Il taglio temporaneo delle accise sui carburanti deciso dal governo Meloni non
si sta traducendo in prezzi alla pompa ridotti della stessa misura. A tre giorni
dall’entrata in vigore della sforbiciata di 20 centesimi al litro (24,4 con
l’Iva), i ribassi risultano inferiori alle attese e disomogenei sul territorio,
a conferma che il fenomeno non è imputabile a un rialzo del greggio ma potrebbe
dipendere dalla tempistica degli approvvigionamenti. In nessuna regione si
registra infatti una riduzione pari all’intero ammontare previsto.
Secondo i dati del Mimit pubblicati sabato 21 marzo, il prezzo medio in modalità
self service sulla rete stradale nazionale è pari a 1,713 euro al litro per la
benzina e 1,966 euro per il gasolio. Sulla rete autostradale i prezzi restano
più elevati, con una media di 1,782 euro per la benzina e 2,032 euro per il
gasolio. La benzina mostra flessioni che vanno dai -14,4 centesimi al litro
della Campania ai -19,7 della Valle d’Aosta, con uno scarto di oltre 5
centesimi. Poi Friuli Venezia Giulia e Toscana (-19,1 cent) e Sardegna (-18,7
cent).
Per il gasolio, i ribassi più contenuti si registrano ancora in Molise (-12,6
cent, pari a 6,30 euro su un pieno), seguito da Campania (-13,8 cent) e Lazio
(-14,1 cent). Anche in questo caso guida la Valle d’Aosta (-18,6 cent), seguita
dal Friuli Venezia Giulia (-18,1 cent) e da Trento e Sicilia (-17,2 cent). In
media, nelle regioni, il calo nei due giorni considerati è pari a 17,4 centesimi
per la benzina e 15,8 centesimi per il gasolio.
In autostrada, tra il 19 e il 21 marzo, la riduzione per la benzina self service
è pari a 18,5 centesimi al litro, ossia 9,25 euro per un pieno da 50 litri,
mentre per il gasolio il calo è di 15,8 centesimi, pari a 7,90 euro a
rifornimento.
Secondo l’Unione Nazionale Consumatori, “è evidente che se a fronte di un
abbassamento delle accise che dura appena 20 giorni c’è chi attende più di tre
giorni per adeguare i prezzi, incassa il 15% di quello che sarebbe spettato agli
automobilisti. Un fatto gravissimo, contro il quale il decreto non ha previsto
alcuna pena, non dando nessuna arma in più né all’Antitrust né alla Guardia di
Finanza, che potrà solo multare per irregolarità amministrative, laddove le
riscontrasse”, afferma il presidente Massimiliano Dona.
L'articolo Carburanti, il calo dei prezzi resta inferiore al taglio delle
accise. Ecco le Regioni dove si paga di meno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quattro punti vendita ogni 100 non hanno ridotto i prezzi, anzi in alcuni casi
li hanno addirittura aumentati. A oltre 24 ore dall’introduzione del taglio
delle accise deciso dal Consiglio dei ministri per calmierare il costo del
carburante, l’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy
rivela che solo il 60% dei 12.107 impianti di distribuzione ha effettivamente
ridotto i prezzi.
Al netto della qualità dei dati a disposizione del ministero in termini di
quantità e di attualità dei prezzi comunicati, la rilevazione alle 8 di venerdì
20 marzo lascia intendere che non tutto sta funzionando per il meglio. “Tutte le
principali compagnie petrolifere operanti nel Paese hanno inoltre adeguato i
propri prezzi consigliati, con una riduzione di 24,4 centesimi di euro al litro,
in linea con il provvedimento adottato in Consiglio dei ministri”, spiega il
Mimit.
Eppure dalle rilevazione emerge che addirittura l’11,4% dei punti vendita ha
addirittura aumentato i prezzi esposti, altro che taglio. Per questo, avvisa il
ministero, il Garante per la sorveglianza dei prezzi ha già trasmesso alla
Guardia di Finanza l’elenco di questi distributori, affinché vengano effettuati
i necessari controlli ai sensi del nuovo regime speciale previsto dal
decreto-legge approvato dal Governo.
Gli esiti dei controlli saranno trasmessi anche all’Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato per l’eventuale avvio di procedimenti sanzionatori e,
nei casi in cui emergano profili di rilevanza penale, all’autorità giudiziaria.
Il prezzo medio dei carburanti rilevato venerdì mattina in modalità self-service
sulla rete stradale nazionale è pari a 1,734 euro al litro per la benzina e
1,978 per il gasolio. Sulla rete autostradale, il prezzo medio self-service si
attesta invece a 1,812 per la benzina e 2,048 per il gasolio. I dati “non solo
confermano la nostra dettagliata denuncia sul mancato adeguamento dei prezzi, ma
anche il fallimento del decreto sul piano sanzionatorio”, afferma Massimiliano
Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“È quello che abbiamo detto da sempre: inutile monitorare o che poi, come
prevede questo decreto, il Garante per la sorveglianza dei prezzi trasmetta
all’Autorità giudiziaria le risultanze istruttorie, se non si modificano anche
gli articoli 501 e 501 bis del Codice Penale che il comandante generale della
Guardia di finanza Giuseppe Zafarana nel 2022 ha già giustamente definito di
‘rara e difficile applicazione’“. Urge anche una modifica della legge – insiste
l’Unione nazionale consumatori – per consentire all’Antitrust di intervenire
anche nei casi in cui manca un’intesa restrittiva della concorrenza o un abuso
di posizione dominante. “Altrimenti si prendono in giro i consumatori
promettendo una lotta agli speculatori che non esiste”, conclude Dona.
L'articolo Taglio accise sui carburanti: “Solo il 60% dei punti vendita ha
ridotto i prezzi” | I dati del ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le vacanze e i viaggi di Pasqua potrebbero non essere immuni da ripercussioni
legate alla guerra in Iran. A partire dal mese prossimo, infatti, le compagnie
aeree potrebbero trovarsi ad affrontare carenze di carburante per aerei a causa
della chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo The Times, sarebbero a rischio
in particolare i voli a lungo raggio. Senza contare che gli operatori del
settore hanno lanciato un avvertimento legato al caro biglietti in arrivo:
l’associazione Airlines for Europe, che raggruppa le principali compagnie, ha
avvisato che l’impennata dei prezzi del petrolio porterà a possibile aumento
delle tariffe nel breve periodo.
Stando a un articolo del quotidiano britannico, le compagnie aeree sono già
state avvertire che da aprile dovranno affrontare carenze di carburante che
potrebbero innescare cancellazioni di voli verso le destinazioni più lontane,
anche nel periodo delle vacanze pasquali. A incidere sulla situazione è la
sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz che impedisce il passaggio delle
navi petroliere: uno stallo che sta portando all’esaurimento delle riserve che
non vengono reintegrate.
Tra i primi Paesi a lanciare l’allarme c’è stato il Vietnam, dipendente
dall’import del carburante per aerei da Cina e Thailandia: quest’ultimi due
Paesi hanno infatti tagliato l’esportazione per preservare le proprie riserve.
La previsione degli esperti del settore è che altri Paesi seguano questa linea,
portando rapidamente le compagnie aeree a dover scegliere se interrompere i voli
verso alcune destinazioni poiché non avrebbero modo di rifornirsi di carburante
per affrontare il viaggio di ritorno.
Al problema – sostiene The Times – non è immune anche la Gran Bretagna: sarebbe
vulnerabile a causa di un massiccio import da Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati
Arabi Uniti, tre Paesi del Golfo che in questo momento sono oggetto delle
rappresaglie dell’Iran agli attacchi di Israele e Usa. La penuria di carburante,
avvisano le compagnie aeree europee, avrà un effetto sui voli interni, anche
europei, perché i prezzi sono schizzati alle stelle, raddoppiando in Europa e
aumentando di quasi l’80% in Asia: questo porterà a un rincaro dei biglietti,
avvertono le compagnie aeree europee riunite a Bruxelles nell’associazione
Airlines for Europe. Air France-Klm, Sas e Finnair hanno già segnalato possibili
aumenti delle tariffe.
L'articolo Guerra in Iran, da aprile carenze di carburante per aerei: “A rischio
i voli a lungo a raggio”. Caro biglietti in arrivo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’instabilità internazionale legata al conflitto in Iran ha innescato
un’impennata dei prezzi dei carburanti: un’analisi condotta da Facile.it, basata
sugli ultimi dati della Commissione Europea aggiornati al 9 marzo 2026 (e
confrontati con le rilevazioni del 23 febbraio), rivela che l’Italia, pur
soffrendo l’attuale congiuntura, ha registrato aumenti percentualmente inferiori
rispetto a molti Paesi dell’Eurozona. Nel Bel Paese, il rincaro della benzina si
è attestato al 5,5%, un valore che colloca la nostra nazione al dodicesimo posto
della classifica europea dei rincari percentuali. Mentre per il diesel
l’incremento è stato del 9,8%, posizionandoci al quattordicesimo posto.
Il quadro continentale appare più critico per la Germania, che guida la
classifica degli aumenti con un balzo del 13,8% per la benzina e un vertiginoso
24,8% per il gasolio. Seguono a ruota l’Austria, con rincari rispettivamente del
13,2% e del 22,8%, e la Finlandia, dove la benzina è salita del 12,5%. Anche la
Spagna e la Francia hanno mostrato segni di sofferenza maggiori rispetto
all’Italia: a Madrid la benzina è cresciuta dell’8,8% e il diesel del 15,6%,
mentre a Parigi gli incrementi sono stati del 7,8% per la prima e del 18,4% per
il secondo. La Grecia ha fatto segnare un +6,6% sulla verde e un consistente
+17,2% sul gasolio, superando i livelli italiani. L’Estonia è stata colpita da
un +21,4% per il diesel, mentre le zone più resilienti dell’area euro risultano
essere la Slovenia, con un contenuto +1,1% sulla benzina e uno 0,2% sul diesel,
la Slovacchia con +0,9% e +1,1%, e l’Irlanda, che chiude la fila con incrementi
minimi dello 0,5% e dello 0,6%.
Guardando ai valori assoluti registrati alla pompa nell’ultima rilevazione del 9
marzo, i Paesi Bassi detengono il primato del costo più elevato con 2,172 euro
al litro per la benzina e 2,255 euro al litro per il diesel. La Germania segue
con 2,075 euro per la verde e 2,163 euro per il gasolio, precedendo la Finlandia
che ha toccato 1,926 euro e 2,042 euro. Si noti, ovviamente, che lo scenario è
in continua evoluzione e che i dati successivi al 9 marzo indicano già valori
più elevati, riflettendo pienamente la volatilità del mercato energetico
globale.
Nello Stivale, in effetti, i dati aggiornati al 17 marzo 2026, mostrano un
ulteriore incremento dei prezzi rispetto ai giorni scorsi, con il gasolio che ha
ormai superato stabilmente la soglia dei 2 euro al litro in modalità
self-service. Secondo le ultime rilevazioni del Mimit (Ministero delle Imprese e
del Made in Italy), i prezzi medi nazionali alla pompa (Modalità Self-Service)
ammontano a 1,853 euro a litro per la benzina (1,941 al litro in autostrada) e
2,087 euro/litro per il diesel (che in autostrada arriva a 2,148 euro/litro).
Si conferma il trend che vede il gasolio sensibilmente più costoso della benzina
(una differenza di circa 23 centesimi al litro sul self stradale). Per chi
sceglie il servizio assistito, i prezzi sono naturalmente più alti: la media
nazionale della benzina sfiora i 1,97 euro a litro, mentre il diesel servito ha
raggiunto mediamente i 2,20 euro a litro. Attualmente le aree con i prezzi medi
più alti sono Bolzano e Palermo, mentre le medie più contenute si registrano
nelle province di Sondrio e Ancona. Sulla rete autostradale la situazione è
ancora più marcata, con il diesel che ha ormai raggiunto punte medie di 2,15
€/litro anche al “fai da te”.
L'articolo Carburanti in aumento, ma l’Italia tiene botta sui rincari rispetto
ad altri paesi europei proviene da Il Fatto Quotidiano.
Continua a salire il prezzo della benzina a seguito delle tensioni geopolitiche
in Medio Oriente, nate dopo l’intervento di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il prezzo in molte zone d’Italia ha superato i 2 euro al litro con evidenti
conseguenze sui trasporti. Le opposizioni attaccano l’operato del Governo,
giudicato incapace di fronteggiare il grave rincaro per cittadini e aziende. Lo
stesso esecutivo, intanto, continua a monitorare l’andamento dei prezzi.
Nel frattempo prosegue l’impennata dei prezzi dei carburanti con il gasolio che
tocca i suoi massimi da 4 anni: al self è spillato a 2,07 euro/litro, la benzina
a 1,84. I dati, pubblicati dal ministero delle Imprese e del Made in Italy,
evidenziano come il prezzo del diesel sia superiore ai 2 euro in tutte le
regioni italiane con i maggiori picchi, tra i 2,08 e i 2,1 euro al litro,
registrati in Sicilia, Valle d’Aosta e nelle province autonome di Trento e
Bolzano. In autostrada i prezzi medi salgono a 2.134 euro al litro per il
gasolio e a 1.929 euro al litro per la benzina. Salgono, di conseguenza, anche i
prezzi per il servito: la benzina sale a 1,973 euro/litro, il diesel a 2,200
euro/litro, il Gpl tocca 0,705 euro/litro, e il metano arriva a 1,501 euro/kg.
Il ministro Adolfo Urso ha assicurato “interventi compensativi mirati per le
famiglie meno abbienti e l’autotrasporto, forse già nel prossimo Consiglio dei
ministri”, tuttavia ha rifiutato al momento l’ipotesi di ricorrere al taglio
delle accise. Anche l’Ue punta l’attenzione sul caro carburanti: “Non dobbiamo
solo monitorare, ma anche prepararci – ha dichiarato il commissario Ue
all’energia, Dan Jorgensen – ed essere pronti ad attuare misure a breve termine,
perché la situazione può aggravarsi ulteriormente”.
L'articolo Diesel ai massimi da 4 anni, il prezzo medio supera i due euro:
picchi in Sicilia, Valle d’Aosta e province autonome proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il governo continua a “monitorare” ma non interviene. Mentre il rialzo dei
prezzi energetici legato alla guerra in Iran continua a riflettersi in aumenti
del costo dei carburanti, dall’esecutivo per ora arriva solo la linea della
prudenza: controlli sulla filiera e nessuna decisione immediata su accise o
altre misure fiscali. Nel corso della riunione della Commissione di allerta
rapida sui prezzi al ministero delle Imprese, il ministro delle Imprese Adolfo
Urso ha rivendicato l’approccio adottato dall’inizio della legislatura. “Con il
decreto sulla trasparenza dei prezzi dei carburanti del gennaio 2023 abbiamo
cambiato paradigma, intervenendo a monte in modo preventivo, tempestivo e
continuativo”, ha sostenuto, sottolineando il rafforzamento del sistema di
monitoraggio, l’ampliamento dei poteri del Garante dei prezzi e l’istituzione
della stessa Commissione.
Secondo il ministro, l’Italia starebbe reggendo meglio di altri paesi europei
all’ondata di rincari. In base ai dati del Weekly Oil Bulletin della Commissione
europea, nell’ultima settimana la benzina è aumentata del 4,5% in Italia, contro
il 10% in Germania, il 7,7% in Spagna e il 4,8% in Francia. Sul gasolio
l’aumento è stato dell’8,6%, molto meno del 20% registrato in Germania, del
14,8% in Francia e del 14,2% in Spagna. Urso ha inoltre ricordato che, almeno
per ora, nessuna delle principali economie europee ha scelto la strada del
taglio delle accise, mentre diversi paesi stanno valutando strumenti di
controllo sulla filiera distributiva simili a quelli adottati in Italia.
I rincari però sono già consistenti. Rispetto a fine febbraio le quotazioni
internazionali dei prodotti raffinati risultano salite di 19,3 centesimi al
litro per la benzina e 33,7 centesimi per il gasolio. Alla pompa l’aumento medio
è stato quasi equivalente: oggi i prezzi self service si attestano a 1,82 euro
al litro per la benzina e 2,05 euro per il gasolio, rispettivamente 15,3 e 32,2
centesimi in più rispetto al 27 febbraio.
E per ammissione dello stesso Urso il protrarsi della crisi in Medio Oriente
rischia di determinare “difficoltà nell’approvvigionamento di materie prime
critiche, fondamentali per diversi settori produttivi: dall’elio – essenziale
per la produzione di chip e per la microelettronica, e in larga parte
proveniente dal Qatar – alle risorse necessarie per la filiera del cemento, fino
ai fertilizzanti indispensabili per l’agricoltura”. Si rischia un impatto
pesante, dopo che il 2026 ha esordito con un dato di nuovo negativo per la
produzione, che a gennaio è calata dello 0,6% sia rispetto a dicembre 2025 sia
rispetto ad un anno prima.
In concreto, nulla si muove. Le associazioni dei consumatori Adoc, Assoutenti e
Federconsumatori hanno scritto a Giorgia Meloni e allo stesso Urso chiedendo
misure urgenti per “rallentare la spirale inflazionistica“. Tra le proposte una
riduzione temporanea delle accise sui carburanti, il taglio dell’Iva sul gas, la
riduzione degli oneri di sistema sull’energia e la rimodulazione dell’Iva sui
beni di prima necessità, oltre al rafforzamento dei bonus sociali.
Duro il giudizio della Cgil, che parla apertamente di “inerzia del governo” che
“riguarda innanzitutto il conflitto scatenato da Usa e Israele, sul quale
l’esecutivo non sta facendo nulla per favorire un cessate il fuoco al fine di
proteggere le popolazioni civili e limitare le ricadute sull’economia mondiale,
che sta già subendo pesanti contraccolpi, come conferma oggi l’Istat”. Per la
Cgil, “il pericolo più immediato, nel caso di una nuova fiammata inflattiva, è
che, ancora una volta, il conto sia pagato soprattutto da lavoratori e
pensionati”. E “nemmeno si intravede alcun ripensamento sui clamorosi errori
commessi in questi anni, nel corso dei quali è stata rallentata, se non fermata,
la corsa alle fonti rinnovabili, le uniche in grado di abbattere strutturalmente
i costi energetici per famiglie e imprese e di garantire indipendenza e
sovranità energetica, per puntare invece sulle fonti fossili importate e più
costose”. Inoltre “è stato messo in discussione, anche da parte dell’Italia, il
Green deal europeo; milioni di famiglie sono state costrette ad abbandonare il
mercato tutelato per passare al cosiddetto ‘mercato liberò, che ha comportato un
aumento significativo delle bollette, che ora rischiano di esplodere”, conclude
il sindacato guidato da Maurizio Landini.
Più prudente ma comunque preoccupata la Cisl, che pur giudicando «apprezzabile»
il monitoraggio avverte che sarà necessario intervenire rapidamente per evitare
che l’aumento dei carburanti si trasferisca ai prezzi dei beni attraverso i
costi di produzione e di trasporto. Tra le ipotesi sul tavolo anche l’utilizzo
dell’eventuale maggior gettito Iva generato dai rincari per finanziare una
riduzione delle accise.
L'articolo Caro carburanti, Urso si accontenta del “monitoraggio”. Consumatori:
“Urgenti misure contro l’aumento dei prezzi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Italia partecipa al rilascio coordinato di riserve petrolifere di emergenza
deciso dai Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) per
stabilizzare i mercati internazionali. Il ministero dell’Ambiente e della
Sicurezza Energetica (Mase) ha confermato che il contributo nazionale sarà di 10
milioni di barili, quota che rappresenta circa il 2,5% del totale di 400 milioni
di barili stanziati complessivamente dai Paesi membri. Il volume, pari a
1.605.000 tonnellate di petrolio equivalente, rappresenta il 13,5% delle scorte
di sicurezza italiane. Nonostante l’entità del rilascio, il Mase definisce la
situazione nazionale soddisfacente: le riserve attuali ammontano a 11.903.843
tep, garantendo 90 giorni di importazioni nette in linea con le norme Ue.
Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie, ha descritto l’attuale scenario come
un punto di svolta critico per le piazze energetiche, sottolineando che
l’immissione di riserve è la più grande della storia. Secondo l’Agenzia, il
conflitto in Iran ha causato la maggiore interruzione delle forniture mai
registrata, con una riduzione della produzione nel Golfo di almeno 10 milioni di
barili al giorno. La causa principale risiede nel blocco quasi totale dello
Stretto di Hormuz, dove il transito è crollato dai 20 milioni di barili
quotidiani a un volume minimo. L’Agenzia prevede per marzo una contrazione delle
forniture globali di 8 milioni di barili al giorno, a fronte di una domanda che
si mantiene sopra i 100 milioni. Secondo l’Aie, però, l’efficacia dello storico
rilascio di riserve è strettamente legata alla durata del blocco dello Stretto
di Hormuz: l’agenzia teme che la carenza di approvvigionamento continuerà ad
aumentare a meno che i flussi di traffico non riprendano rapidamente.
Intanto vengono messe in campo anche altre contromisure straordinarie. L’Egitto
ha deciso di rinviare la manutenzione delle proprie raffinerie per aumentare la
produzione del 10%. Con una capacità operativa portata a 650.000 barili al
giorno, il governo del Cairo punta a coprire il fabbisogno interno di gasolio e
benzina, pari rispettivamente a 12 e 6,7 milioni di tonnellate annue, e a
ridurre i costi delle importazioni. L’Iraq, la cui produzione è scesa a 1,4
milioni di barili al giorno, ovvero meno di un terzo rispetto ai volumi
pre-guerra, sta tentando di attivare rotte alternative. Baghdad intende
esportare 200.000 barili al giorno via camion attraverso Turchia, Siria e
Giordania, oltre a utilizzare l’oleodotto di Ceyhan per altri 100.000 barili.
In ambito diplomatico, la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper è in
visita in Arabia Saudita per coordinare la sicurezza dello Stretto di Hormuz e
garantire la continuità dei flussi. Londra ha definito la situazione
estremamente instabile a causa dei continui attacchi attribuiti all’Iran che
minacciano la navigazione e i partner regionali. Tuttavia, l’efficacia delle
manovre dell’Aie rimane oggetto di discussione. Esperti di geopolitica avvertono
che il rilascio coordinato potrebbe rivelarsi insufficiente se la chiusura di
Hormuz dovesse persistere per settimane o mesi. Mentre i prezzi sfiorano i 100
dollari, la minaccia iraniana di spingerli quota 200 dollari non è ancora un
pericolo scongiurato secondo i mercati. Il rischio di ulteriori shock sui prezzi
dei carburanti resta alto, aggravato dalla vulnerabilità delle infrastrutture in
Oman e nel Mar Rosso, dove la presenza di droni limiterebbe la capacità dei
produttori Opec+ (i Paesi Opec più gli altri principali Paesi produttori) di
stabilizzare l’offerta.
L'articolo Iran e petrolio, maxi rilascio di riserve per stabilizzare i mercati:
l’Italia contribuisce con 10 milioni di barili proviene da Il Fatto Quotidiano.
“A livello europeo stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione
dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche. Si tratta di un
provvedimento che serve subito, almeno fino a quando i prezzi globali delle
fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in
Medio Oriente“. Con il decreto accise slittato perché per tamponare i rincari
dei carburanti servirebbero coperture che il governo non trova e quello sulle
bollette invecchiato malissimo, Giorgia Meloni spera che a toglierla d’impaccio
ci pensi Bruxelles. L’Italia da settimane preme perché il Consiglio Ue del 18 e
19 marzo si pronunci per uno stop temporaneo del sistema europeo per lo scambio
delle quote di emissione, il meccanismo che punta a ridurre i gas a effetto
serra facendo pagare chi inquina.
La richiesta è molto precedente rispetto agli attacchi all’Iran e ha scarsissimo
sostegno tra i partner Ue. Per questo ora la premier fa leva sull’aumento dei
prezzi del petrolio che si è registrato dal 2 marzo per sostenere che
l’intervento è indispensabile. Eppure solo martedì 102 aziende europee, tra cui
cementieri come Heidelberg Cement e gruppi siderurgici come Outokumpu,
Salzgitter, SSAB e Tata Steel, hanno scritto ai capi di Stato e di governo per
difendere l’Ets, scelto – accusano – come capro espiatorio “invece di
concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione economica” a partire da
“prezzi dell’energia più elevati determinati dai combustibili fossili“.
L’ITALIA NON USA I PROVENTI DELLE ASTE PER SOSTENERE LE IMPRESE
“Una parte dell’industria ha scommesso sulla decarbonizzazione e in caso di
sospensione del sistema vedrebbe sfumare il ritorno sugli investimenti che si
attendeva”, commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle Politiche
europee del think tank ECCO. “Quindi vuole che resti in campo”. Insomma,
cambiare le regole in corsa sarebbe tutt’altro che un vantaggio per le imprese
del Vecchio continente. Almeno quelle più all’avanguardia e in grado di
competere sui mercati globali. Perché allora l’industria italiana sostiene che
il sistema “grava sulla capacità competitiva”? Confindustria in parte si è
risposta da sola: nella lettera in cui metteva nel mirino l’Ets il presidente
Emanuele Orsini ha ricordato en passant che gli Stati membri non utilizzano a
sufficienza i ricavi delle aste dei “diritti a inquinare” per sostenere la
decarbonizzazione industriale.
È tutt’altro che un dettaglio, spiega Lovisolo: “Dall’1 gennaio 2025 i Paesi
membri dovrebbero reinvestire il 100% dei proventi per finanziare la
transizione. Ma l’Italia non ha mai recepito la novità: continua a destinare il
50% al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico e finora ha impiegato per le
politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei 18,2 ricavati dalle aste tra
2012 e 2024“. Se il governo vuol sostenere le aziende, insomma, non ha che da
destinare loro i miliardi incassati invece che utilizzarli per far quadrare i
conti.
SVANTAGGIO COMPETITIVO? PAGHERANNO ANCHE I CONCORRENTI STRANIERI
La tesi della maggioranza italiana che l’Ets sia uno svantaggio competitivo
perché i concorrenti extra Ue non pagano le quote è tanto più infondata se si
tiene conto che da gennaio è partita la sperimentazione del Carbon border
adjustment mechanism (Cbam), una tassa sui beni importati in Europa da Paesi che
non hanno sistemi di tassazione delle emissioni. L’obiettivo è proprio rendere
del tutto equa la concorrenza transfrontaliera ed evitare il rischio di
delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente.
Rischio che oggi è comunque scongiurato attraverso l’assegnazione gratuita di
quote di Co2 ai comparti più inquinanti, destinata a calare progressivamente
mano a mano che il Cbam va a regime fino ad azzerarsi nel 2034. Il varo del
meccanismo ha innescato un virtuoso effetto imitazione: la Cina sta rendendo più
severo il suo sistema di scambio di quote di emissione, India, Brasile, Turchia
e Vietnam hanno adottato ex novo un Ets, Australia e Regno Unito (che già
applicavano) valutano sistemi tipo il Cbam.
LE BOLLETTE PIÙ ALTE? COLPA DELLA DIPENDENZA DAL GAS
Resta il tema dell’impatto sulle bollette: chiedere ai produttori di energia da
fonti fossili di pagare per le loro emissioni, dice il governo, alza il prezzo
finale dell’elettricità a danno di imprese e famiglie. Di qui la decisione di
prevedere, nel decreto bollette, un sussidio alle aziende pagato dai
consumatori, cosa che dovrebbe ridurre il prezzo finale compensandoli per il
balzello. Ma è stato lo stesso ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
ad ammettere che tutto dipende dal “mix energetico che ci contraddistingue”.
Mentre “impatta meno su Francia e Spagna che hanno operato scelte diverse dalle
nostre”. Ancora l’anno scorso il 42% della domanda è stato coperto dal gas,
contro il 41% da rinnovabili. Il risultato è che “per più del 60% delle ore del
giorno il prezzo finale” – che dipende dal costo dell’ultima centrale che
soddisfa la domanda in quel momento – “è determinato dal gas“, più costoso.
“Quindi se aumentassimo la quota prodotta da rinnovabili il prezzo sarebbe
strutturalmente più basso”, traduce Lovisolo. “Come in Spagna, appunto, dove il
costo medio è di 30 euro/megawattora rispetto ai 100/120 dell’Italia”.
Nonostante l’Ets. E con tutti i vantaggi che ne derivano quando i sommovimenti
geopolitici, come in questi giorni, mettono alle strette chi dipende dall’import
di gas.
Cancellare le quote di emissione, che sul prezzo finale dell’elettricità
incidono per il 10-20%, sarebbe insomma un palliativo che lascia irrisolto il
nodo di fondo. Italiano ma non solo, come denunciano le aziende che in vista del
Consiglio europeo hanno scritto ai leader spiegando che per un’economia “più
competitiva e resiliente” un Ets robusto è fondamentale e occorre invece ridurre
la dipendenza dai combustibili fossili importati e valorizzare l’energia pulita.
MELONI USCIRÀ SCONFITTA: NIENTE STOP
Una revisione del sistema Ets è già prevista dalle norme in vigore: la
Commissione dovrà presentare entro luglio una proposta di aggiornamento, anche
in vista dell’introduzione del nuovo Ets 2 per l’edilizia e i trasporti prevista
per il 2028. Gran parte degli Stati membri concorda sulla necessità di un
tagliando, che potrebbe riguardare il tasso annuale di riduzione delle quote
disponibili sul mercato (più si abbassa il tetto massimo più i prezzi salgono) e
il ritmo di riduzione delle quote gratuite, visto che la lobby dell’industria
chimica sta spingendo per un ulteriore rinvio. Ma un consenso unanime sulla
proposta di sospensione arrivata dall’Italia è fuori discussione: solo
Repubblica ceca, Slovenia e Polonia la appoggiano. “Possiamo miglioralo, ma
bolirlo sarebbe un errore enorme”, ha chiuso la vicepresidente della Commissione
Teresa Ribera. “Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas
in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno
dell’Ets”, ha confermato Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Europarlamento,
anche se “dobbiamo modernizzarlo”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che
era sembrato incolpare i costi del carbonio per la deindustrializzazione
europea, dopo il vertice Ue informale di Alden Biesen ha precisato di “non
condividere le critiche” perché l’Ets “ha garantito che in Europa disponiamo di
uno strumento efficace che consente la crescita senza ulteriori emissioni di
Co2”. Emissioni che “sono diminuite di quasi il 40% mentre l’industria è
cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema”. A riprova che il costo
del carbonio non la sta affossando.
L'articolo Meloni approfitta della guerra in Iran per chiedere all’Ue lo stop
del sistema delle quote di emissione. Che però non c’entra con l’aumento dei
costi dell’energia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rallenta ma non si ferma l’aumento dei prezzi dei carburanti alla pompa. Se
lunedì il petrolio ha chiuso in brusco calo (il Brent questa mattina quotato
sotto i 90 dollari) dopo le parole del presidente Usa Trump sulla “guerra quasi
finita”, sulle quotazioni dei prodotti raffinati sono proseguiti i rincari.
Rincari che, stando alle rilevazioni di Staffetta Quotidiana, si riversano
questa mattina sui prezzi consigliati dei maggiori marchi e che da domani
vedremo sui prezzi medi praticati alla pompa. Mentre si attende di capire se il
governo convocherà per il pomeriggio un consiglio dei ministri con misure di
emergenza, Federconsumatori chiede “interventi immediati per evitare nuove
speculazioni: subito un taglio delle accise di 20 cent, scorporando, di pari
passo, le accise dall’applicazione dell’Iva. In questo modo i cittadini
risparmierebbero mediamente 236 euro annui, in termini diretti, per il pieno di
carburante e 213 euro annui in termini indiretti, per effetto dell’impatto dei
costi dei carburanti sul prezzo dei beni di largo consumo, trasportati per oltre
l’86% su gomma”.
Stando alla consueta rilevazione di Staffetta Quotidiana, Eni ha aumentato di
due centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di tre quelli del
gasolio. Per Ip viene registrato un rialzo di sei centesimi sulla benzina e
dodici sul gasolio. Queste le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori
all’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del made in Italy ed
elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 20mila
impianti: benzina self service a 1,783 euro al litro (+1 millesimo, compagnie
1,787, pompe bianche 1,776), diesel self service a 1,970 euro al litro (+5,
compagnie 1,971, pompe bianche 1,968). Benzina servito a 1,919 euro/litro (+2,
compagnie 1,958, pompe bianche 1,846), diesel servito a 2,097 euro/litro (+6,
compagnie 2,130, pompe bianche 2,036). Gpl servito a 0,702 euro/litro
(invariato, compagnie 0,713, pompe bianche 0,691), metano servito a 1,477
euro/kg (+2, compagnie 1,481, pompe bianche 1,474), Gnl 1,232 euro/kg
(invariato, compagnie 1,237 euro/kg, pompe bianche 1,228 euro/kg).
Sulle autostrade benzina self service 1,869 euro/litro (servito 2,125), gasolio
self service 2,024 euro/litro (servito 2,282), Gpl 0,835 euro/litro, metano
1,526 euro/kg, Gnl 1,310 euro/kg.
L'articolo Nuovi aumenti dei prezzi dei carburanti nonostante il calo del
petrolio: diesel sopra i 2 euro al litro proviene da Il Fatto Quotidiano.
La nuova crisi in Medio Oriente e l’escalation militare che sta coinvolgendo
l’area cominciano a produrre effetti immediati anche sui mercati energetici
europei. In Italia il governo corre ai ripari: su indicazione del ministero
dell’Economia e del ministero delle Imprese e del Made in Italy sono stati
rafforzati i controlli della Guardia di finanza sull’intera filiera distributiva
dei carburanti, dalla produzione fino ai distributori. L’obiettivo è duplice:
verificare la trasparenza dei prezzi alla pompa e monitorare l’andamento dei
valori di mercato dei prodotti energetici per individuare eventuali fenomeni
speculativi o accordi anticoncorrenziali.
L’intensificazione dei controlli arriva dopo i rialzi ingiustificati registrati
negli ultimi giorni, in parallelo con l’aumento delle quotazioni internazionali
dei prodotti raffinati, che hanno reagito alle tensioni geopolitiche e al timore
di possibili ripercussioni sulle rotte energetiche globali e con la chiusura
dello Stretto di Hormuz dove il traffico delle petroliere è crollato del 90%.
A rafforzare l’allarme è arrivato anche l’annuncio del ministro dell’Energia del
Qatar, Saad al-Kaabi, secondo cui l’escalation del conflitto tra Stati Uniti,
Israele e Iran potrebbe avere conseguenze pesanti sull’equilibrio energetico
mondiale. Doha ha avvertito che, se la guerra dovesse proseguire, i Paesi del
Golfo potrebbero essere costretti a interrompere le esportazioni energetiche nel
giro di poche settimane, con un possibile shock globale dei prezzi e conseguenze
particolarmente rilevanti per Europa e Italia.
In questo contesto di forte volatilità internazionale, secondo i dati diffusi
dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy nelle ultime quattro giornate –
rispetto alla chiusura di venerdì 27 febbraio – le quotazioni internazionali dei
prodotti raffinati sono salite di circa 10 centesimi al litro per la benzina e
di 26 centesimi per il gasolio. Alla pompa gli aumenti si sono riflessi quasi
immediatamente: al 6 marzo 2026 il prezzo medio nazionale in modalità self si
attesta a 1,76 euro al litro per la benzina e 1,91 euro per il gasolio, con un
incremento rispettivamente di 9,2 centesimi e 18,9 centesimi rispetto a una
settimana prima.
Un adeguamento rapido che ha spinto il governo a rafforzare il monitoraggio. Il
ministro delle Imprese Adolfo Urso ha precisato che, al momento, non risultano
fenomeni speculativi diffusi sulla rete dei distributori, sebbene una ventina di
casi segnalati dal Garante per la sorveglianza dei prezzi siano ora al vaglio
della Guardia di finanza. L’attenzione degli investigatori economico-finanziari,
ha spiegato il ministro, si sta concentrando soprattutto sui passaggi a monte
della filiera, dove si formano i prezzi all’ingrosso.
Secondo il Mimit, gli aumenti dei listini consigliati dalle principali compagnie
petrolifere sono stati immediati e sensibili, pur in assenza – almeno per ora –
di una reale carenza di prodotto raffinato sul mercato. Parallelamente, le
autorità temono che le forti oscillazioni dei prezzi possano alimentare anche
circuiti illegali di approvvigionamento. Per questo la Guardia di finanza
intensificherà il controllo economico del territorio, con verifiche mirate a
individuare eventuali fenomeni di evasione fiscale, frodi o traffici irregolari
di carburante. L’attenzione resta alta anche sul fronte del carrello della
spesa. Le commissioni di allerta rapida sui prezzi convocate dal ministero
stanno monitorando l’impatto del conflitto in Iran e nel Medio Oriente sui costi
energetici e, a cascata, sui beni di consumo.
Finora le segnalazioni di possibili anomalie sono state alcune decine, relative
a distributori che applicavano prezzi self significativamente superiori alle
medie regionali o ai valori della rete autostradale. Il timore del governo è che
l’instabilità geopolitica possa innescare un effetto domino: prima sui mercati
energetici, poi sui prezzi dei carburanti e infine sull’inflazione. Da qui la
decisione di rafforzare la vigilanza su tutta la filiera, nel tentativo di
evitare che le tensioni internazionali si trasformino in un nuovo shock per
famiglie e imprese.
L'articolo Prezzo della benzina sotto osservazione: rafforzati i controlli della
Guardia di finanza lungo tutta la filiera proviene da Il Fatto Quotidiano.