di Roberta Marchi
L’8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, le piazze di
molte città si sono riempite di persone. Donne, ma anche uomini, sono scesi in
strada per protestare contro la violenza di genere, le disuguaglianze ancora
diffuse e una società che continua a reggersi su strutture patriarcali. Anche
quest’anno cortei e manifestazioni hanno ricordato che il femminismo non è una
questione del passato, ma una lotta viva e necessaria.
Molte di noi erano in piazza. E proprio da quelle piazze emerge con sempre
maggiore forza una parola chiave dei movimenti contemporanei: intersezionalità.
L’idea che le diverse forme di oppressione non agiscano da sole, ma si
intreccino tra loro e si rafforzino a vicenda. Sessismo, razzismo, classismo,
abilismo e altre gerarchie sociali condividono strutture di dominio simili e si
alimentano attraverso logiche comuni di sfruttamento e disuguaglianza.
Per chi è antispecista questa consapevolezza appare quasi inevitabile.
L’antispecismo, infatti, mette in discussione una delle gerarchie più profonde e
normalizzate della nostra società: quella tra specie. Rifiutare lo sfruttamento
degli animali significa riconoscere che la violenza istituzionalizzata contro un
gruppo di individui, giustificata attraverso l’idea di superiorità, non è un
fenomeno isolato ma parte di una struttura più ampia di dominio.
Eppure questa intersezionalità, che per gli antispecisti è quasi scontata, non
lo è sempre per chi si batte contro altre forme di oppressione. Una delle
ragioni potrebbe essere che l’antispecismo richiede un cambiamento profondamente
personale e quotidiano. Non riguarda soltanto principi astratti o battaglie
politiche, implica una trasformazione delle abitudini più radicate, a partire
dall’alimentazione, dai consumi e dalle tradizioni culturali. Mettere in
discussione lo sfruttamento animale significa interrogarsi sul proprio stile di
vita, sui rituali familiari, su ciò che per molti è sempre stato considerato
“normale”.
Questa dimensione personale rende l’antispecismo una pratica politica
quotidiana, ma allo stesso tempo può renderlo più difficile da integrare nelle
lotte di altri movimenti, dove il cambiamento richiesto non appare
immediatamente legato alle abitudini individuali. L’intersezione tra
antispecismo e femminismo emerge in modo particolarmente evidente osservando il
modo in cui gli animali di sesso femminile vengono sfruttati all’interno
dell’industria alimentare. Gran parte della produzione animale si fonda sul
controllo dei corpi riproduttivi delle femmine. Le mucche vengono inseminate
artificialmente per produrre latte; i vitelli vengono separati dalle madri poche
ore o pochi giorni dopo la nascita; le galline sono selezionate geneticamente
per deporre un numero innaturalmente alto di uova; le scrofe negli allevamenti
intensivi vengono confinate in gabbie che impediscono loro perfino di girarsi.
Il sistema non sfrutta semplicemente “gli animali” in generale: sfrutta in modo
specifico la capacità riproduttiva dei corpi femminili. La produzione di latte,
uova e nuovi individui è possibile solo attraverso il controllo e la
manipolazione della riproduzione. Questo parallelismo è stato evidenziato da
numerose teoriche femministe antispeciste, che hanno messo in luce come le
logiche patriarcali di dominio sui corpi femminili trovino un’estensione nello
sfruttamento degli animali.
Una delle analisi più importanti in questo ambito è quella della scrittrice
femminista antispecista Carol J. Adams, autrice del libro The Sexual Politics of
Meat (“Carne da macello”). Nel suo lavoro, la scrittrice mostra come il consumo
di carne sia storicamente e simbolicamente associato alla virilità, al potere e
alla dominazione. La carne diventa un simbolo di forza e status, mentre i corpi
animali vengono resi invisibili attraverso il “referente assente”: l’animale
scompare dal linguaggio e dall’immaginario quando diventa prodotto alimentare.
Allo stesso tempo, Adams evidenzia come il linguaggio e l’immaginario culturale
colleghino frequentemente la sessualizzazione dei corpi femminili alla
rappresentazione della carne e del consumo. In molte pubblicità e narrazioni
culturali, i corpi delle donne e quelli degli animali vengono oggettificati e
resi oggetti di consumo.
Questa analisi non intende equiparare in modo semplicistico le diverse forme di
oppressione, ma mostrare come esse condividano logiche culturali e simboliche
simili: oggettificazione, controllo del corpo, riduzione dell’individuo a
risorsa.
Riconoscere queste connessioni non significa diluire le specificità delle
diverse lotte. Significa piuttosto comprendere che i sistemi di dominio
raramente operano in modo isolato. L’intersezionalità, in questo senso, non è
soltanto una strategia politica, ma uno strumento di comprensione del mondo. Se
le strutture di oppressione sono intrecciate, anche i percorsi di liberazione
possono rafforzarsi a vicenda. Per questo motivo il dialogo tra transfemminismo
e antispecismo non rappresenta una semplice alleanza tra movimenti diversi, ma
l’occasione per immaginare una critica più ampia alle gerarchie che organizzano
la nostra società: tra generi, tra classi, tra etnie e tra specie.
L'articolo Dalle piazze dell’8 marzo emerge una parola chiave: intersezionalità.
Chi è antispecista la conosce bene proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - 8 marzo
Migliaia le persone scese in piazza a Roma in occasione della giornata
internazionale per i diritti delle donne. Durante il corteo, organizzato da Non
Una di Meno, il movimento transfemminista nato nel 2016, non sono mancati gli
slogan e i cartelli contro la guerra. “Nessun soldo per il riarmo – dice una
attivista al microfono – rompiamo le righe del trumpismo patriarcale,
suprematista e bianco. Noi ci vogliamo vivere libere e la guerra non la
paghiamo”.
Le attiviste sono scese in piazza anche contro i provvedimenti del governo
Meloni che, dicono, ha “peggiorato” la situazione femminile. Primo fra tutti il
Ddl Bongiorno, che se approvato, andrebbe a modificare l’attuale legge sulla
violenza sessuale.
Le mobilitazioni hanno interessato 60 città in Italia. Le proteste continuano
con lo sciopero indetto per lunedì 9 marzo.
L'articolo 8 marzo, migliaia di persone in piazza a Roma per i diritti delle
donne: “Situazione peggiorata con il governo Meloni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Nel mondo dello spettacolo, salvando figure straordinarie come Eduardo De
Filippo, esisteva quasi una specie di ius primae noctis. Io camminavo con una
borsetta piena di sassi. Se qualcuno si avvicinava troppo o alzava le mani,
tiravo la borsetta. Dovevo difendermi”. Marisa Laurito ricorda i propri inizi
negli anni ’70, aprendosi anche su episodi particolarmente difficili vissuti,
come quando poco prima, nel ’68, fece dei provini a Roma e tentarono di
‘offrirla’ a un produttore: “C’era un pullman che portava le ragazze da una
produzione all’altra. A un certo punto mi fecero scendere con la scusa di un
provino per un film di Vittorio De Sica. In realtà volevano portarmi ‘in regalo’
a un direttore di produzione che compiva gli anni. C’era un divano, erano
convinti che avrei fatto qualsiasi cosa. Anche lì la borsetta è finita nel posto
giusto”.
“IL POTERE MASCHILE ESISTE ANCORA”
Oggi le cose hanno preso una piega diversa, ma ciò non vuol dire che ci siano
ancora criticità da risolvere: “Il potere maschile esiste ancora” spiega
nell’intervista concessa a Repubblica. “L’idea è sempre quella: io sono maschio
e faccio quello che voglio. Oggi è meno evidente, ma nei ruoli dirigenziali, se
su dieci uomini quattro o cinque non vedono di buon occhio una donna che
comanda, vuol dire che il problema c’è, eccome”.
UNA QUESTIONE CULTURALE
Attrice, produttrice e direttore artistico del teatro Trianon, Laurito continua:
“Una donna che comanda gli uomini non sempre viene presa bene. Devi essere brava
tre volte di più e, a volte, neanche basta […] Ancora oggi una parte degli
uomini fa fatica ad accettare una donna che dirige. Lo vivono come una
diminutio”. L’ostacolo più difficile da superare, secondo lei, è culturale: “Lo
sguardo che ancora si ha nei confronti delle donne che comandano. Finché questa
cultura non cambia – conclude -, finché non si supera il patriarcato anche
nell’educazione familiare, sarà difficile risolvere davvero il problema”.
L'articolo “Volevano portarmi ‘in regalo’ a un produttore, credevano avrei fatto
di tutto. Ma io giravo con una borsetta piena di sassi e la tirai nel posto
giusto”: il racconto di Marisa Laurito proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Maria Laura Amendola
Ho sempre creduto che il potere fosse qualcosa di tangibile, manifesto,
addirittura teatrale. E lo è, in parte. Dall’altra, mi sono resa conto che il
potere è più simile all’aria: non lo vedi, ma decide quanto puoi respirare.
Decide quanto spazio occupi. Ho imparato presto che il potere femminile è
tollerato solo a determinate condizioni: che sia gentile, rassicurante, che non
faccia troppo rumore, ma – soprattutto – che non faccia sentire minacciato chi,
quel potere, lo esercita da secoli indisturbato. E così, nel mantenere una
posizione pubblica – che sia lavorativa, o che coinvolga qualsiasi altro aspetto
della propria vita – molte di noi imparano a “regolarsi”. A limarsi. A precedere
l’obiezione. A trasformare l’ambizione in imbarazzo, la rabbia in autocontrollo,
il desiderio di incidere nelle società in una versione più accettabile di se
stesse.
È una forma di violenza trasparente, appena percettibile. E funziona anche senza
carnefici evidenti.
Funziona perché interiorizziamo il limite. Lo facciamo nostro. Impariamo a non
sconfinare. Perché il potere non è solo ciò che ci viene negato, è anche ciò che
ci viene fatto pagare. A ogni passo avanti, corrisponde un costo: in
reputazione, in solitudine, in esposizione. Eppure, il problema non è il potere
in sé, ma la sua distribuzione. Il fatto che venga considerato (togliere come)
neutro quando neutro non è. Che venga naturalizzato mentre è storicamente
costruito. Che venga difeso come se fosse un diritto e non un privilegio.
C’è una confusione ricorrente, comoda, tra potere femminile e potere femminista.
Una confusione che permette al sistema di assorbire la presenza delle donne
senza mettersi mai in discussione. Il potere femminile è misurabile, visibile,
soprattutto spendibile simbolicamente. Serve a dimostrare che “si può arrivare”,
che l’esclusione non è più totale. Ma, da solo, non è trasformativo. Lo
dimostra, per fare un esempio, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ogni
volta in cui rivendica la propria leadership costruita su codici
tradizionalmente maschili: verticalità, decisionismo, retorica della forza,
difesa dell’ordine.
Il potere maschile – quello sistemico, storico, normalizzato – non ha bisogno di
dichiararsi. È dato ed è verticale. Funziona per accumulo, per esclusione, per
gerarchia. Ha un centro e difende i suoi confini. Il potere femminista, invece,
nasce già sotto sospetto (togliere Non è mai neutro). Non è mai neutro. È sempre
“di parte”, “ideologico”, “esagerato”. Per poter “stare al tavolo”, deve
spiegarsi. Deve dimostrare di non voler distruggere tutto. Ma il potere
femminista non si misura in ruoli o posizioni, si misura nella capacità di
redistribuire spazio. E forse è proprio questo che lo rende minaccioso. Perché
non chiede di essere incluso. Chiede che “il tavolo” venga rifatto. Che le
regole cambino.
Il potere maschile, quand’è messo in crisi, non si trasforma, si irrigidisce.
Non si interroga, colpisce. Più si sente minacciato, più la violenza viene
legittimata come necessaria, inevitabile. Se ci fosse un’immagine capace di
sintetizzare il nostro tempo è il potere maschile che torna a mostrarsi senza
pudore. Che non si maschera nell’essere neutro, inclusivo, ma apertamente si
dichiara nel dominio e nella sopraffazione. La guerra, ancora una volta, ne è la
grammatica più chiara.
In questo senso, l’impersonificazione più riuscita – seppur a tratti
caricaturale – sta nell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald
Trump. E si rivela, con maggiore precisione, nel modo in cui reagisce quando una
donna esercita una funzione pubblica che implica autorità e competenza. In
particolare, quando una donna fa domande. Ogni volta che una giornalista lo
incalza, che interrompe la narrazione autocelebrativa, che chiede conto di una
contraddizione o di una responsabilità, la risposta non è nel merito. È nella
delegittimazione. Non della domanda, ma di chi la pone. La giornalista diventa
“nasty”, “bad”, aggressiva, scorretta, faziosa. Il suo gesto professionale –
chiedere, verificare, insistere – viene risignificato come attacco personale.
È un meccanismo antico: spostare il conflitto dal piano politico a quello
emotivo. E quando a farlo è una donna, la punizione simbolica è immediata: va
ridimensionata, ridicolizzata, zittita. Non perché abbia torto, ma perché osa,
perché lo spazio del conflitto decide di occuparlo. Ed è nello spazio del
conflitto che sta il potere femminista, che – com’è già scritto poco sopra – non
è una scorciatoia verso l’alto. È una frattura. E, come tutte le fratture, non è
indolore. Ma è l’unica da cui possa entrare aria.
* Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e
giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera
pubblica.
L'articolo C’è differenza tra potere maschile, femminile e femminista proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Come sempre ogni anno, l’8 marzo è buono per ribadire, lo abbiamo detto e
ridetto, che da festeggiare non c’è proprio nulla. Abbiamo più welfare? No.
Abbiamo avuto il congedo paritario? Neanche. La parità di genere negli stipendi
e nelle pensioni è stata raggiunta nei fatti? Neanche per sogno, anzi le donne
sono una delle categorie più povere del paese. E anche nell’immaginario persiste
ancora, con rare eccezioni, l’associazione tra maschio, bianco anziano e potere.
Sanremo docet. L’anno prossimo sarà condotto da un giovane. Sempre maschio,
però.
Vorrei allora fare un piccolo appello. Almeno, liberateci dagli stereotipi su un
tema non secondario: la menopausa.
Primo stereotipo, punto di vista maschile-patriarcale. La donna in menopausa è
una donna infertile, relativamente anziana, dunque poco attraente. Gli uomini
italiani – che nulla sanno del tema – associano la parola all’assenza di
desiderio. Si tratta di una forma particolare di ageismo, che nel nostro paese
si rivolge soprattutto alle donne, risparmiando sovente gli uomini.
Ora, a cinquant’anni sicuramente non si è giovani, ma se si è anziani lo sono
anche i cinquantenni, che pure si ritengono ragazzini. Se poi i cinquantenni si
sentono tranquillamente a loro agio ad avere rapporti sessuali con trentenni,
dovrebbe valere anche per noi, anche perché onestamente fare l’amore con un
ragazzo giovane e riccioluto sarebbe un’esperienza decisamente fantastica,
rispetto a portarsi a letto uno stempiato e canuto. Ma figuriamoci: se la prima
cosa è normalissima (Muccino tristemente docet), la seconda resta scandalosa
(oppure si può solo a pagamento: vedi la serie tv Inganno).
Secondo stereotipo, punto di vista medico-commerciale-patriarcale: la donna in
menopausa soffre di una serie di disturbi, dalla secchezza ai dolori nei
rapporti, all’assenza di desiderio e molto altro. Questi disturbi sono di tipo
medico e dunque sempre un approccio super medicalizzato. Al di là della
eventuale decisione soggettiva di intraprendere una terapia ormonale
sostitutiva, alle donne viene ricordato – decine e decine sono gli articoli di
giornale, i post sui social etc – che occorre prendersi cura della zona
genitale, per renderla “sana”, idratata, flessibile, insomma giovanile e pronta
(ovviamente, serve inoltre fare ancora più sport, mangiare ancora meglio,
sottoporsi a una sfilza di esami medici etc etc).
Non esistono reportage e articoli analoghi per i genitali maschili. A loro
nessuno consiglia di idratare il proprio pene, usare creme di ogni tipo,
renderlo perfetto per un rapporto sessuale. Mentre per noi il ‘dover essere’ si
allarga alle zone intime, gli uomini possono invece presentarsi con un pene
malridotto a loro piacimento. Anche questo è uno schema patriarcale, anzi
capitalistico e patriarcale.
Terzo stereotipo, psicologico-patriarcale anch’esso. Il desiderio sessuale in
menopausa può scemare. Serve allora assolutamente farlo tornare. Una donna senza
desiderio non è una donna, e nessuna società contemporanea accetta donne che non
desiderino, che non siano dunque pronte ad avere rapporti. Un tempo in ogni
famiglia c’era una suora o una persona che veniva destinata a vita consacrata,
la cosa era molto più accettabile e anzi persino ben vista.
Perché scrivo questo? Non è forse il desiderio sessuale una cosa importante?
Dipende. Il desiderio deve essere una scelta libera, non imposta da una società
che adotta un punto di vista maschile. Se esiste un momento in cui il divario
tra uomini e donne si allontana è proprio la menopausa. E’ un fatto anzitutto
biologico: il desiderio sessuale, principalmente, serve per procreare e quando
non si può più farlo è normale che in parte o del tutto diminuisca.
Ma c’è un secondo motivo, molto più importante, legato all’aspetto biologico ma
che diventa al tempo stesso qualcosa di esistenziale e profondo. I cinquant’anni
sono un momento in cui, cessata la pressione per la riproduzione, si può
finalmente pensare a quali sono le cose importanti della vita. Relativizzare una
vita che diventa più corta per aumentarne la qualità.
Questo può significare, certo, avere rapporti sessuali liberi dal fatto di fare
figli, ma può anche significare, che so, che del sesso possiamo tranquillamente
fare a meno perché abbiamo voglia di occuparci di altro. E di altri. Prendere
un’altra laurea, oppure dedicarsi al volontariato, fare più esperienze
possibili, oppure farne meno possibile per concentrarsi sulla meditazione e la
preghiera. Questo eventuale fare a meno del sesso, questo archiviare il
desiderio è lo scandalo definitivo, agli occhi di quelli che pure, comunque, ci
considerano meno desiderabili delle altre.
In pratica dovremmo essere desideranti, ma pronte a non essere desiderate da
uomini che del desiderio continuano ad essere schiavi, ma in maniera zeppa di
cliché e stereotipi misogini. Forse, non ci interessa proprio.
Allora fateci un regalo – uomini, ma anche l’intero sistema editoriale e
mediatico – per questo 8 marzo: archiviate tutti questi cliché sulla menopausa.
Conviene a tutti. A noi, certamente. Ma soprattutto agli uomini anche perché,
per fortuna, tra i giovani la parità di genere è un po’ più diffusa e oggi una
ventenne considera un cinquantenne “un vecchio”.
Così, tra cinquantenni libere dal desiderio e ventenni che snobbano quelli di
mezza età, il rischio è che il povero cinquantenne resti a bocca asciutta. Gli
toccherebbe dedicarsi al volontariato, alla cura degli altri, alla meditazione,
agli approfondimenti culturali. Magari ne uscirebbe migliore, chissà. E potremmo
celebrare una festa dell’uomo finalmente “non allupato”. Con tanto di fiore,
magari un candido giglio bianco.
L'articolo Nulla da festeggiare in questo 8 marzo, quindi un piccolo appello:
liberateci almeno dei cliché sulla menopausa! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando il 7 ottobre 2001 iniziarono i bombardamenti sull’Afghanistan, le nostre
televisioni raccontavano una storia semplice e moralmente inequivocabile: le
bombe americane avrebbero liberato le donne afgane dal burqa. L’iconografia era
potente: la donna oppressa dai talebani, silenziosa e fantasma, contrapposta
alla soldatessa occidentale, armata e libera, venuta a portarle la democrazia
con il fucile. Vent’anni dopo il bilancio di quella promessa è impietoso. Le
guerre lanciate dall’America dopo l’11 settembre non solo non hanno liberato le
donne, ma hanno riplasmato il mondo in modo profondo e perverso, peggiorando la
condizione femminile su più fronti: da Kabul a Baghdad, da Minab a Gaza, da
Damasco alle valli del Waziristan, fino a Washington stessa. E oggi, nel 2026,
mentre scrivo, abbiamo l’ennesima prova di questo fallimento: i corpi di 168
bambine, strappate alla loro scuola elementare nel sud dell’Iran, e quelli di
migliaia di donne e bambine sepolte sotto le macerie in tutta la regione, dal
Mediterraneo all’Asia.
La prima, tragica beffa è stata l’uso della retorica dei “diritti delle donne”
come lubrificante per la macchina da guerra. L’amministrazione Bush aveva
bisogno di vendere all’opinione pubblica occidentale, scettica e stanca di
guerre lontane, un conflitto che odorava di petrolio e vendetta. Ecco allora
l’invenzione di un nuovo femminismo imperiale. La figura della soldatessa
statunitense, inviata in missione di pace, divenne il simbolo di una presunta
superiorità morale dell’Occidente. La sua presenza, ci raccontarono i generali,
serviva a “vincere i cuori e le menti” della popolazione locale. Le Female
Engagement Teams (FET) vennero dispiegate con il compito apparentemente nobile
di parlare alle donne afgane e irachene, di entrare nelle loro case, di
conquistare la loro fiducia. Ma era una fiducia tradita in partenza. L’intimità
conquistata serviva a raccogliere informazioni, a mappare i villaggi per i
successivi bombardamenti “cinetici”. La cura era parte integrante della
violenza, non la sua antitesi. Il corpo della donna occidentale, un tempo
simbolo di pace, veniva militarizzato per diventare un’arma più subdola e
letale.
Ma se quella era la propaganda, la realtà sul campo per le donne dei paesi
invasi è stata una catastrofe annunciata. Prendiamo l’Iraq. Prima dell’invasione
del 2003, le donne irachene godevano di diritti che non avevano eguali nella
regione: accesso all’istruzione universitaria, partecipazione al mondo del
lavoro, libertà di movimento. La guerra doveva “liberarle” da Saddam Hussein. In
realtà, le ha rispedite indietro di decenni. Oggi, a distanza di oltre
vent’anni, la violenza contro le donne continua in forme nuove e ancora più
inquietanti. Il 2 marzo 2026, Yanar Mohammed, 66 anni, attivista e co-fondatrice
dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq, è stata uccisa a colpi
d’arma da fuoco davanti alla sua casa a Baghdad da uomini su una moto. Non è
stato un incidente. È stato un assassinio mirato, l’ennesimo in un paese dove le
attiviste che hanno guidato le proteste del 2019 vengono sistematicamente
eliminate. E mentre il governo promette indagini, l’impunità regna sovrana.
Il caso dell’Afghanistan è la sconfitta più clamorosa e cinica. Vent’anni di
presenza occidentale e miliardi di dollari spesi per costruire uno stato
fantoccio sono evaporati in pochi giorni nell’agosto del 2021, restituendo il
paese ai talebani. Oggi, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo dove vige un
sistema di apartheid di genere. Le donne sono state cancellate dalla vita
pubblica: non possono studiare oltre la prima elementare, non possono lavorare
nella stragrande maggioranza dei settori, non possono andare ai parchi, in
palestra, o parlare ad alta voce in pubblico. Il 75% delle donne afghane
intervistate da UN Women descrive la propria salute mentale come “povera o molto
povera”. E mentre l’Occidente si gira dall’altra parte, i paesi vicini come
Pakistan e Iran espellono centinaia di migliaia di profughi afghani,
rigettandoli in questo inferno.
Poi c’è la Siria. Quattordici anni di guerra hanno avuto un impatto
sproporzionato su donne e ragazze, che hanno subito violenze sessuali e di
genere e sono state private dei diritti economici, sociali e politici, inclusi
quelli di proprietà ed eredità. Oggi, nel 2026, mentre il paese tenta una
fragile transizione dopo la caduta del regime di Assad, la situazione rimane
disperata. Dall’inizio di gennaio 2026, i combattimenti in corso ad Aleppo e nel
Nord-Est della Siria hanno causato lo sfollamento di circa 173.000 persone.
Quasi un milione di persone necessita di assistenza umanitaria urgente, tra cui
circa 225.000 donne in età riproduttiva, di cui 13.500 sono incinte. Le
strutture sanitarie sono danneggiate o sospese, e l’accesso ai servizi
essenziali per la salute sessuale e riproduttiva è gravemente compromesso. I
rischi di violenza di genere sono aumentati in modo esponenziale, specialmente
nei rifugi improvvisati e sovraffollati, privi di privacy e illuminazione. Le
donne e le ragazze costituiscono il 91% della popolazione sfollata. E mentre la
comunità internazionale parla di “transizione inclusiva” e di “partecipazione
delle donne”, la realtà è fatta di campi profughi, violenze e mancanza di
assistenza sanitaria.
E che dire di Gaza? Qui la tragedia ha raggiunto livelli inimmaginabili. Secondo
Sarah Hendriks, direttrice di UN Women, “le donne e le ragazze a Gaza stanno
vivendo una delle realtà umanitarie più devastanti del mondo, dove la
sopravvivenza stessa è diventata una lotta quotidiana”. 676 milioni di donne e
ragazze vivono entro 50 chilometri da zone di conflitto in Medio Oriente, dove
la giustizia è negata. La percentuale di donne vittime di violenza sessuale
legata ai conflitti è salita all’87% negli ultimi due anni. E mentre Gaza
brucia, l’intera regione è sul punto di esplodere. L’analista egiziano Talaat
Taha ha avvertito che lo scontro attuale rischia di trasformarsi in una guerra
totale e in un vasto conflitto regionale. L’Iran ha risposto agli attacchi su
tutti i fronti. Il cosiddetto “asse della resistenza” iraniano è stato
“polverizzato”, e al suo posto abbiamo un insieme di “stati falliti”.
Ed è in questo quadro di devastazione regionale che si inserisce la strage di
Minab. Mentre le forze statunitensi e israeliane conducono la loro campagna
contro l’Iran, un missile di precisione – uno di quelli che “non colpiscono mai
obiettivi civili”, come ci tiene a precisare il Segretario alla Difesa Pete
Hegseth – ha centrato in pieno la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh
nella città di Minab. Erano le dieci di mattina di sabato, e le bambine erano in
classe. L’edificio di due piani, con i suoi murales colorati di pastelli e
bambini, è stato squarciato. Il bilancio provvisorio è di 168 bambine uccise,
tra i 7 e i 12 anni.
Le indagini visive condotte da testate internazionali raccontano una verità
scomoda. Le immagini satellitari mostrano che la scuola, sebbene un tempo
facesse parte di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione, era stata
separata da mura e trasformata in un edificio scolastico a tutti gli effetti
almeno dal 2016, con tanto di campi da gioco e colori pastello. Eppure, il
missile l’ha colpita con precisione. E mentre il Pentagono apre
un’investigazione, le scuse e le precisazioni tecniche non riporteranno in vita
le piccole vittime.
E se spostiamo lo sguardo verso est, in Pakistan, il quadro non cambia. Nelle
aree tribali e in Belucistan, la “guerra al terrore” ha armato e legittimato
decenni di violenza statale. Tra il 2007 e il 2017, più di 1.100 scuole
femminili sono state distrutte dai talebani pakistani. La storia di Malala
Yousafzai non è un’eccezione: è il simbolo di una guerra culturale che ha reso
l’istruzione femminile un campo di battaglia.
La retorica usata dall’amministrazione americana è la stessa di vent’anni fa, ma
suona ancora più vuota. “Gli Stati Uniti non prenderebbero mai deliberatamente
di mira una scuola”, ripetono. Eppure, i siti civili continuano a essere
colpiti. In Iran, in Iraq, in Siria, a Gaza, in Pakistan. E a pagarne il prezzo
sono sempre loro: le donne e le bambine. Non è solo una questione di “danni
collaterali”. È la logica conseguenza di un modo di fare guerra che considera la
vita delle donne – afgane, irachene, iraniane, siriane, palestinesi, pakistane –
come sacrificabile sull’altare di interessi strategici e geopolitici. È la
stessa logica che in Afghanistan ha prima usato la scolarizzazione femminile
come bandiera per giustificare l’invasione, e poi ha abbandonato quelle stesse
ragazze ai talebani quando non servivano più.
E non si pensi che questa deriva abbia risparmiato il fronte interno americano.
Anzi, è forse qui che il paradosso si fa più stridente. Per sostenere lo sforzo
bellico, l’esercito americano ha dovuto aprire le sue porte a donne e persone
LGBTQ+. Nel 2015, le donne hanno potuto finalmente ricoprire tutti i ruoli,
compresi i reparti d’assalto. Un passo avanti formale, ci raccontano i liberal.
Ma come spiega la studiosa Katharine Millar, questa inclusione è stata in realtà
una trappola. Non ha scalfito il cuore maschilista e guerriero della
cittadinanza americana. Al contrario, ha allargato il bacino di chi può essere
sacrificato sull’altare del martirio patriottico, rafforzando l’idea che il
“buon cittadino” sia comunque colui che imbraccia il fucile. L’identità
militare, con i suoi valori di forza, violenza legittima e gerarchia, è rimasta
intatta. Le donne sono state integrate, ma a patto di diventare come gli uomini,
di tacere sulle violenze subite all’interno delle caserme, di non disturbare il
mancato funzionamento del patriarcato.
La prova definitiva di questo fallimento è arrivata con il ritorno di Donald
Trump alla Casa Bianca nel 2025. La sua amministrazione ha smantellato in pochi
mesi tutto l’armamentario retorico costruito in decenni: l’ufficio per le
questioni femminili globali alla Casa Bianca è stato chiuso, il programma
“Donne, Pace e Sicurezza” cancellato dal Pentagono con un post sui social. La
destra americana ha messo fine alla farsa, dichiarando apertamente che la
liberazione delle donne non è mai stata un interesse nazionale.
Ed ecco il bilancio dell’11 settembre. Le guerre egemoniche venduteci come
guerre per liberare le donne oppresse da regimi non democratici si sono concluse
con la loro reclusione, sottomissione o strumentalizzazione. Hanno creato un
deserto in Afghanistan e un inferno settario in Iraq. Hanno trasformato una
scuola elementare in Iran in un obitorio, una striscia di terra a Gaza in un
cimitero a cielo aperto, e un villaggio in Pakistan in una fossa comune. Hanno
insegnato alla destra globale che i diritti delle donne sono solo una bandiera
da sventolare in tempo di guerra e da bruciare in tempo di pace. E hanno
mostrato alle donne occidentali che l’unico modo per essere accettate nel tempio
del potere è quello di indossare un’uniforme e tacere o di essere una bambola.
O, forse, di non essere mai nate femmine in un luogo dove passa la prossima
guerra “umanitaria”.
L'articolo Le guerre Usa di ‘liberazione delle donne’ hanno portato reclusione,
sottomissione e morte. L’ultima in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo quattro anni di governo guidato per la prima volta da una donna, il
bilancio delle politiche di genere in Italia non può più essere rinviato. La
domanda è semplice: la condizione delle donne è migliorata, è rimasta ferma o è
addirittura peggiorata? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.
Nel programma politico di Giorgia Meloni le donne sono di fatto scomparse. Non
soltanto dal linguaggio pubblico, ma soprattutto dalle politiche. Sono scomparsi
gli interventi strutturali pensati per ridurre le disuguaglianze e abbattere le
discriminazioni. Eppure i numeri raccontano una realtà che dovrebbe imporre
tutt’altra agenda: in Italia il tasso di occupazione femminile resta tra i più
bassi d’Europa, fermo intorno al 57%, oltre 13 punti sotto la media europea,
mentre il divario tra occupazione maschile e femminile supera i 17 punti
percentuali. Sono dati che descrivono un problema strutturale. Eppure, quando il
tema emerge nel dibattito pubblico, la presidente del Consiglio preferisce
trasformarlo in una narrazione personale. Lo ha fatto, per esempio, attaccando
le quote rosa e sostenendo che “la vera libertà è potersi guadagnare sul campo
la propria posizione” e che il compito dello Stato è soltanto quello di
garantire che “la partita non sia truccata”.
Il sottotesto è evidente: se ce l’ho fatta io, allora possono farcela tutte. Chi
non riesce, evidentemente, non è stata abbastanza capace o determinata. È la
retorica della “donna forte” elevata a paradigma politico che conferma la
narrazione sulle donne come soggetti non discriminati ma deboli. Una narrazione
individualista che cancella le strutture sociali, le disuguaglianze materiali e
gli ostacoli sistemici che ancora oggi limitano la partecipazione delle donne
alla vita economica, politica e istituzionale. Ma le quote rosa non sono
concessioni né favoritismi per donne presunte incapaci. Sono strumenti
temporanei di riequilibrio pensati proprio per scalfire quei muri fatti di
stereotipi, pregiudizi e consolidate alleanze maschili che continuano a spartire
il potere tra uomini, escludendo le donne dai luoghi decisionali.
Se proviamo a fare un elenco di ciò che il governo Meloni non ha fatto per le
donne, la lista è lunga.
Non ha difeso con decisione il diritto all’autodeterminazione in materia di
aborto, né ha affrontato il problema dell’altissima percentuale di obiettori di
coscienza che, di fatto, rende in molte strutture sanitarie estremamente
difficile applicare la legge 194. In Italia oltre il 60% dei ginecologi è
obiettore, con punte che in alcune regioni superano il 70%. Nel 2024, inoltre,
il governo ha aperto le porte alle organizzazioni pro life all’interno dei
consultori. Nel frattempo, da oltre un anno il Ministero della Salute non
pubblica i dati annuali sull’interruzione volontaria di gravidanza: gli ultimi
disponibili risalgono al 2022.
Sul fronte del lavoro e delle pensioni il governo ha cancellato l’Opzione Donna,
non rinnovandola nella legge di bilancio per il 2026, rendendo così più
difficile l’accesso alla pensione anticipata. Si trattava di una misura che
consentiva alle lavoratrici di andare in pensione tra i 58 e i 60 anni — a
seconda delle proroghe — con almeno 35 anni di contributi. Una misura pensata
anche per riconoscere il peso del lavoro di cura che continua a gravare
prevalentemente sulle donne. Il lavoro di cura non retribuito resta infatti uno
dei pilastri della disuguaglianza di genere: secondo l’Istat le donne dedicano
mediamente oltre cinque ore al giorno al lavoro domestico e familiare, quasi il
doppio rispetto agli uomini.
Dulcis in fundo, alla fine di febbraio la maggioranza ha inoltre bocciato il ddl
Schlein che avrebbe introdotto il congedo parentale paritario tra madri e padri.
La proposta prevedeva — come già accade in diversi Paesi europei — cinque mesi
di congedo per ciascun genitore retribuiti al 100%. La Ragioneria dello Stato ha
espresso parere negativo per la mancanza di coperture finanziarie, stimate in
circa 4,5 miliardi di euro annui. Una giustificazione che le opposizioni hanno
definito una semplice scusa.
Più che una questione di risorse, sembra emergere una precisa scelta politica.
La visione della società proposta dalla maggioranza appare ancorata a un modello
degli anni Cinquanta, in cui alle donne viene assegnato principalmente il ruolo
di cura e riproduzione. Una società ferocemente liberista che arretra sul
welfare e che si fonda su un altrettanto feroce individualismo, dove il soggetto
implicito resta l’uomo.
Le conseguenze di questa impostazione emergono anche nel ritardo accumulato
dall’Italia nel raggiungimento dell’obiettivo europeo sulla copertura dei
servizi per l’infanzia. La raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea
prevede una copertura del 45% per i bambini sotto i tre anni nei servizi
educativi. Un obiettivo che l’Italia non riuscirà a raggiungere né a livello
nazionale né, soprattutto, nelle regioni del Sud, dove la frequenza negli asili
nido si ferma intorno al 15% dei bambini, con punte che scendono addirittura al
10%. A questo si aggiungono misure molto significative, come l’aumento dell’IVA
su beni essenziali per l’infanzia e la cura — dagli assorbenti al latte in
polvere fino ai pannolini — che colpiscono direttamente le famiglie e, in
particolare, le donne.
Il governo Meloni ha mostrato inoltre una forte insofferenza verso qualsiasi
cambiamento culturale che possa incidere anche simbolicamente sulle asimmetrie
di genere: dall’idiosincrasia per gli interventi educativi nelle scuole
finalizzati a contrastare pregiudizi e stereotipi sessisti, fino al continuo
dileggio della declinazione dei titoli professionali al femminile. Un tema che
la stessa presidente del Consiglio (appena nominata aveva precisato di voler
definire la propria carica al maschile) non perde occasione di ridicolizzare,
strizzando l’occhio al maschilismo militante.
Allo stesso tempo, Giorgia Meloni e la sua maggioranza non hanno mai esitato a
strumentalizzare il tema della violenza contro le donne in chiave
anti-immigrazione. Giovedì Fratelli d’Italia ha pubblicato — per poi cancellarlo
— un post che utilizzava i corpi delle donne come strumento di propaganda
politica pro referendum: “Vota sì. I giudici bloccano il rimpatrio degli
stupratori. Dove sono le femministe?”.
Ci vuole del cinismo per fare propaganda referendaria con la violazione dei
corpi delle donne e nello stesso tempo, continuare a rappresentare in maniera
distorta la violenza sessuale. In questa narrazione lo stupro non appare come un
crimine contro le donne, ma come un attacco alla “razza italica”, come se la
violenza fosse un problema che arriva da fuori e non un fenomeno strutturale
della nostra società.
Nello stesso post Fratelli d’Italia si chiedeva provocatoriamente dove fossero
le femministe. La risposta è semplice: il 15 e il 28 febbraio erano nelle piazze
di molte città italiane e a Roma per protestare contro il ddl Bongiorno che ha
tradito la riforma dell’articolo 609-bis del codice penale che introduceva
l’assenza di consenso nella definizione del reato di stupro.
Ci sarebbe anche molto altro da dire sulla vocazione bellica della presidente
del Consiglio. Non ci siamo mai illuse che avere una donna a capo del governo
significasse automaticamente avere politiche per le donne. La storia lo dimostra
con chiarezza: la presenza delle donne nei luoghi di potere non coincide
necessariamente con l’avanzamento dei diritti e della giustizia sociale. Dipende
da che cosa si decide di fare una volta arrivati al potere. Giorgia Meloni ce lo
ha dimostrato.
Nella Giornata internazionale della donna, dobbiamo prendere atto di una realtà
amara che già conoscevamo: avere una donna al vertice non basta se le politiche
continuano a ignorare le donne. E mentre ci prepariamo a celebrare l’8 marzo,
guardando al lavoro, ai diritti, al welfare e alla libertà di
autodeterminazione, la sensazione è che il cammino verso la parità non solo non
abbia fatto passi avanti, ma che la strada sia diventata ancora più lunga e più
difficile.
L'articolo “Con la destra al governo la condizione delle donne è migliorata? La
risposta è sotto gli occhi di tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fra pochi giorni saremo chiamati e chiamate a esprimerci, con un referendum,
sulla riforma costituzionale della giustizia promossa dal ministro Nordio. Nei
fatti il voto riguarda le modifiche dell’ordinamento giudiziario e le
ripercussioni che ne deriverebbero sull’indipendenza dei giudici.
Il referendum si è reso necessario perché la riforma è stata approvata in
Parlamento senza la maggioranza qualificata e, in questi casi, la Costituzione
prevede, come garanzia democratica, che si consultino i cittadini e le
cittadine. E ancor di più in questo caso dove, cosa mai successa prima, una
riforma, che prevede la modifica di ben sette articoli della Costituzione, è
stata varata dal governo senza che il Parlamento potesse esprimersi accorpando
gli emendamenti, votandoli insieme e respingendoli sistematicamente tutti, sia
quelli dell’opposizione che di maggioranza.
Non si è mai vista una riforma costituzionale, il cui testo approvato, non sia
cambiato di una virgola rispetto al testo presentato dal ministro: questo, a mio
avviso è un primo grande deficit democratico che ci fa capire quanto questa
riforma – insieme alle altre che sicuramente seguiranno – mini il nostro stato
di diritto. Perché il vero obiettivo di questa modifica costituzionale non è la
tanto decantata separazione delle carriere (riforma che poteva essere fatta
anche con legge ordinaria), il vero obiettivo è stravolgere l’equilibrio dei
poteri dello Stato e indebolire quello della magistratura condizionando le
libere scelte che ogni giudice e ogni pubblico ministero compie nell’esercizio
delle sue funzioni.
L’indipendenza di chi giudica e di chi si batte per l’accertamento della verità
è una garanzia per tutti i cittadini, un suo indebolimento mette a rischio la
tutela di tutti e tutte noi, ma specialmente di quelle persone che hanno meno
potere economico, sociale, dei più discriminati. E fra queste persone
sicuramente ci sono le donne che da sempre hanno trovato nella Costituzione un
forte baluardo in difesa dei loro diritti.
Partendo da questo assunto la Casa delle Donne di Torino, Se non ora quando?
Torino e le Donne in difesa della società civile hanno voluto organizzare un
incontro che leggesse questa riforma anche da un punto di vista di genere,
chiedendo a Mia Caielli, docente di Unito, di introdurre l’argomento che è stato
poi trattato da Gabriella Viglione, Procuratrice presso la Procura di Ivrea e
Francesca Paruzzo, avvocata e costituzionalista.
Perché indebolire la Costituzione e comprimere l’indipendenza della magistratura
influisce maggiormente sulla tutela dei diritti delle donne? Una prima
spiegazione ce la fornisce Francesca Paruzzo: “Alcune delle più importanti
conquiste riguardanti il riconoscimento e la garanzia del principio di
uguaglianza, anche di genere, sono passate attraverso le decisioni dei giudici.
Sono stati i giudici, infatti, ad esempio, a impugnare davanti alla Corte
costituzionale la norma che escludeva le donne dall’accesso alla magistratura;
ancora, sono stati i giudici, a rimettere sempre alla Corte costituzionale la
questione relativa alla punibilità del solo adulterio femminile, dichiarato
incostituzionale nel 1968. È proprio grazie all’indipendenza della magistratura,
così come configurata nel nostro ordinamento costituzionale quale presupposto
della sua funzione di garanzia, che discriminazioni così profonde hanno potuto
essere portate all’attenzione della Corte costituzionale e, così, rimosse.”
A differenza della politica, la giustizia non può non scegliere, non esprimersi.
Abbiamo tantissimi esempi di leggi sui diritti fondamentali che da anni
aspettano che la politica prenda delle decisioni che diano attuazione concreta
alla Carta. E alcune sono state varate proprio grazie all’intervento decisivo
della magistratura.
Pensiamo solo ultimamente al tema del fine vita, a tutte le modifiche della L.
40 sulla fecondazione assistita o, di fronte ad una assordante silenzio
legislativo, sulla possibilità di affidamento di un minore a una coppia dello
stesso sesso, o l’adozione, in casi particolari, per il figlio del partner nato
a seguito di tecniche di procreazione assistita effettuate all’estero. Tutto
questo non sarebbe possibile se ci fosse una magistratura condizionata dalla
politica e se lo Stato non prevedesse, come ci insegna Montesquieu, una netta
separazione dei poteri che garantisca l’abuso di potere e la libertà politica.
I sostenitori del Sì parlano del primo comma del 104 che stabilisce che la
magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere,
ma poi stravolgono la prospettiva organizzativa. La dottoressa Gabriella
Viglione, forte della sua esperienza di 34 anni nella magistratura, sempre come
pubblico ministero, ha poi evidenziato che “nell’attuale quadro costituzionale
il pubblico ministero non è una parte che agisce interessi propri, opera
nell’interesse pubblico per l’accertamento della verità e della tutela dei
valori costituzionali. Infatti nel processo penale ha l’obbligo di cercare ed
esporre anche le prove a favore dell’indagato (diversamente dall’avvocato che ha
l’esclusivo compito di tutelare la posizione del suo assistito- innocente o
colpevole che sia) e nel processo civile ha l’obbligo di tutela delle persone
più fragili. In tal senso una riforma che va a minare la libertà e
l’indipendenza del giudice e ancor più del pubblico ministero mette in pericolo
l’effettività dei diritti delle parti più deboli, economicamente o socialmente,
quali i minori, gli incapaci, le donne vittime di violenza, fisica, ma anche
familiare, sociale, economica”.
Questa riforma è preoccupante sotto molti punti di vista che sono emersi in
questi mesi nei tanti incontri che il Comitato del No ha organizzato proprio per
dare a tutti e tutte la possibilità di informarsi e di capire quale sia il suo
vero obiettivo. Ed è preoccupante se si guarda a Paesi come la Polonia o
l’Ungheria, Paesi sovranisti dove l’erosione dello Stato di diritto è iniziata
proprio dall’assoggettare la magistratura al potere politico, dove migliaia di
giudici sono stati perseguitati da quei regimi.
La trasformazione di questi Stati in autocrazie è avvenuta, come ci racconta
bene Tonia Mastrobuoni nel suo libro L’Erosione (ed. Mondadori), senza colpi di
Stato o spargimenti di sangue e senza utilizzare tutti quegli strumenti
normalmente usati dalle dittature, ma è iniziata assumendo il controllo di
quelle autorità indipendenti come i Tribunali, e l’imbavagliamento della stampa
non funzionale al potere politico, e cambiando le regole sulla rappresentanza
politica, schiacciando di fatto le opposizioni.
In Polonia, specialmente, la lotta all’indipendenza della magistratura è stata
compiuta capillarmente: stravolgendo il Consiglio nazionale, imponendo giudici
voluti dal Parlamento, è stata creata la “Camera disciplinare” anch’essa di
fatto di nomina politica che ha il compito di fare piazza pulita dei giudici non
allineati e per ultimo riformando la Corte Costituzionale e la Corte suprema
inserendo magistrati fedeli al governo. Magistrati che si sono piegati al volere
della politica proprio intestandosi battaglie contro i diritti Lgbtq+ o contro
le donne (pensiamo alla sentenza della Corte Costituzionale che ha messo al
bando l’aborto anche in caso di grave malformazione del feto).
Certo, la nostra Carta costituzionale ha al suo interno tanti presidi di
garanzia, ma se si inizia a smantellare un potere, se si inizia, come sta
succedendo nel nostro Paese, a screditare ogni giorno la magistratura
accusandola di essere una “elite” o una “casta”, si inizia piano piano, una
picconata per volta, a minare la nostra Costituzione e il nostro stato di
diritto. Per questo, per dare subito una risposta di quanto sia importante per
noi persone comuni, lontane dai poteri forti, che una magistratura rimanga
libera e indipendente andiamo a votare con convinzione NO il 22 e 23 marzo.
L'articolo Donne per il No: perché una giustizia indipendente è essenziale per
la tutela dei diritti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Medio Oriente è in fiamme e Scalfire la Roccia diventa un monito. Ha
conquistato i festival e il pubblico di mezzo mondo il documentario diretto da
Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, due registi iraniani candidati all’Oscar, in
uscita l’8 marzo: è una potente testimonianza.
Scalfire la roccia. Cutting Through Rocks ci porta in un villaggio nel
nord-ovest dell’Iran profondamente conservatore. Ogni giorno bisogna scalfire la
pietra di una mentalità retrograda, becera, maschilista che considera la donna
una sua proprietà. Sara Shahverdi è la prima donna ad essere eletta consigliera,
ex ostetrica, divorziata, abituata a girare in moto e in pantaloni. Perché una
Grande Rivoluzione comincia anche dalle piccole cose. Sara è la sesta di sei
sorelle, il padre voleva assolutamente un maschio, i tre fratellini verranno
dopo. Li cresce praticamente lei mentre il padre le insegnava ad andare in
motocicletta. La motocicletta sgangherata diventa un strumento di riscatto
sociale per lei in una società rigidamente patriarcale, in un paese che di fatto
odia le donne e le schiaccia come scarafaggi.
Ma Sara è una donna che vuole andare contro il sistema e insegna sgommate e
accelerate anche alla nipote, figlia del fratello. Cavalcare una moto vuol dire
cavalcare la protesta in difesa dei diritti civili ignorati delle donne. Il
fratello le insegue con la macchina, taglia loro la strada e prende a schiaffi
la figlia. Poi la costringe a sposarsi contro la sua volontà. Sul velo della
sposa vengono appuntanti con spille biglietti di soldi, come da tradizione. Sara
si batte come un tigre contro le “tradizioni” che gli uomini usano per tenere
soggiogate le donne. Contro i matrimoni combinati in un’età nella quale le
bambine dovrebbero ancora giocare con le bambole. Non decidi tu quello che devi
fare. Parole terribili.
Un altro esempio di negazione di diritti: una giovane donna per sottrarsi a un
destino di sottomissione vuole cambiare sesso, ma il giudice le nega il
consenso. Finché ci saranno ingiustizie e disuguaglianze basterebbe che ci sia
sempre una persona dal grande coraggio che alza la testa per combatterle. Un
grido di speranza in questi tempi più bui che mai. Su Teheran piovono bombe e si
spara sui civili. Una vergogna.
Altro copione Lady Nazca – La signora delle linee, diretto da Damien Dorsaz e
ispirato alla straordinaria storia di Maria Reiche, matematica, archeologa e
traduttrice tedesca, naturalizzata peruviana, che ha dedicato tutta la sua vita
allo studio e alla salvaguardia delle misteriose Linee di Nazca, uno dei più
grandi enigmi archeologici della storia dell’umanità. All’alba della Seconda
Guerra Mondiale, Maria è una donna fuori dal suo tempo: visionaria, solitaria,
determinata. Fugge dalla Germania e si rifugia in Perù, cerca di adattarsi a una
società chiusa e conservatrice, volendo proteggere anche il legame con la sua
compagna Amy.
Durante un’esplorazione nel deserto di Nazca, Maria si imbatte nelle
indecifrabili linee e figure gigantesche tracciate nel terreno con precisione
matematica da una civiltà pre-inca e che risale al 300 a.C. Maria riuscirà tra
mille difficoltà e ostacoli burocratici a portare a compimento la sua missione
scientifica e a svelare il significato dei geoglifi e a preservarli dall’incuria
di quei tempi. Nel silenzio del deserto, Maria troverà il suo posto nel mondo.
Grazie alla sua instancabile opera, le Linee di Nazca sono dal 1994 Patrimonio
dell’Umanità dall’Unesco. Anteprima speciale l’8 marzo all’Anteo Palazzo del
Cinema di Milano.
Squarci di femminismo anche nella ultima e audace interpretazione di
Frankenstein. Ne La Sposa!, l’attesissimo kolossal americano, anche il punto
esclamativo del titolo non è casuale. Per la regista, sceneggiatrice e
coproduttrice Gyllenhaal rappresenta l’energia repressa e liberata di ogni donna
messa a tacere. Questo elemento simbolico sottolinea il carattere esplosivo e
ribelle di Ida, la Sposa, e della rivolta sociale delle donne che lei riesce a
innescare nella Chicago degli anni ’30, dominata da gangster e sbirri corrotti.
La narrazione non si limita a un semplice esperimento scientifico (creare in
laboratorio una compagna per il vuoto affettivo di Frankenstein) ma
dall’”oltretomba” nasce un movimento culturale radicale di rottura che sconvolge
l’intera città alla mercé del violento boss Lupino, che colleziona omicidi e
lingue strappate dei traditori.
Sullo sfondo di una storia d’amore clandestina e travolgente, Frankenstein e la
sua sposa diventano eroi. Il film esplora il confine tra desiderio, creazione e
ribellione sociale, restituendo una tensione narrativa che mescola romanticismo,
gotico horror e dramma.
L'articolo Scalfire la roccia, Lady Nazca e La Sposa! Così anche il cinema
festeggia l’8 marzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dimenticate le solite cene e le classiche mimose: l’8 marzo 2026 è l’occasione
perfetta per caricare i bagagli in auto (o in aereo) e partire verso nuove
scoperte. Che il vostro desiderio sia quello di perdervi tra i musei delle
Fiandre, vivere il sogno americano a bordo di una cabriolet o concedervi un
rituale di bellezza in un hammam da mille e una notte, il viaggio “al femminile”
si tinge di sfumature uniche. Ecco 10 idee per staccare la spina dalla frenesia
quotidiana e riscoprire il piacere di condividere tempo di qualità con le amiche
di sempre o con se stesse, tutta la femminile.
IN TOSCANA, IL GIRO DEL MONDO ATTRAVERSO LE CERIMONIE DI BENESSERE
All’Asmana Wellness World, vicino Firenze, il relax si estende su 12mila mq
nella più grande day spa d’Italia. Le amiche possono rigenerarsi tra saune
tematiche e le iconiche “Cerimonie del Benessere”, veri viaggi sensoriali in
spazi suggestivi come il Tempio, l’Hammam e le 4 saune a tema. Il cuore del
divertimento sono le piscine esterne riscaldate con oltre cento idromassaggi,
perfette per un cocktail in acqua. Aperta fino a notte fonda, la struttura offre
un’atmosfera magica sotto le stelle. È la meta ideale a Campi Bisenzio per
staccare la spina e ricaricarsi in totale armonia.
ADRENALINA E STILE IN PISTA A IMOLA
L’8 marzo 2026, l’Autodromo di Imola ospita WOW Women Motor, un evento dedicato
alla passione femminile per i motori. Le partecipanti possono scendere in pista
su un circuito leggendario, provare simulatori di guida e partecipare a workshop
esclusivi con i brand dell’Automotive. Il programma include tour guidati dei box
e una scenografica parata di auto storiche guidate da donne, organizzata
dall’ASI. È un’occasione unica di confronto e approfondimento sulla sicurezza
stradale e il ruolo delle donne nel motorsport. Il cuore dell’evento batte tra
adrenalina, storia e cultura automobilistica. Siete pronte a scendere in pista?
IL TEMPIO DEL RELAX URBANO NEL QUADRILATERO MILANESE
Per chi vive i ritmi frenetici della città, il desiderio di staccare la spina
con l’amica del cuore trova risposta nelle spa urbane d’eccellenza. Non serve
partire per le terme: basta rifugiarsi in un hotel di lusso per rigenerarsi in
poche ore. A Milano, tra Porta Nuova e Brera, il prestigioso Palazzo Parigi
offre la sua Grand Spa, un vero santuario inondato di luce naturale. Il fiore
all’occhiello è il Royal Hammam Privé, uno spazio esclusivo dotato di piscina in
marmo e bagno di vapore. È la soluzione perfetta per sciogliere le tensioni
quotidiane in un ambiente di assoluto benessere. Una fuga pomeridiana con
l’amica del cuore senza lasciare la città.
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FOTO WOW - WOW-WOMEN-MOTOR-2026-AUTODROMO-IMOLA
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ASMANA WELLNESS WORLD - RELAX TRA AMICHE (9)
ARTE FIAMMINGA E BRINDISI AL FEMMINILE NEL CUORE DEL BELGIO
Gent, cuore pulsante delle Fiandre, è la meta ideale per un weekend tra amiche
che unisce arte e tradizione. A marzo, il Museo di Belle Arti (MSK) ospita
Unforgettable, una retrospettiva dedicata a quaranta artiste fiamminghe attive
tra il 1600 e il 1750. La città incanta con la sua vivace vita universitaria e i
suoi prestigiosi percorsi museali. Per un brindisi speciale, il vicino
birrificio Liefmans a Oudenaarde celebra l’eredità di Rosa Merckx, prima mastro
birraio donna del Belgio. Tra cultura e ottima birra, Gent si rivela un inno al
talento e alla forza creativa femminile.
IL RESPIRO DELLA BIOSOSTENIBILITÀ TRA LE VETTE
Nel silenzio incantato della Valle di Luson, il Naturhotel Lüsnerhof è un inno
al benessere autentico a 1.100 metri di altitudine. Membro dei Belvita Leading
Wellnesshotels, questo gioiello in bioarchitettura abbraccia la filosofia della
Naturellness Spa, dove i trattamenti riflettono l’energia del bosco. Tra
escursioni nel Parco Naturale Puez-Odle e una cucina che esalta le erbe del
giardino, ogni dettaglio invita a una riconnessione profonda. È il rifugio
ideale per un 8 marzo all’insegna della sostenibilità e della rigenerazione,
circondate dalla purezza delle Dolomiti.
TRA MURA STORICHE E BRINDISI AL TRAMONTO SUI TETTI
Lucca, con le sue mura leggendarie e il fascino del centro storico, è la meta
ideale per un weekend rigenerante tra amiche. Il Grand Universe Lucca
rappresenta la cornice lussuosa perfetta per esplorare la città da una posizione
privilegiata. Si possono alternare tour in bicicletta lungo le mura a visite
guidate tra le storiche vie del centro. Il momento clou è il brindisi sul
rooftop dell’hotel, che regala una vista mozzafiato sui tetti e sulle colline. È
un’esperienza che fonde perfettamente cultura, relax e il meglio
dell’accoglienza toscana.
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GRAND SPA_HOTEL PARIGI_PH ISABELLA SANFILIPPO (44)
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JUMEIRAH_ZABEEL_SARAY_-_ROOMS_-_JUNIOR_SUITE_-_BATHROOM (1)
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JUMEIRAH_ZABEEL_SARAY_-_TALISE_OTTOMAN_SPA_-_THALASSOTHERAPY_POOL_-_01
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GRASLEI GHENT
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BELVITA_NATURHOTEL LUSNERHOF_© HANNES NIEDERKOFLER (4)
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BELVITA_NATURHOTEL LUSNERHOF_© HANNES NIEDERKOFLER (1)
WEEKEND BIANCO TRA VETTE ALPINE E COMPLICITÀ FEMMINILE
Per chi sogna un 8 marzo ad alta quota, l’Hotel Sansicario Majestic di Bluserena
nel comprensorio della Vialattea è il rifugio perfetto. Tra ciaspolate nella
natura incontaminata e passeggiate tra le borgate alpine, la montagna si svela
in tutta la sua bellezza selvaggia. Il resort offre attività outdoor su misura,
pensate per ricaricarsi all’aria aperta prima di abbandonarsi al relax. Le
serate si accendono con cene gourmet che reinterpretano i sapori della
tradizione locale in chiave moderna. È l’invito ideale per brindare tra amiche
avvolte dal candore della neve e dal calore dei camini accesi.
WINE EXPERIENCE E RELAX TRA I FILARI DI BAROLO
Una fuga tra le colline delle Langhe è il binomio perfetto tra eccellenza
enogastronomica e benessere. A Monforte d’Alba, l’agriturismo La Torricella
dell’Azienda Agricola Diego Pressenda invita a vivere un’esperienza sensoriale
completa: dalla degustazione di prestigiosi Barolo ai trattamenti esclusivi
della Winery Spa, dove il vino diventa un elisir di bellezza. Tra camere
panoramiche e piatti della tradizione piemontese, ogni dettaglio è pensato per
rigenerarsi. È la meta ideale per brindare alla complicità femminile, circondate
da un paesaggio che è patrimonio UNESCO.
IL MITO AMERICANO TRA POLVERE DI STELLE E LIBERTÀ
Percorrere la Route 66 con le amiche è un viaggio iconico tra deserti e
cittadine rétro, un vero manifesto di libertà. Il percorso offre tappe
imperdibili come il vulcano Amboy Crater, la città fantasma di Calico e i musei
vintage di Victorville. Non mancano soste gastronomiche storiche come il Mitla
Café, fino al gran finale sul molo di Santa Monica. Tra set cinematografici e
insegne al neon, ogni chilometro trasforma il road trip in un’esperienza
indimenticabile su misura.
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VITAVALKA-ROUTE-66-1096045_1280
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CSHARKER-ROUTE-66-382380_1280
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SANSICARIO_STRUTTURA
L'articolo Dalla wine experience nelle Langhe alla Route 66 e le Fiandre: 10
idee last minute per una fuga tra amiche in vista dell’8 marzo proviene da Il
Fatto Quotidiano.