ferrari: il Cavallino, infatti, ha
temporaneamente interrotto le consegne nell’area mediorientale coinvolta dal
conflitto. “Stiamo monitorando da vicino gli sviluppi in Medio Oriente e le
potenziali implicazioni per il nostro business“, dicono da Maranello. Non si
tratta di uno stop totale, comunque, quanto di un marcato rallentamento: “A
questo stadio, abbiamo temporaneamente sospeso le consegne nell’area, gestendo
al contempo alcune consegne tramite aereo”, dice un portavoce dell’azienda.
Giova ricordare che il Medio Oriente è un mercato strategico per la Rossa (e per
i costruttori di auto di lusso in generale). Nel 2025 Ferrari ha consegnato
circa 600 unità nella regione in questione, pari al 4,6% delle consegne. La
frenata sulle consegne ha comportato una cessione del titolo, che ha perso
terreno a Piazza Affari subito dopo l’annuncio, in una giornata caratterizzata
dalle Borse europee in negativo in scia a quelle asiatiche a causa
dell’impennata dei prezzi dell’energia e del blocco delle rotte commerciali.
Anche Volkswagen e Maserati hanno congelato l’invio di veicoli in Medio Oriente,
mentre Bentley afferma che la domanda sia calata con l’inizio delle ostilità.
“Al momento non abbiamo ripercussioni sul fronte della produzione; ma di sicuro,
in Medio Oriente le persone hanno ben altro a cui pensare che cercare una nuova
Bentley in questo momento”, fanno sapere dalla casa inglese. Del resto, l’indice
S&P global luxury, cartina al tornasole del mercato del lusso, “parla chiaro”:
ha accusato un crollo del 13% dal 28 febbraio a oggi.
L'articolo Ferrari prudente sul Medio Oriente, consegne rallentate ma non ferme
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Missili iraniani su Tel Aviv (due morti) e droni su ambasciata Usa a
Baghdad. Israele bombarda il centro di Beirut e Washington colpisce a Hormuz
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Italia terra di basi, installazioni e servitù militari. La guerra scatenata da
Israele e dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Iran ha fatto tornare di
attualità il ruolo – marginale nella diplomazia, fondamentale nello scacchiere
militare – che il nostro Paese riveste nel dispiegamento delle forze Nato in
generale e di quelle americane più nello specifico. Al pari forse della sola
Germania, infatti, l’Italia è stata – a partire dal secondo dopoguerra e per
lungo tempo fino alla fine della guerra fredda – il luogo d’elezione per
piazzare piste, fortini, munizioni e radar che guardavano a Est. Ma se la caduta
del Muro di Berlino e l’evoluzione tecnologica hanno reso inutili se non
inservibili (quando non proprio abbandonate) molte di queste strutture, il
tessuto del Paese rimane costellato ancora oggi di strutture più o meno
operative che potrebbero ritrovarsi coinvolte, anche solo per esigenze
logistiche, di fronte a una ulteriore escalation del conflitto.
LA DISTRIBUZIONE DELLE BASI
Ricostruire la mappa della miriade di torri, uffici di comunicazione, basi,
depositi e caserme sparse per il Paese non è semplice. Alle fonti ufficiali
infatti, da sempre si accompagnano antologie di luoghi mai ufficialmente
riconosciuti ma nemmeno mai smentiti, spesso identificati da siti di
controinformazione e rilanciate dai media mainstream. Di ciascuno di questi siti
– in assenza di definizioni ufficiali – è altrettanto arduo ricostruire
l’effettivo utilizzo sotto l’ombrello Usa o Nato, spesso concorrenti o
paralleli. Per questo le mappe che pubblichiamo si basano sull’unica ipotesi
possibile: quella del confronto di fonti macro (fonti ufficiali, Ong, campagne
internazionali) con la verifica, laddove possibile, su notizie della stampa
locale.
Quel che è certo oltre ogni ragionevole dubbio è che il principale “esportatore”
di basi militari al mondo sono gli Stati Uniti. I responsabili della campagna
World Beyond War ne hanno contate più di 870 a stelle e strisce su suolo
straniero, i due terzi delle 1200 basi estere a livello globale. Altrettanto
certo è che il conto di ciò che avviene nel mondo occidentale è ben più
credibile di quanto ammesso o comunicato da potenze come Russia e Cina, il cui
dispiegamento di forze, quando svelato, ha una funzione spesso di leva politica
ancor prima che militare.
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LA BOMBA
La proliferazione militare del secondo dopo guerra ha portato con sé anche
l’incremento di ordigni nucleari nelle mani delle due superpotenze e dei loro
alleati. In questo caso l’Italia vanta un piccolo record, essendo l’unico Paese
europeo con due depositi destinati agli ordigni atomici. Un terzo delle atomiche
custodite in Europa si trova nel nord Italia, nelle due principali basi aeree di
Aviano e Ghedi.
Complessivamente, il numero delle testate nel mondo è superiore a 12mila, la
gran parte delle quali in mano a Stati Uniti e Russia. Le sorti incerte dei
trattati di non proliferazione (dopo il ritiro russo nel 2023) rendono questo
numero ulteriormente difficile da stimare in futuro.
L'articolo Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere
militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La storia delle calciatrici iraniane che avevano chiesto asilo in Australia dopo
essere scappate dall’hotel in cui alloggiava la Nazionale si sta chiudendo nel
modo più inquietante. Una dopo l’altra, quasi tutte hanno ritirato la richiesta
di protezione internazionale e sono state portate fuori dal Paese, in Malesia.
Mentre le attiviste denunciano minacce e pressioni da parte del regime di
Teheran per convincerle a fare marcia indietro. L’ultima a cedere è stata la
capitana della nazionale femminile di calcio dell’Iran, Zahra Ghanbari, partita
domenica sera dall’Australia. A confermarlo è stato Tony Burke, ministro degli
Interni australiano.
Erano state 7 componenti della Nazionali – sei calciatrici e un membro dello
staff – a chiedere asilo a Canberra nel timore di ritorsioni da parte del regime
di Teheran, dopo che la squadra si era rifiutata di cantare l’inno nazionale
prima della partita contro la Corea del Sud della Coppa d’Asia, che si stava
disputando appunto in Australia. Il dietrofront è arrivato nel giro di pochi
giorni. La prima a cambiare idea è stata Mohadeseh Zolfi, che mercoledì ha
ritirato la domanda d’asilo. Due giorni dopo l’hanno seguita Mona Hamoudi, Zahra
Sarbali e Zahra Mashkekar, due giocatrici e un membro dello staff. Infine la
capitana Ghanbari: dopo aver lasciato l’Australia, Ghanbari ha raggiunto le
altre quattro componenti della delegazione a Kuala Lumpur, in Malesia, dove si
trovano attualmente in attesa di rientrare in Iran. Delle altre due calciatrici
– Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanizadeh – non si hanno altre notizie.
A denunciare ciò che potrebbe aver spinto le giocatrici a tornare sui propri
passi è stata Shiva Amini, ex giocatrice della nazionale iraniana di futsal e
attivista per i diritti umani. In un messaggio pubblicato su Instagram, Amini ha
parlato apertamente di pressioni esercitate dal Corpo delle Guardie
Rivoluzionarie iraniane sui familiari delle atlete rimasti in patria. “Hanno
persino preso di mira la famiglia di Zahra Ghanbari. Nonostante la recente
perdita del padre, le autorità stanno facendo pressione sulla madre. Questo
dimostra il livello di crudeltà e disperazione a cui sono disposti ad arrivare
per costringere questi atleti a obbedire“, ha scritto su Instagram Shiva Amini.
Secondo il suo racconto, inoltre, un dirigente della squadra si è presentato
come persona fidata riuscendo a convincere alcune giocatrici a rientrare.
“Diverse giocatrici hanno deciso di tornare perché le minacce contro le loro
famiglie erano diventate insopportabili e le intimidazioni incessanti“, ha
spiegato l’attivista iraniana. “La situazione è diventata estremamente grave,
perché le minacce e le intimidazioni contro le loro famiglie continuano ad
aumentare”, si legge nel post social pubblicato. Versione riportata anche da
Leigh Swansborough, un’altra attivista che nei giorni scorsi ha diffuso il video
della fuga delle calciatrici dall’albergo. Swansborough ha denunciato la
presenza di un’infiltrata delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che ha avuto il
compito di persuadere le calciatrici iraniane a ritirare le richieste di asilo e
lasciare l’Australia, riportando loro le minacce del regime. Il quotidiano The
Guardian riporta la denuncia di un membro della diaspora iraniana in Australia,
il quale ha riferito che componenti dello staff della squadra hanno fatto
leggere messaggi del governo iraniano alle giocatrici in Australia, minacciando
indirettamente le loro famiglie e utilizzando anche messaggi vocali dei
familiari per convincerli a tornare.
Intanto l’agenzia statale iraniana Tasnim ha celebrato il ritorno delle
giocatrici, definendo la loro decisione una scelta patriottica e un gesto di
lealtà verso la patria e la bandiera. Secondo l’agenzia Tasnim, il ritorno delle
calciatrici avrebbe rappresentato una “vittoria politica sugli Stati Uniti e un
esempio di patriottismo e resilienza delle donne iraniane”.
Per quanto riguarda il resto della squadra, martedì tutte hanno lasciato un
hotel di Gold Coast in Australia sotto scorta della polizia. Si teme per la loro
sicurezza al rientro in Iran, dove i media statali li avevano etichettati come
“traditrici in tempo di guerra” per essersi rifiutate di cantare l’inno
nazionale nella partita d’esordio. Di loro, però, da qualche giorno non si hanno
più informazioni.
L'articolo Il caso delle calciatrici iraniane, portate via dall’Australia dopo
il ritiro della richiesta d’asilo: “Minacciate le loro famiglie” proviene da Il
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