N el libro La chiamata (2025), scritto da Leila Guerriero, la parola cuerpo
compare 27 volte, la parola dolor 22, la parola tortura con i suoi derivati 124.
Questa è una delle liste che ho tirato giù dopo aver fatto esperienza di un
testo, quello di La chiamata, dove ricorrono annotazioni, elenchi, stralci
diaristici, scelte espressive che sembrano funzionare come zattere: Guerriero le
usa per fare un tratto del fiume e abbandonarle, per poi riprenderle quando le
occorrono, dando a chi legge la sensazione di partecipare a un movimento veloce
come la sua scrittura, come la storia della protagonista. Un’altra lista che ho
appuntato riguarda le ripetizioni: intere frasi che ritornano; ritornano per
consegnare qualcosa in più, di solito un dubbio. Lungo le pagine ho segnato
cambiamenti nella linea del tempo, quando il presente della protagonista irrompe
nel tracciato della storia.
La chiamata, pubblicato in Italia da Edizioni Sur con la traduzione di Maria
Nicola, racconta la storia complessa di Silvia Labayru, sequestrata e torturata
durante la dittatura di Videla in Argentina, e poi rimessa in libertà. Il libro
non ha smesso di interrogare il discorso pubblico sulla storia che racconta, ma
non ha smesso di interrogarci anche su come quella storia è stata raccontata.
Così ho cercato Leila Guerriero per invitarla a una conversazione insolita
rispetto a un libro che impone un contenuto imprescindibile in qualsiasi
confronto: le ho chiesto, invece, di parlare della forma e dell’estetica in La
chiamata.
> Il libro non ha smesso di interrogare il discorso pubblico sulla storia che
> racconta, ma non ha smesso di interrogarci anche su come quella storia è stata
> raccontata.
“La frontera está clara”, dice Guerriero. “Tutto quello che racconto è qualcosa
che ho chiesto, che ho scoperto, che ho investigato, e ciò che non sono riuscita
a ottenere, lo dico, non sono riuscita a ottenerlo”. Per la scrittrice e
giornalista argentina il libro è un’opera che si iscrive nel genere non-fiction.
Qui non vorrei parlare, e non lo farò, della necessità nel mercato editoriale di
denominare un genere – non-fiction ‒ e chiuderlo nel recinto di un campionato
separato, come fossero le paralimpiadi della letteratura; trovo, invece,
interessante guardare al processo di scrittura e alle scelte estetiche compiute
da Guerriero attraverso gli occhi di Annie Ernaux che in La scrittura come un
coltello (2024) scrive: “Nel momento stesso in cui ho rifiutato la finzione si è
rivelato un nuovo orizzonte, e mi si sono aperte davanti tutte le possibilità
formali”.
“Appena ho cominciato a scrivere, ho capito che la storia doveva essere in prima
persona”, dice Guerriero in collegamento da Buenos Aires. “Il libro contiene
molte riflessioni sulla relazione che si è creata con Silvia e che non ha mai
smesso di essere una relazione tra giornalista e persona intervistata. Volevo
mettere in evidenza i miei dubbi e le mie domande, così come le contraddizioni e
gli atteggiamenti che lei manifestava nei miei confronti e che riflettevano un
comportamento che trascendeva quello che aveva con me”. Ascoltiamo la sua prima
persona: “Desidero vedere quell’uomo, fare un atto di contemplazione. Senza di
lui, senza quello che disse in quella telefonata, lei non sarebbe qui. O invece
sì? O fu merito della sua astuzia? O della sua bellezza? O fu la famiglia di
militari a contare? O fu che a quelli, semplicemente, girò di fare così?
L’arbitrarietà garantisce il terrore perfetto: infinito.”
Se il punto di vista presuppone un soggetto che osserva e una posizione da cui
osservare, in Leila Guerriero è la relazione, insieme al sistema percettivo che
questa attiva in chi scrive, a costituire il contesto in cui si compie la sua
indagine e trova genesi la sua opera. Una relazione che chiama un “io” a
dettare, come scrive Joan Didion a proposito della grammatica di Hemingway, “un
certo modo di guardare il mondo, un modo di guardarlo senza farne parte, un modo
di attraversarlo senza attaccarcisi”. Potrebbe valere anche per Guerriero quanto
dice Hilton Als sulla narrativa non-fiction di Joan Didion: “Il carattere
notevole della sua opera nasce in parte dal suo rifiuto di far finta di non
esistere”. Tale rifiuto ha messo ancor più a fuoco la soggettività di Guerriero
in un episodio che lei racconta durante la nostra conversazione:
Un giorno arrivai a casa sua e mi sentii molto a disagio per qualcosa che mi
disse. Qualcuno le aveva detto che io ero una giornalista capace di far apparire
un intervistato ‒ uso un termine molto spagnolo, gilipollas ‒ come uno stupido,
un idiota e allora le chiesi quale esempio potesse fornirmi, e non seppe
rispondermi, e la conversazione prese un’altra direzione. Questo atteggiamento
di far ricadere su un altro un sospetto senza avere alcuna fonte che potesse
menzionare era molto curioso, perché lei era stata una donna segnata dal
sospetto per tutta la vita. Vederla riprodurre questo atteggiamento con me mi
sembrava molto sorprendente. Per questo decisi di esplicitare l’uso della prima
persona.
Nella nostra conversazione che avviene in spagnolo Guerriero usa l’aggettivo
llamativo, qui tradotto con sorprendente. La llamata è il titolo originale del
libro. Potremmo definire “il richiamo dello stupore” quella parte dell’indagine
che trova nella relazione tra la scrittrice e la donna intervistata l’evidenza
di un’intuizione sulla forma.
> Se il punto di vista presuppone un soggetto che osserva e una posizione da cui
> osservare, in Leila Guerriero è la relazione, insieme al sistema percettivo
> che questa attiva in chi scrive, a costituire il contesto in cui si compie la
> sua indagine e trova genesi la sua opera.
In alcuni passaggi del libro, come quello che segue, la forma che assume il
parlato della donna intervistata sembra suggerire e validare la forma
discontinua del testo letterario: “L’eloquio inalterabile con cui parla della
militanza e della prigionia si disgrega, diventa frammentario, esitante, una
frase cerca la successiva senza trovare appigli”.
Da qui in poi è come se la voce letteraria di Guerriero, nel raccontare la
storia, riproducesse un suono e un modo di parlare. La voce di Silvia Labayru ha
definito la sua voce come scrittrice?
Chi scrive cerca sempre una voce propria, un modo di eseguire uno spartito” ‒
risponde Guerriero ‒ “Ma, naturalmente, non tutte le storie possono essere
raccontate con la stessa tonalità. La chiamata è un libro che non definirei
drammatico né tragico, ma per la storia che portava ha richiesto una voce più
contenuta. In spagnolo abbiamo una parola che è somera. Una voce somera
significa ben equilibrata, prudente, che non enfatizzi la tragedia.
Una voce che nei dialoghi cerca di riprodurre il modo di parlare delle diverse
persone intervistate: “Silvia non parla come Alberto Lennie, e Alberto Lennie
non parla come Hugo Dvoskin, né come Lydia Vieyra. Mi interessa molto lavorare
sull’oralità. E questo fa anche parte della ‘musica’ del libro: la forma del
parlato della gente entra nel testo e suona insieme alla voce propria del
libro”. Qui Guerriero tratta “le singole unità” – così lei le definisce ‒ e come
queste si intonano nella lingua della sua prima persona secondo un processo
molto vicino a quello descritto da Annie Ernaux: “Tutte le parole, soprattutto
quando sono la trascrizione di discorsi reali, sono cariche di significato,
‘raccolgono’ il colore di una scena, il suo dolore, la sua stranezza o violenza
sociale. […] Ma queste espressioni del parlato si integrano in una lingua
narrativa più classica, in un altro registro, non familiare […], una sorta di
unione tra l’intellegibile e il sensibile, il pensiero e il corpo”. E il corpo
della scrittura di La chiamata, più che il suono della voce di Silvia Labayru,
mostra la forma della sua oralità. Come nel caso delle serie.
> […] in alcune aree il suo racconto diventa un sillogismo nel quale le stesse
> premesse conducono sempre alle stesse conclusioni. Serie, raggruppamenti
> tematici che si ripetono per molti incontri.
> La serie “torture”, per esempio, ruota intorno a questi punti: alla tortura si
> resiste parlando, il corpo ti si inarca completamente […].
> La serie “i miei genitori”, per esempio, ruota intorno a questi punti: mio
> padre era molto infedele […].
> La serie “Monteneros”, per esempio, ruota intorno a questi punti: perché non
> me ne sono andata […].
Attraverso queste scelte Guerriero sembra scrivere il testo in modo dichiarato
sotto gli occhi del lettore che si sente parte del processo, un processo
percepito come molto reale. Dice Guerriero:
È qualcosa di molto più istintivo. Queste annotazioni attirano l’attenzione del
lettore. È come se improvvisamente la voce narrativa si trasformasse in una voce
più sussurrante che sta raccontando al lettore una sorta di segreto che solo
quella voce può vedere dal suo punto di osservazione. Oltre a andare alla ESMA
[Escuela de Mecánica de la Armada], oltre a andare al bar, oltre a uscire a
cena, dietro tutto questo, vedo anche questi comportamenti più sottili, queste
cose non così evidenti che mi interessa condividere con te, lettore. Come una
voce segreta che ti mostra il lato nascosto della trama.
Le ripetizioni sono una musica costante, andante, del testo e in un’indagine
giornalistica – così la definisce Guerriero – ci si aspetta che abbiano una
funzione di svelamento, come di indizi che debbano portare a risolvere un caso:
“a me dice le stesse cose, ed esattamente nello stesso modo in cui le ha dette a
pubblici ministeri, avvocati e giudici. Quasi sempre preferisco – questa è la
parola – vedere le ripetizioni con parole identiche come frutto della
dimenticanza […] e al tempo stesso come una rassicurazione”. L’effetto delle
ripetizioni in chi legge è un attaccamento al testo, una dipendenza dalla
lettura che getta uno sguardo sul racconto come di una voce ossessiva nell’“io”
narrante: “Il pensiero di Silvia è un pensiero ruminante che andava
rappresentato nel testo, dimostrato. Lei si concentra su un tema e non smette di
parlarne per mesi, ci riflette continuamente. Ho dovuto mettere in scena il suo
pensiero ossessivo”.
Più avanti, le ripetizioni fanno compiere alla scrittura di Guerriero un altro
passo:
> Nel corso dell’anno e sette mesi in cui busso alla sua porta, so che non di
> rado la sentirò raccontare le stesse cose. Ma so anche che in mezzo a questa
> alluvione immutabile, a un certo punto una spirale genuina ascende, una
> colonna di luce, e allora lei diventa torrenziale e mi parla di un mastino
> napoletano che avrebbe potuto ucciderla, di quelle mattine in cui portava Vera
> a scuola con il finestrino abbassato e “Angie” a tutto volume nello stereo di
> una BMW verde mela, del suo terrore che quello che sta vivendo si esaurisca
> troppo in fretta, ora che finalmente è cominciato.
Nella “colonna di luce” di Leila Guerriero risplende lo “scintillio” di cui
parla Joan Didion: “Perché le raffinerie di petrolio intorno allo stretto di
Carquinez mi apparivano sinistre nell’estate del 1956? Perché le luci notturne
del Bevatron sono rimaste accese nella mia mente per vent’anni? Che cosa accade
in quelle immagini nella mia mente? […] Io non sono schizofrenica, né prendo
allucinogeni, ma alcune immagini per me scintillano. Basta guardare bene, e non
puoi perderti lo scintillio. Cercare di individuare la grammatica dell’immagine.
[…] La grammatica è un pianoforte che suono a orecchio”. Didion trattiene nella
sua mente immagini prese dal mondo e cerca di individuarne la grammatica; in
Guerriero l’“accensione” è invertita: la giornalista intervista una donna che
non vede vivere (scrive, infatti: “C’è qualcosa di strano in questo immobilismo:
lei racconta, seduta su una sedia, un mondo ad altissima velocità”) e nel flusso
ripetitivo del “relato” lei, giornalista, fa accadere la rottura della luce da
cui ricavare un’immagine del mondo della donna. Guerriero sembra individuare il
“rumore” in un’immagine, quella variazione della luminosità e delle informazioni
nel discorso di Silvia Labayru, per farlo suonare nella voce somera del suo “io”
narrante.
L’incedere delle colonne di luce, del rumore di un mondo ad altissima velocità,
plasma una storia con un montaggio senza capitoli dove la linea narrativa avanza
e retrocede, seguendo il processo di ricomposizione tipico della memoria. Il
montaggio è stato suggerito dalla maniera con cui la donna si è raccontata o
dalla forma in cui il materiale si è organizzato nella mente di Guerriero?
In modo quasi inconscio, avevo chiaro che questa non sarebbe stata una storia
lineare, cronologicamente parlando. Il tempo presente di Silvia, che è molto
ricco e interessante, doveva entrare e si inserisce continuamente nel racconto.
Per me la cosa fondamentale era avere l’inizio del libro. A partire da quello, è
come se il testo stesso mi indicasse il passo successivo: ok, ora hai messo la
scena sulla terrazza con quegli amici che ancora non conosciamo; adesso è logico
raccontarci chi sono quegli amici. Poi, pian piano, bisogna avvicinarsi a questa
donna. Ora che ci siamo concentrati su questa donna, bisogna iniziare a
raccontare qualcosa di più ampio: offrire uno sguardo più panoramico, più
globale sulla situazione dell’Argentina in quel momento. E successivamente far
sì che tale situazione generale si connetta con la storia di questa donna. Così,
la struttura si va costruendo pagina dopo pagina, blocco dopo blocco, passo dopo
passo. Quando sento che il racconto sta prendendo un registro più storico,
penso: bene, ora devo interrompere con qualcosa di più dinamico, di più vivo,
perché altrimenti la tensione narrativa cala.
Comincia così La chiamata:
> Comincia con un canto in latino, su una terrazza.
> C’è vento a Buenos Aires la sera del 27 novembre 2022. La terrazza è il tetto
> di un edificio a due piani che conserva una salda coscienza della sua bellezza
> con l’orgoglio delle costruzioni d’altri tempi. Ci si arriva percorrendo un
> lungo passaggio coperto da lastre di vetro annerite dalla fuliggine – un
> dettaglio umanizzante, un difetto necessario – e salendo una scala,
> un’ascensione virtuosa di marmo bianco. Incastonata al centro dell’isolato
> cittadino, la terrazza sembra una zattera circondata da grandi onde di edifici
> più alti. Tutto appare armoniosamente prosciugato da un design ascetico (non
> c’è da stupirsene: due delle persone che vivono in questa casa sono
> architette): canne di bambù, rampicanti, lunghe panche, sedie pieghevoli di
> tela, un divano da esterni con cuscini bianchi. Il tavolo, di legno grezzo, è
> stato allestito sotto un tendone agitato da quella che prima era una brezza e
> ora è un vento fresco che disperde il caldo ingovernabile di questa tarda
> primavera australe. Sulla griglia arrostiscono a fuoco lento salsicce, pollo,
> un filetto di manzo. Ogni tanto il padrone di casa, il fotografo Dani Yako, va
> a controllare il procedere della cottura.
Con questo arranque si è tentati dal procedere con la stessa analisi del testo
eseguita da Joan Didion sull’incipit di Addio alle armi di Hemingway; la
scrittrice americana conta le sillabe e le virgole di ogni frase per arrivare a
dire: “La particolarità dell’essere uno scrittore è che qualsiasi iniziativa
implica l’umiliazione mortale di vedere le proprie parole stampate”, una
sensazione precisa che Guerriero ha ben presente quando durante la nostra
conversazione dice: “Ogni parola conta. Lavoro nella scrittura per arrivare a
quel momento in cui una parola non può essere intercambiabile con un’altra. La
scrittura è la pulsione della scrittura, il gusto della scrittura; il desiderio
del testo è messo anche nell’estetica, nella scelta di ogni parola”.
> L’incedere delle colonne di luce, del rumore di un mondo ad altissima
> velocità, plasma una storia con un montaggio senza capitoli dove la linea
> narrativa avanza e retrocede, seguendo il processo di ricomposizione tipico
> della memoria.
Nel libro Guerriero sembra mostrare le parole come oggetti in modo che il
lettore possa vederle e toccarle. Sembra prenderle fisicamente dal racconto di
Labayru per consegnarle a chi legge in un’esperienza tattile: “Usai una parola
che lei aveva usato poco: dolore. È una parola difficile nel suo caso: può
funzionare come un laccio emostatico e interrompere il flusso, perché tutto
quello che rimanda a emozioni forti la fa ritrarre”.
Nella scrittura di La chiamata non avviene la sublimazione di cui parla Ernaux
quando dice: “Tutta la sfida consiste nel trovare le parole e le frasi più
giuste, quelle che faranno esistere le cose, che faranno ‘vedere’ dimenticandosi
delle parole stesse”. Le parole di Leila Guerriero sono pomelli di acciaio che
si riscaldano a contatto con il corpo del lettore, il quale può girarli e
accedere così ad altre parti della storia. Una meccanica che evoca la
“serratura” raccontata da Anne Carson in Antropologia dell’acqua (2010): “Ho
sentito che gli antropologi apprezzano i momenti in cui una parola o una parte
del linguaggio si apre come una serratura in un’altra persona, un intero mondo
estraneo ruggisce in una frase casuale. Ricordi Proust così spaventato quando
Albertine butta lì ‘finisce col rompere il suo vaso’. O senti un berlinese dire
‘città di squatter’ – e all’improvviso vedi tramonto, inverno, amanti che
cuociono uova in una sudicia cucina con le finestre che si appannano, il fiume
che vicino scorre gelido, gattini che fanno ‘click clack’ sulla neve”. Una
serratura si trova in questo passaggio di La chiamata:
> Fa una pausa. La vedo come se fosse trasparente: la tentazione, subito
> repressa, di rendermi depositaria di tutto quello che serba dentro di sé è
> ancora vivo.
> “E la cena c’è stata. E lì ho avuto una specie di insight: io quella cosa non
> l’avrei mai fatta”.
> È una cosa che succede da poco: l’uso di parole come insight – intuizione,
> rivelazione – o di espressioni come è uno spazio molto connotato, proveniente
> dalla psicoanalisi”.
Guerriero spiega il suo uso delle parole: “Quando arriva per la prima volta nel
libro, qualsiasi parola, che si tratti di tortura, violenza, sangue, mi assicuro
che sia il momento giusto, che quella parola non si perda in un fiume di parole
e passi inosservata”. Nella nostra conversazione Guerriero dice desapercibida –
qui tradotto con inosservata ‒, parola che fa risuonare la desaparecida della
storia. Anche nell’eloquio la scrittrice argentina cerca sempre di tracciare un
campo sonoro e semantico coerente seppur poggiato, come vedremo, su un terreno
instabile, minato costantemente dal dubbio. “Lavoro affinché questo accada”,
continua: “Che la parola sia scolpita. Per farlo, devi preparare il testo: non
puoi gettare la parola nel testo in qualsiasi momento”.
> Nel libro Guerriero sembra mostrare le parole come oggetti in modo che il
> lettore possa vederle e toccarle. Sembra prenderle fisicamente dal racconto di
> Labayru per consegnarle a chi legge in un’esperienza tattile.
Il lavoro di preparazione del testo è il lavoro di preparazione di un corpo. Il
corpo della storia e il corpo di chi scrive la storia: “La scrittura è un lavoro
che richiede molta testa, ma anche tanto fisico”, dice. “Bisogna mettere tanto
corpo. Scrivo con il corpo, nel senso più obrero [operaio] della parola, della
macchina che lavora”. Ora Guerriero – siamo in una videochiamata ‒ passa a
toccare il proprio corpo con le mani:
Ho passato venti giorni a riabilitare tutta questa mano fino alla spalla, perché
si è danneggiata scrivendo. Scrivo ciò che percepisco con il corpo, con questi
cinquanta chili, non esiste un altro registro. Non è una attitudine poetica,
scrivere con il corpo. Sono molto consapevole di avere un corpo che scrive, che
solleva il telefono per chiedere un’intervista, che va a fare il reportage, che
si stanca, che ha fame. Il corpo c’è e io lo curo; esco a correre tutti i
giorni, pensando anche alla scrittura.
La consapevolezza del corpo rende questa autrice sensibile alla questione del
piacere – non solo il piacere che il lettore trova nel fare esperienza della sua
scrittura, ma il piacere sessuale di Silvia Labayru: non solo non poteva essere
trascurato nel racconto ma, come esperienza corporea fondamentale, è molto
presente nel tempo della storia. Non era, però, scontato il modo in cui dire di
questo piacere, considerate la giovane età della donna durante il sequestro e le
violenze sessuali subite. Ecco, allora una serratura inaspettata nel mezzo del
testo: il Satisfyer.
> Arrivata a casa, apro la cartella dove raccolgo il materiale su di lei e mi
> segno un appunto: “Cercare Satisfyer”. Tempo dopo ritrovo la conversazione in
> cui mi ha parlato dell’argomento: “Alla ESMA ci masturbavamo perfino con le
> manette ai polsi. Riesci a escogitare le tecniche più inimmaginabili. Con
> Lydia ci siamo dette: “Pensa se avessimo avuto il Satisfyer lì dentro”.
> Adesso, tra loro, il Satisfyer lo chiamano Spotify perché nessuno capisca di
> cosa stanno parlando. Si tratta di uno stimolatore del clitoride che è stato,
> o è, tra gli articoli più venduti su Amazon.
“Per Silvia e Lydia il sesso è sempre stato ed è ancora molto importante”, dice
Guerriero. “La pulsione sessuale fa parte della loro potenza vitale. Quando si
misero a parlare del Satisfyer, Silvia non voleva che io perdessi di vista
questo aspetto: essere così giovane nella piena esplosione ormonale, disperata e
affamata di vita è stata parte anche della sua forza per sopravvivere, per
uscire da quella situazione”. Qui interviene l’accesso a un altro livello del
testo, che nella prospettiva della scrittura, della ricerca della forma e dei
suoi esiti porta a capire come si decostruisce il racconto della vittima:
> Silvia aveva con me un umorismo nero che ho visto in azione quando si
> incontrava, ad esempio, con Lydia. Alcune persone che hanno vissuto esperienze
> traumatiche usano l’umorismo nero nell’intimità, ma non è il modo in cui
> quelle storie si riflettono nella conversazione pubblica, negli articoli, nei
> libri che vengono scritti. Per me era molto importante rendere conto di
> questo, che potevano ridere tra loro e dire: “Immagina se alla ESMA avessimo
> avuto un Satisfyer” oppure “Ti ricordi quando ci masturbavamo con le mani
> ammanettate”. L’umorismo in un racconto sull’esperienza più oscura e orribile
> della propria vita, come lampo vitale in aiuto a uscire da quella situazione,
> è una parte che non viene mai raccontata; per questo La chiamata è anche un
> libro molto rischioso. Sembra che il ritratto della vittima debba sempre
> essere quello di una persona che è stata sequestrata e ha vissuto nel pieno
> dell’orrore, e che continua a vivere nell’orrore nonostante sia libera. E
> questo non era quello che succedeva né con Silvia, né con Lydia, né con Marta
> Álvarez.
La chiamata è nelle parole della sua autrice una “investigación periodística”,
un’indagine giornalistica, dove Guerriero non prende per mano il lettore per
spiegargli come va il mondo; al contrario, crea per lui un terreno instabile
allenandolo all’esercizio del dubbio: “Non devo offrire al lettore delle
conclusioni. L’idea del libro non era raccontare una volta per tutte la vera
storia di Silvia Labayru. È una storia in cui non ci sono conclusioni; c’è gente
che sospetta, gente che non le crede”. Qui Guerriero sembra, come scrive Ernaux,
“demistificare il concetto di libro come opera chiusa”. Un’apertura che è
possibile raggiungere quando il racconto della storia di Silvia Labayru non ha
come fine la ricerca di una verità. Guerriero lo spiega bene: “Tempo fa, un
lettore che rispetto molto, mi ha detto: ‘Quando si finisce il libro, ci si
rende conto che Labayru, anche se ha mentito, non ha mentito’. E mi sembra una
grande frase. Anche se avesse distorto un po’ la storia per metterla più a suo
favore, non ha mentito. Perché in una situazione così non c’è una vera scelta,
si fa quel che si può”.
> Il lavoro di preparazione del testo è il lavoro di preparazione di un corpo.
> Il corpo della storia e il corpo di chi scrive la storia.
Alla domanda cosa le rimane alla fine di questa esperienza di scrittura,
Guerriero risponde: “Non saprei. Nonostante sia un libro molto ambizioso che ha
avuto una visibilità enorme, non credo sia stata un’esperienza diversa rispetto
agli altri libri”. Le rimangono millenovecento pagine di interviste trascritte,
e cinquanta chili di corpo. Le rimane – ancora – la pulsione della scrittura.
Una risposta, però, io l’ho trovata, tra le pagine di La chiamata, incisa in una
parentesi che è come lo scintillio di Didion, il coltello di Ernaux, la
serratura di Carson:
> (pensavo a questo alla fine di certe interviste: a ciò che rimaneva sparso a
> terra dopo che avevamo scosso i ricordi come si agita una coperta al sole).
L'articolo La scrittura obrera di Leila Guerriero proviene da Il Tascabile.
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U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo
un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti
circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime
dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno
cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i
nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la
possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa
è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa,
si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle
comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino
a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni
potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come
una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal
proprio antenato selvatico.
La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di
una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere
umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è
stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa,
quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una
sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare
radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei
suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per
recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero
aiutarci a prevedere un possibile futuro.
La domesticazione: percorsi e nicchie
Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della
domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate
sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio
ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica
caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione
sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi
quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi
ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di
bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire
dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno
oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le
distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o
addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato
dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come
dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle
relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra
esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione
nei contesti delle prime società agricole”.
> Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le
> diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle
> società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione
> diretta.
Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei
rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire
traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati
differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un
esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a
circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan
settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti,
briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è
pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno
studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi,
intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche.
La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e
che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra
le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della
domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda
Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali
comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere
umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla
domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo
ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che
ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione
unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però,
che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello
della preda e la gestione diretta.
Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra
le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che
forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di
individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi
di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da
parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente
dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami
sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A
questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo.
Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la
maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente
cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando
le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di
caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria
gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se
gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee.
Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri
umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per
ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che
sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che
richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e
per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in
quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche
comportamentali ritenute prerequisiti essenziali.
I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus
scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della
preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero
tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi
così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate
indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina.
> Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo,
> poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante
> domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua
> diversità culturale.
Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali
della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in
questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco
vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e
animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in
cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero
trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di
loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella
domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi,
influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero
interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie
evolutive.
Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre
stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto
dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in
atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente
umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un
sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa
accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle
specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la
domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato
l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno
successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”.
Da selvatico a domestico
Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra
mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri
umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente
aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del
1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a
spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati
dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna
Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni
felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond
rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si
assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è
un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche
biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta
flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in
cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una
struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet
Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi
(2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista
di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata
inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la
capacità di riprodursi liberamente.
> Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e
> comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni
> nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o
> arrotolate e orecchie pendenti.
Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il
paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal
Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche
autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli
animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono
con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per
esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con
determinati animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli
di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una
scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri
umani e altre specie.
Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del
mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro –
condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali,
noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella
sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di
cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si
osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella
pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A
questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una
riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo,
code più corte o arrotolate e orecchie pendenti.
Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri
umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse
caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista
russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato
negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero
selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione
verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli
pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e,
successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi
successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica
per alcuni aspetti controversi.
> I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale
> per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da
> renderla diversa dal proprio antenato selvatico.
Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a
essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello
delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la
lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni
scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science,
gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che
vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da
una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali,
scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la
cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la
maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una
riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali
coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di
molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la
comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici.
Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana,
dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti
assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come
descrive Cucchi:
> Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene
> che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali
> e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi
> 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa
> selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione
> fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni
> sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più
> inclini alla violenza reattiva.
Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un
alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome
da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più
esaminate.
Avanti il prossimo!
Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le
prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo
domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione
all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile.
L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene
(2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli
esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e
accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione
dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni
presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe.
> C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un
> candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e
> relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli.
O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla
realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di
polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di
completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare
allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia.
Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più
adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei
tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la
domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato
in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la
sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista
della sostenibilità.
Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più
recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi
recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle
specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino
alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le
carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state
effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata
modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica
coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi
scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca.
Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022,
sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra
comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed
evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai
rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa
dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della
selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato
evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze
culturali più che a vantaggi funzionali.
Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della
spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci
avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli
spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si
impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre.
L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
L ontano da ogni retorica afferente al tragico e dell’artista come figura
maledetta, Giorgio Falco non evade in ogni caso mai la complessità dell’essere
artista e della messa in opera di quello che viene definito un atto creativo. Da
sempre disallineato da ciò che viene chiamato il mainstream della narrativa
italiana contemporanea ‒ che giunge ormai perennemente da oltre un ventennio
come un oggetto non solo di minoranza, ma anche minoritario nell’ambizione
quanto nella felicità performativa ‒, Giorgio Falco trasforma prima ancora che
la lingua, il testo, e nello specifico la forma romanzesca, in un impasto che
possa generare sì storie, ma come una macchina mentale che sia fortemente
protetta da ogni attacco del mondo artificiale inteso come intelligenza,
conformismo e obbligo alla memoria quanto al futuro.
Quella di Falco è da sempre infatti una letteratura tesa tra la memoria e la
dimenticanza. Uno sguardo capace di far coesistere una ragione con la sua
assenza, perché quello che insegue l’autore fin dal suo esordio nel 2004 con
Pausa caffè (Sironi) non è la trama, la costruzione dei personaggi o la presa in
carico di una qualche epica, ma la memoria dell’assenza della vita in vita. La
crisi è per Falco un’occasione per esistere e dare forma performativamente a una
possibilità di sé ulteriore, ed è all’interno di questo movimento che si colloca
l’autore con Di ora in ora (2026). La curiosità letteraria di Falco sta tutta
negli effetti, nell’elencazione di un prima che porta inevitabilmente in una
situazione inedita, dentro alla quale poter cogliere l’ultimo spazio possibile
di senso. Si muove conscio della propria cecità che arriva con Di ora in ora
anche a perdere il controcanto usuale delle fotografie di Sabina Ragucci, che
qui lo ritrae in copertina preso di spalle (o alle spalle) in una sfocatura che
sembra voler offrire con il movimento della mano destra la cancellazione della
nuca là dove il viso è già totalmente impenetrabile.
> Quella di Falco è da sempre infatti una letteratura tesa tra la memoria e la
> dimenticanza. Uno sguardo capace di far coesistere una ragione con la sua
> assenza, perché quello che insegue l’autore non è la trama, la costruzione dei
> personaggi o la presa in carico di una qualche epica, ma la memoria
> dell’assenza della vita in vita.
Cosa resta del mondo là dove i confini tra ricordo e dimenticanza si confondono
in una forma di scioglimento degli spazi: la fabbrica priva di ruolo e la
campagna senza più agricoltura raccontano di un mondo che diviene sempre più
sconosciuto: “la strada sterrata, gli argini e le sponde di cemento del canale.
Considera l’erba matta, i papaveri, gli alberi di fico nati nelle sponde di
cemento a pochi centimetri dall’acqua inquinata”. Un mondo in disarmo e
disadorno che Giorgio Falco si trova a fissare con l’obiettivo di un fotografo
che si sta facendo scrittore: “ogni dettaglio mi allontanava dalla fotografia
ma, almeno all’inizio, avevo cercato di lottare contro questa dispersione”. Una
dispersione che è interiore quanto esteriore e che gioca tra la memoria
dell’infanzia e l’origine di una famiglia. Un sentiero stretto e tutto italiano
come europeo sul quale appare la guerra come una memoria passata, ma così
sfigurata da cogliere di sorpresa oggi nella sua versione al tempo presente, con
una ferocia e un’insensatezza che stupisce forse più del previsto.
In ogni pagina, ma direi in ogni riga di Giorgio Falco, prende corpo un’idea
profonda ed etica dell’infanzia del sé e del mondo, dentro alla quale si
sviluppa la memoria come un accadimento capace di ruotare al passato quanto al
futuro. Un fare letteratura tanto fuori moda da apparire urgente e sensato e
soprattutto alternativo a ogni pesantezza e obbligo imposto dalla memoria: “Ah
che bella la franchezza dei diari, i diari grazie ai quali evitiamo di lottare
contro le memorie: la memoria dei fatti avvenuti, la memoria presente nella
scrittura”.
Falco, camminando e pensando, lavorando e cercando (una casa e una prospettiva)
prova a darsi una possibilità che sia di salvezza, ma anche di fuga. Una fuga
che vive di per sé al di là della destinazione, perché proprio nella fuga a
contare è il punto di partenza ben più del punto di arrivo. Sapere chi non si è
non aiuta certo a sapere chi si è, ma aiuta a distinguere, a cogliere sfumature
e differenze. E forse a riconoscere una vocazione e il suo significato. Quella
di Falco è una perlustrazione attenta sulla forma dell’essere artista in una
società che nega spazi di umanità e di comprensione e che nella sua mediocrità e
nel suo strazio mette in scena però un’imprevista tenerezza, subito colta da
Falco, seppur con il disincanto di chi porta su di sé una fatica assurda e
difficilmente riconoscibile da un mondo così impegnato a far battaglia in nome
della propria presunta giustezza (come una distorsione della giustizia):
“Preparare caffè, cappuccini, l’acqua calda per il tè, tagliare fette di limone;
parlare di calcio e di vacanze con i clienti e le clienti, ma in modo
sbrigativo; non parlare di cinema, tantomeno di letteratura, e mai, mai, mai
alludere alla propria arte, sarebbe l’errore più grave”.
> Quella di Falco è una perlustrazione attenta sulla forma dell’essere artista
> in una società che nega spazi di umanità e di comprensione e che nella sua
> mediocrità e nel suo strazio mette in scena però un’imprevista tenerezza.
Stare in incognito, occultare sé stessi, vivere le estremità e mettere punti
solitamente sconnessi uno a fianco all’altro. Di ora in ora è il tentativo di
esaurimento dell’essere artista come lo fu un tempo quello di un luogo parigino,
ovvero la volontà di fermare e identificare un ruolo e un fare disconosciuto
come lo sono le ferite indotte da una società in un territorio abbandonato
quanto abitato. Una configurazione dell’esistenza che prevede la vita nella sua
stessa assenza. La letteratura di Falco vive nella ricerca di una possibile
liturgia, una ricerca ossessiva di un ordinamento più che di un ordine, di
regole forse, ma anche e prima di tutto di uno svelamento che porti oltre lo
stato attuale di un presente/assente schiacciato e ostracizzato da una memoria
che sembra accompagnare i giorni di ognuno lasciando sullo sfondo intenzioni
sempre più labili, ambizioni sempre più ridicole e portando a una perdita
traumatica di un senso concreto dell’esistente. Una posizione che vive
pienamente nella tragedia per quanto mascherata da una forma del ridicolo sempre
più in espansione. Una convivenza pericolosa che porta l’adolescenza dentro al
corpo di un’età adulta sempre più logora e forse inutile.
> È di quello che resta del popolare che si occupano le sue pagine: dei margini
> e delle ferite, degli strappi e delle solitudini.
Falco porta la quotidianità e la sua fatica dentro una letteratura capace di
restituire il senso di giorni che quasi mai vengono perlustrati dai narratori
contemporanei italiani se non insistendo sull’inutile ombelico personale, mai
per davvero intimo, mai per davvero sentimentale. L’assenza di storie è la
storia dentro cui capita di dover vivere tanto da far ipotizzare che solo per
un’errata sintonizzazione la scrittura di Falco non venga considerata popolare
perché è di quello che resta del popolare che si occupano le sue pagine: dei
margini e delle ferite, degli strappi e delle solitudini. “In un angolo non
distante dalla riva avevo visto l’imponderabile, ciò che troviamo senza volere e
nella sua fermezza ci raggiunge per insegnare qualcosa: una piantina di anguria,
nata e cresciuta in modo spontaneo dopo un picnic estivo”. Se ne coglie la luce,
l’essenza e il profumo. Tutto quello che resta più ancora di quello che si
ricorda è quello che è possibile ottenere, dall’arte come dalla vita, dalla
lotta come dall’inevitabile sconfitta che ne consegue. Un gioco alla ricerca
sempre di regole, di attimi determinanti e di quell’illusione fragilissima, ma
sempre un po’ colorata da un’ipotesi di sogno.
L'articolo Di ora in ora di Giorgio Falco proviene da Il Tascabile.
P edalo attraverso il quartiere Prati, l’unico della città in cui le strade si
intersecano con rigore geometrico, formando non ammassi informi disposti a
casaccio, ma coerenti isolati poligonali. Arrivo di fronte al ponte Matteotti e
mi inserisco nell’apertura che porta alla ripida discesa diagonale attraverso
l’argine che spalleggia il Tevere. L’ingresso è sempre un po’ incerto,
transennato come se ci fossero dei perenni lavori in corso, in un modo che non
invita a entrare chi non conosce già chiaramente quell’accesso. Tengo saldi i
freni durante la catabasi attraverso la fitta vegetazione finché non vengo
risputato fuori: ora la mia bicicletta fila lungo la ciclabile accanto all’acqua
del fiume e la città rimbomba sopra di me. Gli alti argini riecheggiano il
frastuono romano, restituendolo smorzato e ovattato. Filo tagliando la città in
due, come fa il Tevere, incidendo il suo ventre mollo e argilloso. Il cambio di
livello è netto. Sopra di me gli strati si affastellano e si schiacciano
comprimendosi uno sull’altro come lattine: cemento, strade, semafori, strisce
pedonali e poi macchine, ambulanze, portoni, scale e poi ancora appartamenti,
palazzi, ospedali, villette e case popolari. Sotto: il primo taglio, quello del
fiume che ha inciso il paesaggio dividendolo in due e trasportando a valle le
prime rocce e detriti.
Immagino l’azione cinetica dell’acqua come mito e metafora ideale della
stratificazione, che ha avviato processi di addensamento della materia secondo
velocità e modalità differenti, dando luogo all’isola Tiberina e alle dighe
fatte di ramoscelli fabbricate dalle nutrie – e di cui le risme accumulate negli
uffici della burocrazia capitolina sono solo l’ultima progenie. Mi rendo conto
che questo improvviso cambio di livello, dall’incubo della stratificazione più
incistata allo spalancarsi della destratificazione più improbabile, è una delle
peculiari caratteristiche di Roma. Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle,
si tratta della capacità di rendere sensibile la città stessa come processo di
addensamento, produzione e crivellatura dello spazio, in bilico costante tra
claustrofobia ristagnante e capitolazione contro le forze che tenta di
governare. Solo ora che la taglio e la attraverso con la bicicletta, e per il
breve tempo di questo tragitto, la città sembra avere senso. Sembra che
conoscere e mappare questo spazio eteromorfo implichi l’impossibilità di
chiamarsi fuori dal gesto tramite cui lo si attraversa, contemporaneamente
scoprendolo, inventandolo e raccontandolo.
Nel recente libro di Francesco Careri, Camminare e fermarsi (2025), che
raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore negli ultimi trent’anni a
proposito di pratiche che sperimentano con un’architettura immateriale e
relazionale, si trova un’efficace immagine della città come arcipelago. Il
concetto di arcipelago serve a Careri per spostare l’attenzione dai “pieni”
della città, come i tessuti e le strutture urbane, all’immenso “vuoto” che li
contiene. In questa prospettiva, i pieni del costruito diventano come isole di
un arcipelago il cui mare è il grande vuoto informe. Se pensiamo a questo mare
come a un continuum, in cui ai parchi e ai grandi vuoti urbani si aggiungono
tutte le terre di nessuno e tutti i margini infestati dai rovi, allora potremo
osservare come, mentre la città si sviluppa, “il vuoto continui a ramificarsi
alle varie scale, costituendo lo sfondo su cui galleggiano le strutture urbane,
che con un termine fisico possiamo chiamare clusters: ammassi informi in cui la
materia si concentra e si organizza in strutture”.
> Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di
> rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e
> crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e
> capitolazione contro le forze che tenta di governare.
Se ne guadagna una visione della forma urbana come un processo dinamico e
complesso, simile a quello della formazione delle nuvole e delle galassie, in
cui agiscono diverse forze locali spesso in contrasto tra loro che si mischiano
con l’azione pianificatrice di un’intelligenza centralizzata. Seguendo ancora
Careri, “uno dei risultati più interessanti di questo processo è la formazione
di un bordo irregolare attorno alla materia, che permette al vuoto di
inoltrarvisi. È un fenomeno che si può osservare chiaramente nelle aree
marginali, nelle zone periferiche, ancora non definitivamente strutturate, ma in
continua trasformazione”. Se il discorso può valere in generale, a Roma tutto
questo diventa ancora più evidente, data la maniera episodica e disarticolata
con cui è cresciuta la città (il più grande comune d’Europa, ma con una bassa
densità abitativa), segnata soprattutto dal boom economico degli anni Cinquanta.
Un’immagine, apparentemente distante ma molto efficace per descrivere questa
condizione, proviene da uno dei capitoli di un altro testo uscito recentemente
che tenta di affrontare la città proprio a partire di suoi interstizi: si tratta
del volume collettivo Roma. Guida alla selva (2025), e parte di una serie di
guide omonime rivolte anche ad altre città italiane. L’immagine è quella del
giardino dipinto di Villa Livia, descritta da Annalisa Metta. Per raggiungerla
occorre calarsi in un’altra discesa, questa volta all’interno della villa di
Livia Drusilla, rinvenuta a Prima Porta a metà Ottocento circa, fino ad arrivare
sotto la casa stessa. Lì, dove la temperatura è più bassa e l’umidità maggiore,
si trova una sala vuota e senza finestre, le cui pareti sono accuratamente
affrescate. Ma in quel posto così interno e claustrofobico, ciò che si trova
raffigurato è una fitta vegetazione in cui si confondono stagioni diverse e
specie sia domestiche che selvatiche, in cui le cime degli alberi sono piegate
dal vento e gli uccelli svolazzano. Si tratta di un giardino? Oppure il giardino
è la stanza e vediamo rappresentato esattamente ciò che inizia quando il
giardino finisce? Unica indicazione per orientarsi: una strana doppia recinzione
rappresentata nella parte bassa delle pareti. Al di qua della recinzione sorge
qualche albero, è questo il lato domestico? Ma basta alzare lo sguardo e tutte
le chiome si confondono, ci ritroviamo nella situazione di non saper più dire
“cosa in fondo distingua il giardino dalla selva”, eppure siamo dentro una casa,
luogo domestico per eccellenza.
Come indica Annalisa Metta, lo spettacolo non è né il giardino né la selva, ma
il loro contrasto; è “l’ambiguità, impossibile da risolversi, tra il trovarsi
dentro (nel giardino) o fuori (nella selva)”, dentro la casa ma fuori nelle
immagini. È proprio questa ambiguità a essere incarnata dalla città di Roma. Se
ogni città definisce il suo interno proiettando fuori un esterno per differenza,
qui i limiti sono vaghi, i bordi irregolari. La stratificazione dello spazio
urbano lascia continuamente intravedere le sue crepe e dai Fori Imperiali ai
peggiori centri commerciali in periferia è difficile non vedere lo stesso unico
tentativo di arredare una selva. In un bell’articolo apparso su Err, dedicato
proprio alle universalmente note buche nell’asfalto di Roma, Felice Cimatti ci
ricorda “che la possibilità del buco nel reale appare nel momento stesso in cui
si progetta di mettere in ordine il mondo”. Allora, nelle buche sull’asfalto che
perseguitano Roma, vediamo ogni volta “la fine della città, una fine che c’è
sempre stata – perché l’oggetto è da sempre ‘perduto’ –, una fine che non
finisce mai. E quindi ricomincia sempre. Una fine che non finisce, appunto, una
città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città, cioè un luogo umano
e civile”.
Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una
buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le
infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque dilagante.
Ogni strada, cantiere, autobus, metropolitana, vigile urbano è una macchina
neghentropica che si sforza di piegare i flussi per stilizzarli secondo una
precisa regola. Ma i flussi che attraversano Roma sono un ammasso instabile in
moto browniano, in cui si mischiano in un unico monstrum meteo avverso,
Vaticano, manifestazioni, derby, politica, sviluppo urbano incoerente e turismo
aggressivo, solo per nominarne alcuni. Lo sforzo e l’energia richiesti per
questo lavoro di resistenza contro il perenne rischio della fine della civiltà è
quotidianamente palpabile nell’aria, ma ciò che lo rende ancora più evidente è
uno sfondo di forme intorpidite e calcificate su cui si staglia. Non si tratta
solo dei monumenti storici e delle rovine ovunque presenti, ma di un “torvo
zuppone socioedilizio”, per riprendere le parole dell’ultimo romanzo di
Pecoraro. Uno sfondo di “statica placida silenziosa stupida stabile agiatezza”,
fatto di patrimoni piccoli e medi che si conservano senza diminuire e “che non
si vede perché non ama l’esibizione e spende con atavica prudenza”. Un unico
fenomeno meteorologico, per il quale non esistono modelli adeguati di
previsione, in cui caos e indolente inerzia si affrontano tra loro.
> Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una
> buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le
> infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque
> dilagante.
Sforzandoci di trovare degli aspetti positivi di questa meteorologia potremmo
dire che, mentre crea infiniti problemi di viabilità, resiste anche a un eccesso
di civilizzazione e in alcuni punti e momenti imprevedibili è capace di
confondere i piani che preferiremmo comprendere tramite differenze gerarchiche.
Accadeva già con Caravaggio, che notoriamente utilizzava modelli presi dalla
strada per realizzare i suoi quadri. Nella Madonna dei pellegrini, ricorda per
esempio Francesco Careri, non solo la modella utilizzata per la Madonna scalza
era una prostituta amante del pittore, ma anche i due pellegrini inginocchiati
in basso con i piedi fangosi sono un Rom e una Romì che frequentavano la casa di
Caravaggio. Lo ha reso magnificamente lo storico dell’arte Roberto Longhi quando
ha scritto che il pittore prendeva come riferimento né i migliori né i peggiori,
ma semplicemente i suoi simili “traendoli da quello stato di feriale umanità
dove si custodisce una quasi immanente autorità dei gesti e di sentimenti anche
nei passi più estremi”.
Così, in una scena come quella della Deposizione, Longhi fa emergere dallo
sfondo un gruppo composto da “gente che par quasi di conoscere: forse il
portatore che sta per Nicodemo chissà quanti l’avranno allora ravvisato per
qualche famoso incollatore di pesi, sempre all’angolo di piazza Navona”. Questa
divagazione può forse dare una sensazione più vivida di come a Roma la
civilizzazione, o addirittura il sacro, non cessa di mischiarsi con uno “stato
di feriale umanità”: non credo sia esagerato ritrovare qualcosa di simile nella
luce di mezzogiorno, calda anche a metà dicembre, che unisce ai tavolini del
Caffè Tevere studentesse e studenti dello IED, muratori e agenti immobiliari. E
la terza categoria sta lì a ricordare quel rischio sempre dietro l’angolo che
Nicodemo e l’incollatore smettano di riconoscersi a vicenda.
La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma per
fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è
camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che
attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare da
ciò che incontra. Camminando non siamo più presi nei sistemi di flusso che
gestiscono e traducono le forze in delle forme e possiamo finalmente notarli
mentre si sforzano di compattare i diagrammi instabili che da ogni parte
attraversano il tessuto urbano. Muovendosi dentro all’insondabile
iperogetto-Roma, le camminate del collettivo Stalker, raccontate nel testo di
Careri, hanno cercato di ricomprendere la città tracciando delle relazioni dal
basso e cercando di connettere ciò che era rimasto fuori dalle interfacce
maggiori, immaginando nuovi modi per descrivere e raccontare il territorio.
> La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma
> per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è
> camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che
> attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare
> da ciò che incontra.
Esemplificativo della complessità del territorio romano e della necessità di
farne un’esperienza non stereotipata è senza dubbio il GRA, il Grande Raccordo
Anulare, l’immane anello d’asfalto lungo sessantanove chilometri a quattro
corsie per senso di marcia. Un artefatto quasi alieno se si pensa che la sua
costruzione è stata avviata nel 1946, quando il traffico nella città era quasi
inesistente. La costruzione del GRA segna un prima e un dopo nell’evoluzione
della città, un salto di scala che galleggia inizialmente nel nulla della
campagna romana. Giustamente, si chiede Valerio Mattioli in Remoria (2019), “a
cosa mai poteva servire una roba del genere? l’unica risposta sensata era ‘a
nulla’, e infatti il gra si presenta da subito non come un’infrastruttura ma
come una specie di piatto totem, di faraonico monumento orizzontale”.
Stalker sceglie di percorrerlo a piedi nel 2009, distribuendo l’impresa in
tredici tratte compiute in quattro mesi per un totale di 220 chilometri.
Un’impresa che potrebbe apparire sconsiderata, ma sicuramente non meno del GRA
stesso, che fin dall’inizio rivela il suo aspetto per l’appunto “non funzionale
e meramente performativo”. Il giro del GRA a piedi diventa quindi “un’opera
seconda, che usa il GRA come supporto”. Camminare attraverso il faraonico
monumento orizzontale diventa il modo per fare un’esperienza sensibile e
tangibile di mutamenti del territorio a cui sarebbe altrimenti difficile dare
una reale consistenza semplicemente sfogliando un libro o dentro un’aula
universitaria. Parole come “svendita del patrimonio pubblico”, “consumo del
suolo”, “discriminazione e spazi di eccezione” “gated communities” appaiono
finalmente in tre dimensioni perché ci si deve camminare attraverso.
Ma ancora prima di tutto ciò, l’esperienza più significativa che Careri racconta
di aver fatto durante il giro del GRA a piedi, è l’aver visto e percepito
esattamente il punto in cui, tra Castel Giubileo e Bufalotta, la terra della
campagna romana, fatta di sterpi e rovi, veniva sommersa da “una terra di colore
uniforme a granulometria fine, un materiale omogeneo, senza macchie,
artificiale”. Un “atto primario di fondazione”, che avviene mutando la natura
della stessa terra, di cui percepisce le dimensioni. Una terra sulla terra per
chilometri e chilometri. Il punto qui chiaramente non è rimpiangere la campagna,
quanto piuttosto potersi fare un’idea sensibile di cosa significano certi
mutamenti del territorio e qual è la velocità a cui viaggiano.
> Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale del GRA diventa il
> modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio
> a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente
> sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria.
Il GRA inverte i rapporti tra il centro e la periferia partorendo quella che
Mattioli definisce borgatasfera: non soltanto il compost di calce e asfalto che
costituisce l’arcipelago delle borgate che formano la periferia postbellica di
Roma, quanto “un’intensificazione di segni, umori e storie”, che produce con i
suoi gesti una narrazione e una visione antitetica rispetto a quella dominante,
imponendo la propria centralità su un organismo il cui centro storico, dopo
l’edificazione del GRA, diventa una minuscola parte del territorio complessivo.
Un decentramento talmente strutturale che ogni volta in cui un romano dice che
abita a Roma a qualcuno non della città si sente rivolgere l’indefettibile
domanda: “Ma Roma Roma?”, come se servisse ripetere due volte il nome della
città per garantirsi un posto in essa e tutelarsi da quella zona indistinta che
è Roma, detto solo una volta.
Per orientarsi nella borgatasfera il GRA diventa il mediatore principale attorno
al quale Mattioli fa ruotare una vera e propria mitologia di una Roma invertita
e per questo “remoriana”. La fantascienza dell’infrastruttura stradale si
mischia con la fantascienza del racconto che per orientarsi nel “blob” secreto
dall’anello d’asfalto ha bisogno di inventare un vero e proprio culto. Del testo
di Mattioli si può trovare qui sul Tascabile sia un estratto che una recensione,
per cui mi limito a notare come, non diversamente dalla pratica del camminare
portata avanti da Stalker, per narrare Roma in modo non stereotipato occorre
inventare nuovi percorsi, nuove pieghe, nuovi buchi che facciano emergere ciò
che finora è rimasto escluso. Che si tratti di narrare o di camminare, in ogni
caso la materia da modellare è uno spazio non indicizzato e non indicizzabile,
che si può conoscere solo mano a mano che lo si attraversa e nel mentre che lo
si attraversa e che, come la Zona, richiede per essere attraversato una
strategia o per lo meno un rituale.
È qui che si aprono nuove possibilità di intendere ed abitare lo spazio che
incarnano un’idea di spazio bucato irriducibile a quella di buco e crepa nella
struttura descritto da Cimatti. Penso al concetto di spazio bucato descritto
brevemente da Deleuze e Guattari in Mille piani (1980), ma rimasto forse un po’
all’ombra delle più note figure dello spazio liscio nomade e dello spazio
striato sedentario. Per comprendere la posizione intermedia tra i due dello
spazio bucato, bisogna intendere il bucare come quell’operazione primaria che
estrae e plasma la materia seguendo i giacimenti e che per questo è associata
dagli autori alla metallurgia. Il gesto della metallurgia è infatti quello che
dà forma all’informe, che scopre le caratteristiche intrinseche della materia e
le prolunga attraverso specifiche operazioni. La peculiarità della metallurgia
sta quindi nell’esemplificare la possibilità di accedere al plasmare come verbo
che informa ogni plasmato; ecco perché Deleuze e Guattari paragonano la
metallurgia –in modo solo apparentemente improvviso – alla musica: “se la
metallurgia è in un rapporto essenziale con la musica, non è soltanto per via
dei rumori della fucina, ma in virtù della tendenza, che attraversa le due arti,
a far valere al di là delle forme separate uno sviluppo continuo della forma, al
di là delle materie variabili una variazione continua della materia: un
cromatismo allargato trascina contemporaneamente la musica e la metallurgia; il
fabbro musicale è il primo ‘trasformatore’”. Un buco allora sfrutta le
rientranze d’ombra e le irregolarità del territorio per inventare un primo
intorno capace di orientare intorno a sé lo spazio. Chi sa scovare o scavare un
buco accede alle possibilità virtuali del mondo di sotto per disegnare nuovi
contorni possibili solo parzialmente in contatto con il mondo di sopra. Diventa
quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei lembi particolarmente
predisposti a essere bucati. Concludiamo allora con due esempi di due pratiche
del bucare.
> Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di
> sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con
> il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei
> lembi particolarmente predisposti a essere bucati.
Siamo ad agosto quando il giorno condanna a lunghe ore di caldo insopportabile.
Capita, durante la notte, che un generatore venga collocato in un punto
specifico del Parco degli Acquedotti, un po’ in disparte rispetto al gruppetto
di persone lì radunate. Ecco un esempio di trasformatore: lo si scopre a vibrare
su sé stesso solo quando ci si allontana un po’ dal fulcro della musica della
festa a cui sta dando vita. Vibrando trasforma la benzina in suono e dà vita a
una catena di altri trasformatori: dj, casse, persone che ballano, sostanze
psicoattive. Mediatori incastonati uno nell’altro attraverso cui passa uno
“sviluppo continuo della forma” che riarticola intorno a sé lo spazio e il
tempo. Il buco nel tessuto ordinario dello spazio-tempo diventa evidente quando
con l’alba arrivano al parco i primi ciclisti e corridori che rallentano la loro
andatura increduli di fronte a quella bolla presente dinnanzi a loro ma ancora
sospesa altrove.
Lo stesso parco in cui si svolge la festa, o un altro, o una qualsiasi area
urbana incolta può servire anche per “infrattarsi”, data la “vocazione
morfologica all’ospitalità di pratiche sessuali” approfondita da Serena Olcuire
nel capitolo della Guida alla selva dedicato per l’appunto alle “geografie
dell’infratto”. Infrattarsi è un po’ come bucare lo spazio per inventare spazi
non regolati e non conformi secondo il senso comune dominante, dove
“soggettività extranormative, marginalizzate o oppresse hanno maggiori
possibilità di tessere relazioni”. Sono spazi bucati perché attingono alla
striatura del mondo di sopra, rappresentata per esempio dalle strade attraverso
cui passano i clienti, e allo stesso tempo ritagliano zone di privacy limitrofe
dove non vigono le regole consuete. Si tratta quindi, come per i free party agli
Acquedotti, di “processi attivi di significazione dei luoghi”, nonostante questo
valore non sia riconosciuto dal resto della città.
Lo testimonia il racconto di Alex, riportato nel capitolo, di quando
quest’ultima lavorava alle Terme di Caracalla – una zona del centro storico in
cui il verde del parco urbano si mischia con l’incuria delle rovine
archeologiche: “dalle tre e mezza fino alle cinque ci sedevamo lì perché il
lavoro era finito. E poi dalle cinque di nuovo, con quelli che si svegliavano e
iniziavano la giornata. Cominciavano ad arrivare i camionisti, e quelli che
appena apri la porta senti il riscaldamento, e profumano […]. Ay, finivamo
tardi, Gina Marcela si portava le ballerine e gli occhiali da sole. Perché lì a
Terme di Caracalla se ti metti le spalle di là vedi il giorno totale, il sole
che sta spuntando. I colori sono bellissimi, sono magici a quell’ora…”.
L'articolo Roma: pieghe, strati, buchi proviene da Il Tascabile.
A lcuni ci avevano avvisato sul fatto che a un certo punto l’immagine avrebbe
preso il sopravvento, fino a rimodellare la nostra articolazione del senso, il
nostro modo di percepire e orientarci nel mondo. Com’è potuto accadere che cose
così artificiali e tecniche, come la fotografia e la grafica (un tempo avremmo
detto soltanto la pittura), in poco più di un secolo, ci abbiano costretti a
rimodellare il linguaggio articolato?
Forse non c’è nulla di trascendentale, se si pensa che attualmente pare vengano
scattate 5 miliardi di foto al giorno – secondo una stima che definire
approssimativa è riduttivo. È invece letteralmente utopico avere l’ambizione di
sapere, anche solo in via orientativa, quante sono le immagini guardate ogni
giorno. Perché ormai l’immagine non è più soltanto quella fotografata o creata
artigianalmente attraverso la grafica, ma è anche quella che viene prodotta da
un agente altro: l’intelligenza non umana. Un evento questo che ha spinto
l’autore Fred Ritchin, nel suo ultimo libro L’occhio sintetico. La
trasformazione della fotografia nell’epoca dell’intelligenza artificiale (2025),
a chiedersi: la fotografia può essere ancora credibile?
Centinaia di milioni di fotografie ogni ora, rapidamente caricate, modificate,
archiviate insieme a miliardi di immagini generate da modelli addestrati
sul”“già visto”. In questa marea indifferenziata di pixel, la fotografia, nata
come traccia fisica di un evento realmente accaduto, perde progressivamente il
suo privilegio di testimone del reale: una foto può essere non solo scattata, ma
anche ritoccata, sintetizzata, mescolata a infinite altre. Questa ha ancora lo
status di medium ultimo per certificare la verità – il celebre “se non vedo non
credo” – che ha avuto fino ad oggi? Detiene ancora questa valenza in un’epoca in
cui l’“occhio” non è più solo umano ma sintetico, algoritmico? Ritchin insiste
sul fatto che non siamo semplicemente passati da analogico a digitale, ma da
immagini ancorate a un evento a immagini prodotte per combinazione statistica di
altre immagini: una sorta di “mimesi di mimesi”, copie di copie che costruiscono
realtà verosimili a partire da archivi preesistenti. In questo regime, il legame
indicale – quel “questa cosa è accaduta davanti a un obiettivo” che garantiva
alla fotografia un’aura documentaria – si sfibra. Il risultato è un campo visivo
in cui non sappiamo più se ciò che vediamo è stato registrato, simulato o
ibridato.
> In questa marea indifferenziata di pixel, la fotografia, nata come traccia
> fisica di un evento realmente accaduto, perde progressivamente il suo
> privilegio di testimone del reale: una foto può essere non solo scattata, ma
> anche ritoccata, sintetizzata, mescolata a infinite altre.
E tuttavia, sottolinea Ritchin, non siamo condannati a un fatalismo
apocalittico, perché nel libro aleggia anche un’atmosfera ottimista.
L’intelligenza artificiale (IA) non distrugge la fotografia, può piuttosto
diventare uno strumento per ampliare la nostra visione anziché indebolirla. Non
è la tecnologia in sé a decidere il destino delle immagini, ma gli usi che ne
facciamo, le cornici istituzionali, le forme di responsabilità che sapremo
costruire. Per spiegare questo racconta di un aneddoto in cui Russel Brown, il
senior art director di Adobe Systems, durante una delle prime presentazioni
pubbliche di Photoshop, paragonò il software a un martello: “Posso dare un
martello a dieci persone: molti costruiranno un palazzo favoloso, altri
impazziranno e distruggeranno qualcosa.” L’invito sembra quindi essere
esplicito, a ripensare radicalmente cosa intendiamo per fotografia quando il
gesto di scattare, ma anche modificare, e generare per poi eventualmente
diffondere, immagini converge nello stesso dispositivo.
Ma quali sono i veri apporti estetici che le IA hanno messo a disposizione per
l’immaginario umano? Cosa sono riuscite a fare di diverso da ciò che già non
fosse in grado di fare l’essere umano con le sue capacità tecniche? Tra il 2022
e il 2023 l’intelligenza artificiale generativa ha iniziato a produrre immagini
sorprendenti, ma spesso riconoscibili come artificiali a causa di bizzarri
difetti. Le fotografie “impossibili” generate dall’IA presentavano indizi
rivelatori: mani con un numero errato di dita, anatomie deformate, occhi
leggermente disallineati, sorrisi con troppi denti, e testi completamente senza
senso nei loghi o nei cartelli. Questi errori ricorrenti – una mano con sei o
più dita, un volto dai lineamenti sfalsati o scritte simili all’inglese ma prive
di significato – sono diventati icone involontarie dell’estetica IA primitiva.
Queste stranezze non erano limitate alle figure umane. Nei primi esperimenti,
chiedere a un’IA di generare un’immagine con testo (per esempio un’insegna o dei
sottotitoli) produceva gibberish, stringhe di lettere che ricordavano vagamente
parole inglesi ma erano prive di senso compiuto. Su Internet c’è stato
ovviamente qualcuno che ha addirittura relegato questo fenomeno a nuovo slang o
sottocultura, ma la cosa non ha avuto seguito. All’epoca, questi difetti
venivano perlopiù considerati incidenti di percorso. I progettisti di modelli IA
lavoravano per eliminarli, mentre online ci si faceva ironia: gallerie di AI
fails mostravano mani mostruose e volti inquietanti facendo ridere e
rabbrividire al tempo stesso. Eppure, fin dall’inizio si è creata l’opportunità
di chiedersi se in quelle imperfezioni non ci fosse un valore estetico latente.
Dopotutto, la storia della cultura visuale (ma anche di qualsiasi tipo di
cultura) insegna che ciò che in un’epoca è un limite tecnico o un errore, in
seguito può essere rivalutato come cifra stilistica.
> Invece di scartarle, si possono considerare le “allucinazioni” dell’IA nel
> produrre immagini come un nuovo linguaggio visivo, emerso al confine tra
> intenzione umana e caos puramente algoritmico. È la logica alla base della
> glitch art, già nota in ambito musicale.
Basti pensare alla grana sporca delle foto analogiche, alle distorsioni delle
videocassette VHS o ai pixel grossolani dei videogiochi anni Ottanta: elementi
nati da tecnologie immature, ma che oggi suscitano nostalgia e vengono spesso
ricreati volutamente per ottenere un certo mood rétro. Vinili e pellicole
analogiche hanno imperfezioni (fruscii, graffi, granulosità) che i supporti
digitali hanno eliminato, eppure c’è tutta una piccola umanità che invece le
apprezza come texture che danno calore e autenticità all’esperienza. Allo stesso
modo, nella fotografia contemporanea c’è chi aggiunge grana, sfocature e piccoli
difetti alle immagini digitali perfette, per farle sembrare più vive e
credibili. Nel caso specifico dell’AI art – se così si può chiamare –, già nel
2023 alcuni artisti hanno iniziato a rivalutare i glitch generativi come forma
d’espressione.
Con un po’ di romanticismo, è possibile credere che dalle “allucinazioni”
dell’IA (quelle strane deviazioni dal prompt originale) si possano rivelare la
personalità del modello, il suo processo interpretativo, quasi fossero la firma
involontaria della macchina. Invece di scartarli, li si può considerare un nuovo
linguaggio visivo, emerso al confine tra intenzione umana e caos puramente
algoritmico. È la logica alla base della glitch art, già nota in altri campi,
non solo visivo, ma anche ad esempio musicale, come per il caso del genere
glitch music – per l’appunto. D’altronde, introducendo volutamente certi
difetti, si può arricchire la palette estetica: colori sbagliati possono dare un
tocco onirico, pixelazioni e artefatti evocare la nostalgia dei primi videogame,
mentre sproporzioni e sovrapposizioni generano inquietudine surrealista: c’è
insomma chi vede in quegli errori non solo qualcosa da correggere, ma un
potenziale espressivo da coltivare.
Col passare dei mesi, comunque, i modelli generativi hanno iniziato a
migliorare. Le versioni più recenti di Midjourney, Stable Diffusion e altri
sembrano aver imparato a rispettare meglio il numero di dita e la simmetria dei
volti, mentre i prompt testuali vengono interpretati con maggior precisione. Si
avvicina così l’orizzonte di una “trasparenza” totale dell’immagine IA: uno
scenario in cui un occhio umano medio non riuscirà più a distinguere una foto
reale da una perfettamente sintetizzata. Paradossalmente, però, più l’IA
raggiunge la perfezione mimetica, più rischia di generare risultati freddi,
troppo levigati, privi di quei piccoli segni di vita che rendono un’immagine
davvero “umana”. È qualcosa di simile al cosiddetto problema dell’uncanny
valley, seppure in una nuova veste: un volto generato al computer può avere
tutti i pixel al posto giusto, eppure risultare freddo e senz’anima perché manca
di quella irregolarità organica cui il nostro cervello è abituato. Non è la
perfezione a rendere umano qualcosa, quanto piuttosto l’imperfezione. Non
sorprende allora che già oggi molti creator nei prompt specifichino elementi
come “unpolished, grainy, off-center” per ottenere immagini più credibili e
dotate di atmosfera. In pratica, stiamo chiudendo il cerchio: dopo aver
inseguito la qualità perfetta, reintroduciamo il difetto per recuperare calore e
familiarità. Una vera e propria battaglia tra umano e simulacro, fatta di
perdite e guadagni verso il reale.
Ma al di là della ricerca di realismo, c’è un altro motivo per cui le
imperfezioni potrebbero tornare protagoniste: il loro valore nostalgico e
culturale. Gli artefatti delle prime immagini IA potrebbero diventare presto ciò
che la pellicola sgranata è per i fotografi analogici, o ciò che i filtri 8-bit
sono per i fan dei videogiochi rétro: un segno distintivo di un’epoca passata,
da omaggiare e riprodurre per evocare determinate sensazioni. Non è quindi
fantascientifico pensare che in un futuro prossimo queste imperfezioni verranno
volontariamente imitate, per creare un effetto nostalgico e inquietante. Colori
leggermente sbagliati, qualche mano con sei dita sullo sfondo e scritte
pseudoinglesi sui cartelli stradali e si è subito in piena IA vintage. Sono
dettagli che, per chi ha vissuto l’era pionieristica dell’AI art, richiameranno
immediatamente un senso di déjà-vu, il ricordo di quando quelle immagini ci
stupivano e spaventavano insieme per la loro stranezza.
> Paradossalmente, però, più l’IA raggiunge la perfezione mimetica, più rischia
> di generare risultati freddi, troppo levigati, privi di quei piccoli segni di
> vita che rendono un’immagine davvero “umana”. È qualcosa di simile al
> cosiddetto problema dell’uncanny valley, seppure in una nuova veste.
Del resto, la nostalgia spesso si lega a periodi di trasformazione tecnologica.
All’inizio, le innovazioni appaiono sgangherate, come fossero giocattoli
imperfetti; poi, quando maturano e diventano ubiquitarie, guardiamo con
tenerezza alle loro versioni arretrate. È quello che è successo con il web: chi
ha conosciuto l’Internet ruggente degli anni Novanta ricorda la grafica
rudimentale delle pagine Geocities, così come i suoni gracchianti del modem 56k
e i forum anarchici pieni di GIF sgrammaticate. Oggi quell’estetica lo-fi è
oggetto di revival: non solo come kitsch divertente, ma come simbolo di un’epoca
considerata più ingenua e libera. Ma da questo punto di vista, l’esempio
emblematico è sicuramente il fenomeno vaporwave. Nato nei primi anni 2010, è un
movimento musicale e poi visivo che non rimanda a una nostalgia “rosa e fiori”,
ma più concettuale. Esprime infatti la malinconia di un futuro che ci era stato
promesso e che invece non si è mai realizzato. Tutta la potenza utopistica e
tecnologica della prima fase internettiana, poi svanita dietro alle
sovrastrutture tecnocapitaliste che l’hanno depredata. L’idea di una rete
libera, democratica, quasi socialista è raccontata attraverso quelle visioni
ingenue e ipomediali, ma proprio per questo affascinanti come incisioni
rupestri.
> Il fenomeno vaporwave è un movimento musicale e poi visivo che esprime la
> malinconia di un futuro che ci era stato promesso e che invece non si è mai
> realizzato. Tutta la potenza utopistica e tecnologica della prima fase
> internettiana, poi svanita dietro alle sovrastrutture tecnocapitaliste che
> l’hanno depredata.
Viene allora da chiedersi: di cosa avremo nostalgia, riguardo alle prime
immagini IA, dal momento che, nel caso delle IA visuali, non c’è stata una vera
“età dell’innocenza” idealistica? Queste tecnologie nascono infatti nel pieno
dominio delle multinazionali tech: i modelli più avanzati sono custoditi da
pochi giganti (OpenAI, Google, Meta…), integrati in piattaforme chiuse e subito
orientati al mercato. Non c’è stato neanche il tempo di un sogno utopico
condiviso prima della loro commercializzazione di massa. Anzi, fin dall’inizio
il dibattito sulle IA generative è stato inquinato da preoccupazioni concrete:
copyright, deepfake, bias etici, concentrazione di potere e così via. A
differenza del web anni Novanta – percepito allora come una frontiera libera in
cui chiunque poteva costruire il proprio sito e magari cambiare il mondo – l’IA
degli anni Venti è arrivata già incapsulata in app e servizi preconfezionati,
con livelli di accesso differenziati (versioni gratuite con limitazioni, modelli
open-source meno performanti rispetto a quelli proprietari, e via di questo
passo). Inoltre, l’assenza di un’identità “comunitaria” forte (le community di
AI art sono sorte su Discord e forum, ma perlopiù come utilizzatori di uno
strumento più che come movimento culturale coeso) fa sì che la nostalgia non
possa basarsi sulla memoria di un ideale condiviso tradito – poiché tale ideale
non c’era in partenza.
Eppure, ciò non significa che non nascerà affatto nostalgia. Sarà una nostalgia
solo estetica, più legata alla sensazione di quel periodo pionieristico che non
a un valore ideologico. Sarà, per capirci, simile alla nostalgia che si prova
rivedendo la grafica di un vecchio videogioco: non importano tanto le condizioni
sociali in cui quel gioco uscì, quanto le emozioni che ci dava la sua estetica
oggi sorpassata. Analogamente, chi ha sperimentato le prime AI art ricorderà
l’emozione mista a inquietudine nel vedere il computer tentare di generare
realismo e fallire in modo spettacolare: quei fallimenti inaspettati erano il
segno di una macchina alle prime armi, quasi infantile nella sua creatività
caotica.
Del resto, c’è già oggi un velo di futura malinconia anche nel sapere che certe
immagini non potranno più essere “sbagliate così”. Nel suo piccolo, stiamo
vivendo un momento storico irripetibile. Volendo dare una lettura sbrigativa si
potrebbe affermare che ciò che manca è la politica e ciò che abbaglia è invece
l’estetica.
L'articolo La vaporwave delle IA proviene da Il Tascabile.
L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia
– chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro
perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha
sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle
analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per
millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze
perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di
sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8
nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha
dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora
attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché
credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti
i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che
poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno
glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei
tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni
e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a
colite ulcerosa.
Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché
potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta,
quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della
Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per
conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila
persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato
animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché
nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro
corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere
eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere
antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel
sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi
come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever
chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che
suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni.
I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa
ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare
che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così
stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li
degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo
vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci
restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli
animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni,
decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende
produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio
gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni
del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento
dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai
condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica.
Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella
dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il
film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di
menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni
esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono
interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni
naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee.
Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la
fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel
latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e
proteggerli.
> Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8
> nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli
> ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi
> ancora attraverso il latte durante l’allattamento.
Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti
di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla
figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato
su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha
chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho
provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa
che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino
il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che
colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice.
Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il
proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione.
Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori
all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie
come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati
nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto
testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i
prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli
senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque.
Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University
Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica
italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già
scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa
materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della
responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non
c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel
loro sangue da anni.
Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole
diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da
descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente
liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e
l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che
non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è
retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta
l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra
vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma
la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda
il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il
marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento
locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità
perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande
che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si
attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un
po’ di mal di gola.
> Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti:
> tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che
> per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli
> erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio.
Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici
riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo
caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e
pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli.
C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo
che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella
gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre
alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se
obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le
aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più
corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano
vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto,
della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano
sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio.
Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica
sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in
provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa
cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima
ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002,
quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito
industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia
proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità
di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente,
arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati
più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella
caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità.
Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il
2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di
2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75%
di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha
brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era
stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di
Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio,
a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero.
Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore
più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA
(Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di
Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei
dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari,
mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo.
La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo
chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa
non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo
apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il
tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica
depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di
pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una
precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se
nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più
inevitabile.
> Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più
> inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della
> sopravvivenza psichica.
È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato
in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a
un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi
fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo,
riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche
agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega
mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e
nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come
“indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi
economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove
sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene
in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto
nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del
folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per
esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia.
Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più
inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza
psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura
dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel
1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il
più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi
centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti
per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore
aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una
prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti
dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano
nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti.
Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva
gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e
fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece
stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti
operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila
abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno.
Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il
ritmo della morte industriale.
Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale,
un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe
erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era
sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie
in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era
“All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato.
Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva
l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le
generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui
si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei
terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha
dovuto ridefinire completamente la propria identità.
> L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni
> bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha
> dovuto ridefinire completamente la propria identità.
“Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione
familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il
disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è
fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione
di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere
stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto.
Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo
– a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””,
non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua
accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma,
elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo
né esserne completamente schiacciati.
Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica
costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa
trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto
d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per
eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco
piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il
veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono
stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il
reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la
demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È
come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto,
trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né
cancellabile.
Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle
conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene
da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di
contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la
nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella
bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni
di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai
lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla
Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno
dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case,
campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di
controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione
espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono
colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti
sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di
poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila
abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che
qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la
popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i
bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere
normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei
loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la
fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta.
Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo
spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone:
“Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di
quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più
ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi
chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e
istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi
proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel
contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è
difficilissimo richiudere.
> Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle
> conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale.
E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il
territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione
in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi
abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni
personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era
rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali
gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo
nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla
Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi
epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo
l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione
esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In
altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno
ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo.
La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto
per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che
proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla
contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra
il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le
famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci
vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti
continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento
siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila
persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma
un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di
quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come
arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi
abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del
2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni
industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno.
Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi
coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi,
che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia
significativamente superiori al resto della città.
Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento
viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia
esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva,
dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali
industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché
trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate,
del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano,
almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano
bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta
Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello
stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni
giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o
economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie?
Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte
per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non
dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto
nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il
lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due
dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel
qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione –
ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i
diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva,
evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini
sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di
sapere.
> La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto
> per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è
> che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla
> contaminazione e dalle sue conseguenze.
L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio
istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i
disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto
raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA
Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per
decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno
scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del
reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente.
A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere
pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il
segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la
Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le
aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla
propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di
quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere
soggetti attivi della propria vita.
Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di
organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le
Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale
nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza
pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea
pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la
scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il
termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte
a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi
minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono
evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono
qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le
istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e
su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E
quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando
tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa,
alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non
possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli.
> Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando
> queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno
> ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe.
L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli
anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata
nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i
diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione
difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti
a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un
luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è
nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che
contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza,
di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per
scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le
comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non
dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza
per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo
facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze
subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i
figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni.
Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi
pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone
scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi”
o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la
praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere
al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E
serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di
supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste
situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le
questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali,
economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è
solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale.
C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni
italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle
direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente
inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con
un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva
continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che
puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato
fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le
multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di
nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa
Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi
e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi
continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto
le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati
negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a
diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo
la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a
depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal
mare.
> Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non
> dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in
> militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge.
La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di
chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori,
perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono
geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico
nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non
solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un
futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio
in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di
possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni
scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a
chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come
se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi,
scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che
vivevano pensando di essere al sicuro.
La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un
sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la
produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato
incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di
sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della
Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un
errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni
quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti,
sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato
polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni
quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie
prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito
gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre
anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai
lavori che l’amianto causava il mesotelioma.
Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di
amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto
consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone.
Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di
incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale,
sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da
decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza
organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento
di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di
conseguenza.
Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per
dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani,
dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa
di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni.
Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i
medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono
migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione
di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se
sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così
radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo
della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso
– che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha
avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura,
ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni
società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono
risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente,
non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in
nessun luogo. Mai più.
L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
N el Godzilla originale, il capolavoro di Ishirō Honda datato 1954, il noto
lucertolone era alto 50 metri e pesante 20.000 tonnellate. Le sue misure hanno
continuato a crescere negli anni fino alle sue iterazioni più recenti, quando ha
superato le 80.000 tonnellate (nelle versioni hollywoodiane) e i 300 metri
d’altezza (nel giapponese Godzilla: Planet of the Monsters, 2017). Nel King Kong
del 1933, l’arcinoto scimmione era alto 15 metri e pesava intorno alle 20
tonnellate; oggi, in Godzilla vs. Kong (2021) e Godzilla e Kong – Il nuovo
impero (2024), arriva a superare i 100 metri di altezza e a toccare un peso di
90.000 tonnellate. Ancora: lo squalo dell’omonimo film di Spielberg del 1975 è
lungo una volta e mezzo un vero squalo bianco; l’anaconda di Anaconda tocca i 15
metri, più del doppio di quanto sia davvero lungo questo serpente; le formiche
di Assalto alla Terra (1954) sono grosse come cani. E per amor di sintesi mi sto
limitando ai film: dovessi allargare il discorso a fumetti, videogiochi,
romanzi, ma anche a miti, leggende, fiabe e favole, il pezzo raggiungerebbe
proporzioni paragonabili a ciò di cui parla. Incrociando questi dati, comunque,
si giunge a una conclusione difficilmente contestabile: ci piacciono le creature
gigantesche (anche note nell’ambiente come mostri grossi), e più in generale
tutto ciò che ha dimensioni ciclopiche.
Ci piacciono in particolar modo tutte quelle creature che sono identiche
nell’aspetto a specie animali esistenti, ma con proporzioni fuori scala: ragni,
serpenti, scorpioni, zanzare hanno tutti subito prima o poi un’opera di
ingigantimento che li ha trasformati in minacce adeguate per un film. E anche
guardando al di fuori della cultura pop: non è un caso che i dinosauri abbiano
avuto fin da subito un’enorme presa sull’immaginario collettivo, e con loro i
mammiferi giganti (orsi, lupi, leoni, cavalli) che abbiamo scoperto essergli
succeduti. C’è un’idea, che risale al Diciannovesimo secolo, secondo cui il
passato remoto era popolato da giganti, e a noi esseri umani odierni
rimarrebbero solo le briciole, versioni in formato minore dei mostri grossi che
un tempo dominavano la Terra: la nostra passione per loro è anche una forma di
nostalgia per epoche che non abbiamo mai vissuto. Da grande amante della materia
“mostri”, che si trova al perfetto incrocio tra scienza e cinema, ritengo però
sia giusto fare un po’ di chiarezza, sfatare alcuni miti, confermarne altri e
anche omaggiare i pochi giganti che ancora abbiamo sul pianeta.
> L’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto
> inesatta. Le specie di piccole dimensioni sono sempre esistite e non c’è
> alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi
> delle forme di vita.
Partiamo da un presupposto fondamentale per impostare l’intero discorso: l’idea
che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto
sbagliata, o per lo meno inesatta. Le specie di piccole o minuscole dimensioni
sono sempre esistite e non esiste alcuna relazione lineare tra il passare del
tempo e il generico rimpicciolirsi di ogni forma di vita. È vero invece che ci
sono forme che in passato erano più grandi delle loro versioni attuali, e che ci
sono stati periodi nei quali le dimensioni di certi gruppi erano superiori alla
media delle altre epoche. Semplificando, se ne possono individuare quattro, e il
più antico risale a circa 360 milioni di anni fa.
Insetti mostruosi
Durante il Carbonifero, i livelli di ossigeno – che era comparso sulla scena
atmosferica circa 500 milioni di anni prima, contribuendo in maniera decisiva
all’esplosione della vita multicellulare – salirono rapidamente, fino ad
arrivare a una concentrazione del 35% (quindi molto superiore a quella attuale,
che non supera il 21%). Oltre a causare più incendi, l’ossigeno ebbe anche un
effetto tangibile su un gruppo che era comparso sulla scena alla fine del
periodo precedente, il Devoniano: parlo degli insetti, che ne sfruttarono le
alte concentrazioni per raggiungere dimensioni che non si sono più viste da
allora.
> La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha un legame diretto con la taglia
> degli artropodi. Nel carbonifero, i livelli salirono al punto da consentire
> l’emergere di libellule, millepiedi e scorpioni fuori scala.
Il segreto del loro gigantismo sta nella respirazione: essendo privi di polmoni,
gli insetti respirano passivamente, diffondendo l’aria attraverso strutture
chiamate trachee. Questo pone un limite alle dimensioni massime che può
raggiungere un insetto: se è troppo grosso, rischia il soffocamento, perché
l’aria non riesce a diffondersi in maniera efficace nel suo sistema
respiratorio.
La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha quindi un legame diretto con la
taglia degli insetti: più ce n’è, più la diffusione è efficace, più possono
crescere. E così durante il Carbonifero solcava i cieli Meganeura monyi, una
libellula con 70 centimetri di apertura alare, che verrà battuta solo nel
Permiano dalla sua parente Meganeuropsis permiana. A farle concorrenza in
termini di dimensioni c’era Mazothairos enormis, il cui nome è già un programma:
assomigliava a una cavalletta ma apparteneva a un ordine estinto,
Palaeodictyoptera, e raggiungeva i 55 centimetri di apertura alare. E anche
sulla terraferma abbondavano i giganti: Arthropleura, per esempio, che in realtà
non era un insetto ma un millepiedi, superava i 2 metri di lunghezza, una misura
mai più raggiunta da nessun artropode terrestre. E per finire, un incubo per gli
aracnofobi: Pulmonoscorpius era uno scorpione che viveva nelle paludi del
Carbonifero, e poteva superare i 70 centimetri di lunghezza.
Quando i giganti dominavano la Terra
Gli insetti enormi sono affascinanti, ma concorderete con me che, se si parla di
giganti, l’immaginazione corre subito a quelle famose bestie che dominavano la
Terra fino a che non sono state spazzate via quasi tutte da un asteroide (e da
altri fattori concomitanti che ignoreremo per amor di brevità). I dinosauri, e
più in generale i rettili del Mesozoico, sono i mostri grossi più conosciuti e
amati della storia della vita sul pianeta. Furono di fatto protagonisti sia
della seconda sia della terza era dei giganti, le quali avvennero quasi in
contemporanea, e videro i titani diffondersi sia sulla terraferma sia negli
oceani.
Per spiegare come abbiano fatto i dinosauri (e i plesiosauri, e i mosasauri, e
gli pterosauri) a raggiungere dimensioni che i rettili attuali non sfiorano
neanche, vale la pena fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli,
quando Edward Drinker Cope, uno dei padri della paleontologia, propose quella
che sarebbe stata poi battezzata “legge di Cope”, e che postula che tutti gli
animali tendano a diventare più grossi con l’evoluzione e il passare del tempo.
Discussa fin da quando venne formulata, smentibile con innumerevoli esempi
contrari (per citare un animale caro a Cope, è vero che i primi cavalli erano
grossi come cani, ma quelli attuali sono più piccoli dei loro antenati), la
legge di Cope ha diviso per decenni i paleontologi, fino a quando è stata
mirabilmente sintetizzata e riletta in questo studio, utile anche a rispondere
alla domanda iniziale.
> Quando acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le
> risorse diminuisce: è quello che nel Giurassico ha portato alla comparsa dei
> grandi sauropodi erbivori. Quando invece le risorse scarseggiano, la tendenza
> è opposta.
È vero, dice lo studio, che la dimensione degli animali cresce con il passare
del tempo. O meglio: può crescere, se non entrano in gioco fattori limitanti.
Quando e dove acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per
le risorse diminuisce: è quello che è successo nel Giurassico, e che ha portato
alla comparsa dei grandi sauropodi erbivori, da Brachiosaurus (25 metri di
lunghezza per 50 tonnellate di peso) a Diplodocus (27 metri, 20 tonnellate),
passando per Supersaurus, che si pensa potesse raggiungere i 40 metri di
lunghezza. La legge di Cope, dunque, funziona sì, ma solo in condizioni ideali:
se le risorse cominciano a scarseggiare, la tendenza diventa quella di
rimpicciolire. Incidentalmente, è anche per questo che si estinguono i giganti:
gli animali troppo grandi che si ritrovano all’improvviso senza cibo a
sufficienza non fanno in tempo a rimediare diventando più piccoli. Il fatto poi
che le specie più grosse abbiano popolazioni meno numerose le rende
ulteriormente vulnerabili a cambiamenti ambientali drastici: è il motivo per cui
gli unici dinosauri sopravvissuti a Chicxulub sono gli uccelli, che per quanto
grandi non hanno mai raggiunto le dimensioni dei loro antenati estinti.
La stessa versione riveduta e corretta della legge di Cope si può applicare ai
grandi rettili marini del Mesozoico (mosasauri, plesiosauri, ittiosauri, ecc.)
tutti gruppi che comprendono specie che hanno raggiunto anche i 20 metri di
lunghezza quando le risorse nei mari erano abbondanti, e che sono scomparsi nel
giro di poche centinaia di migliaia di anni perché non sono riusciti ad
adattarsi al nuovo mondo post-asteroide (e anche per colpa della concorrenza
degli squali, pericolosissimi ultimi arrivati). Uno schema simile a quanto
successo anche ai protagonisti della quarta era dei giganti, nella quale però
entriamo in gioco anche noi, cambiando (forse per sempre) gli equilibri.
Cacciatori di giganti
Il Pleistocene, cominciato 2,6 milioni di anni fa e finito 11.700 anni fa, fu
un’epoca caratterizzata da tre cose: i mammiferi giganti, il gran freddo e la
comparsa di Homo sapiens. I primi due fattori sono intimamente collegati:
formulata nel 1847 dall’eponimo biologo tedesco, la regola di Bergmann prevede
che più fa freddo, più gli animali di uno stesso gruppo diventino più grossi dei
loro parenti che vivono al caldo. Regola smentita e contestata più volte, ma è
vero che, in un clima mediamente più freddo, le grandi dimensioni aiutano:
diminuisce il rapporto superficie/volume, ed è più facile conservare il calore.
Se a questo si aggiunge l’abbondanza di risorse e soprattutto di territorio (le
glaciazioni fecero abbassare il livello dei mari e “liberarono” vaste aree di
terraferma), si capirà perché, per esempio, il mammut lanoso arrivava a 3,5
metri di altezza al garrese; o il megaterio, un bradipo gigante, raggiungeva i 6
metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso.
> La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso
> indicati come uno dei fattori decisivi dietro l’estinzione della megafauna, ma
> c’è un’altra ipotesi altrettanto valida: è colpa nostra.
Indicati con il nome collettivo di “megafauna”, i mammiferi del Pleistocene si
estinsero in massa nel giro di 40.000 anni, con zone del mondo come il
continente americano dove la strage si concentrò in meno di 3.000 anni. La fine
dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso indicati
come uno dei fattori decisivi dietro questa estinzione, ma c’è un’altra ipotesi
altrettanto valida e altrettanto studiata: è colpa nostra. L’arrivo sulla scena
del genere Homo, e della nostra specie in particolare, trasformò gli erbivori
giganti in prede ideali, che vennero cacciate fino all’estinzione; ne subirono
le conseguenze anche i predatori (per esempio Smilodon, la tigre dai denti a
sciabola, che poteva superare i 400 chilogrammi di peso), non equipaggiati per
resistere alla nostra concorrenza, sia in termini di sottrazione delle risorse
sia di caccia attiva. È un’idea che ha raccolto sempre più attenzione negli
ultimi anni, e anche i più scettici ammettono che sia possibile che dietro
l’estinzione delle megafaune non ci siano stati solo i cambiamenti climatici, ma
una combinazione di fattori, tra cui quello umano fu decisivo.
Il futuro dei giganti
Considerando quello che abbiamo fatto al mondo animale negli ultimi 10.000 anni,
non è difficile crederci: che esista o meno, l’Antropocene si sta rivelando
l’incubo di tutti gli amanti dei mostri grossi. Gli animali (e le piante) stanno
diventando sempre più piccoli: i motivi sono sempre gli stessi (cambiamenti
climatici, scarsità di risorse, distruzione dell’habitat), ma accelerati a ritmi
insostenibili dalle nostre attività. Se è vero che i fattori limitanti per la
crescita di un organismo sono la disponibilità di risorse e le condizioni
climatiche (ed ecologiche) nelle quali vive, la nostra crescita incontrollata ha
ridotto le prime e deteriorato le seconde, al punto che, al di fuori degli
animali domestici, sono pochissime le specie che possono dire di avere più
risorse a disposizione da quando esistiamo noi. In particolare, stanno
beneficiando della nostra presenza le specie più adattabili e tetragone
all’urbanizzazione: gli scoiattoli grigi, per esempio, stanno crescendo di
dimensioni perché hanno a disposizione più risorse (le nostre).
> Le condizioni attuali rendono sempre più difficile la sopravvivenza di animali
> giganti, questo perché la nostra crescita incontrollata ha ridotto la
> disponibilità di risorse e deteriorato le condizioni climatiche ed ecologiche.
Ma si tratta di eccezioni a un trend molto evidente, che ci dice che anche i
pochi giganti rimasti stanno rimpicciolendo: sta succedendo ad alcune balene,
agli squali, e ai bisonti. Siamo dunque destinati a un futuro di animali sempre
più piccoli, nel quale tutti gli ippopotami saranno Moo Deng? La risposta più
semplice è “sì”, nel senso che se la traiettoria dovesse rimanere questa, gli
animali continueranno a rimpicciolirsi per colpa nostra. C’è chi è convinto che
la soluzione a questa perdita di biodiversità (gli animali grossi hanno un ruolo
decisivo nel funzionamento degli ecosistemi) sia guardare al passato: è
possibile che abbiate sentito parlare di Colossal Biosciences, startup
statunitense che è solo l’ultima di una lista di imprese private che si sono
messe in testa di tentare la de-estinzione di animali scomparsi: mammut e dodo
sono di solito i candidati principali, ma Colossal sostiene di recente di avere
de-estinto un enocione, il “lupo terribile” vissuto nel Pleistocene (nonostante
il risultato dell’esperimento sia di fatto nient’altro che una modificazione
genetica del lupo grigio), e ora punta al moa, uno degli uccelli più grossi di
sempre.
L’elenco dei problemi scientifici ed etici dietro la de-estinzione è però lungo
quanto un elenco del telefono, e da approfondire eventualmente altrove.
Preferisco proporvi una visione alternativa: non è del tutto vero che i mostri
grossi siano scomparsi, ce li abbiamo anche noi e dobbiamo pensare a tutelare
loro prima che a riportare in vita specie estinte. Prendete la balenottera
azzurra: con i suoi 30 metri di lunghezza e 200 tonnellate di peso è l’animale
più grande mai esistito, più “mostro grosso” anche del più grosso dei dinosauri.
Un elefante africano non è tanto più piccolo di un mammut, il varano di Komodo
può raggiungere i 3 metri di lunghezza e il coccodrillo marino arrivare a 7 e
pesare una tonnellata. Sono tutte specie le cui dimensioni rappresentano per
loro, nel contesto climatico ed ecologico attuale, un pericolo enorme: corriamo
il rischio di portare all’estinzione i nostri ultimi giganti, con l’aggravante
che questa volta sappiamo che sta succedendo.
L'articolo La scomparsa dei giganti proviene da Il Tascabile.
O rmai da anni, in occasione delle festività natalizie, regalo ai figli dei miei
migliori amici unicamente libri. La mia convinzione, chissà poi se suffragata
dalla realtà, è che più bei libri si trovino attorno a bambini e ragazzi, più
sia alta la probabilità che scatti la scintilla della passione per la lettura:
il vero regalo, per la loro vita.
Occupandomi di alberi e foreste, ho la tendenza a scegliere libri dedicati a
questo tema. Non sempre ho il tempo di analizzarli nel dettaglio prima
dell’acquisto e così, una volta a casa, talvolta mi trovo di fronte a sorprese.
È capitato anche lo scorso dicembre, quando, sfogliando un libro illustrato
appena acquistato in una libreria specializzata, sono incappato in una doppia
pagina in cui veniva raccontato del famigerato “Wood Wide Web”: la rete
sotterranea che, proprio come Internet per noi, consentirebbe di mettere in
connessione gli alberi di una foresta attraverso le ife fungine, garantendone
una positiva collaborazione. Erano disegnati alberi sorridenti che si davano la
mano in segno di intesa, altri alberi che chiacchieravano allegri, altri ancora,
malati, che venivano curati con affetto dai propri vicini. Il tutto attraverso
l’aiuto di funghi volenterosi, ben felici di contribuire all’armonia della
foresta.
Ho avuto l’istinto di gettare il libro nel cestino, perché, come ho esclamato
turbando l’atmosfera natalizia: “Non è possibile propinare persino ai più
piccoli qualcosa di non ancora accettato dalla scienza!”. Qualcosa di così
sfacciatamente semplificato, di così profondamente problematico. Alberi
intelligenti, altruisti e comunicanti tra loro, dotati di coscienza e di una
sorta di etica. Piante madri che si prendono cura della prole, addirittura
foreste “socialiste”. Negli ultimi anni la narrazione pubblica attorno al mondo
vegetale ha preso una piega curiosa, in cui a prevalere sembra essere una
generale umanizzazione di stampo buonista e disneyano. A dare il via a questo
filone narrativo non sono stati solo brillanti romanzieri o sceneggiatori di
fantascienza, ma anche scienziati veri e propri, a partire da “ricerche di
frontiera” indubbiamente interessanti e ricche di fascino, ma accolte assai
criticamente da buona parte della comunità scientifica internazionale.
> Negli ultimi anni la narrazione pubblica attorno al mondo vegetale ha preso
> una piega curiosa, in cui a prevalere sembra essere una generale umanizzazione
> di stampo buonista e disneyano. Una narrazione che ha fatto breccia in una
> società sempre più urbanizzata, che cerca nella natura una favola bella in cui
> potersi rispecchiare.
Se all’interno del dibattito accademico questi studi hanno generato un profondo
scetticismo e sono stati in gran parte ridimensionati a partire dalle loro
stesse fondamenta, al di fuori dei laboratori universitari è accaduto
qualcos’altro, in senso diametralmente opposto. L’idea di una presunta
“intelligenza vegetale”, dell’esistenza del “Wood Wide Web” e di un diffuso
altruismo degli alberi, sono infatti rapidamente diventati gli ingredienti di
base per storie dal successo planetario. Narrazioni spinte dagli stessi
ricercatori e date in pasto, con una buona dose di fantasioso storytelling, a un
pubblico vasto, senza gli strumenti culturali per elaborare un pensiero critico
su argomenti così specialistici.
Prima libri, poi film, podcast, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali,
per non parlare del rapido tam tam sui social network, hanno portato queste
ipotesi (neppure teorie), a diventare una solida realtà, almeno per moltissime
persone. In breve, i ricercatori coinvolti sono diventati delle specie di
“superstar”, con tutto ciò che ne consegue. Questa narrazione ha fatto breccia,
in particolar modo, in una società sempre più urbanizzata, che cerca nella
natura, con crescente interesse, una favola bella in cui potersi rispecchiare.
Una società che è sempre più ansiosa rispetto alle tante problematiche
ambientali e sociali che ci circondano e che, di conseguenza, è portata a
cercare tra alberi e boschi quei valori che come umanità stiamo smarrendo.
Ma questa tendenza può rivelarsi assai problematica, perché rischia di
allontanarci non solo da una comprensione oggettiva della profonda complessità
dell’ecologia (e delle tante pratiche umane che ne conseguono, necessarie alla
nostra vita), ma anche dal fascino autentico del mondo vegetale, insito proprio
nella sua alterità rispetto a noi. Dopo anni di dominio culturale quasi assoluto
di questa visione sui media generalisti, finalmente iniziano a levarsi voci
critiche anche al di fuori dei laboratori, grazie a interventi pubblici di
esperti e al lavoro di chi ha fatto della divulgazione scientifica un mestiere,
come il biologo e giornalista Marco Ferrari, autore del saggio Le piante non
sono animali verdi. L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti.
> Chi si aspettava un duro anatema potrebbe rimanere deluso. Ferrari ha scelto
> la strada dell’immersione nella complessità della biologia, una scelta che
> sfida, anche nello stile, le derive ipersemplificanti della comunicazione
> contemporanea.
Il libro, appena annunciato, ha suscitato grande interesse tra chi si occupa di
biologia vegetale ed ecologia forestale, come se arrivasse a colmare un enorme
vuoto comunicativo. Come il sottoscritto, una buona parte di chi, per lavoro o
passione, tratta giornalmente di questi temi, inizia a essere seriamente
preoccupato degli effetti di una certa narrativa e dalle sempre più ingombranti
figure di “botanic star”, “green writer” e “green influencer”, che ormai
spopolano, valicando quasi spudoratamente i deboli confini di una corretta
divulgazione scientifica.
Tuttavia, chi si aspettava un duro anatema contro questa narrazione dominante
potrebbe rimanere deluso. Ferrari ha scelto infatti una strada diametralmente
opposta alla ipersemplificazione che sembra caratterizzare la divulgazione di
queste nuove ricerche e dei loro risultati: quella dell’approfondimento,
dell’immersione nella complessità della biologia. Si tratta di una scelta
controcorrente, che sfida, anche nello stile, le derive della comunicazione
contemporanea. Per leggere il saggio di Ferrari, infatti, occorrono tempo,
pazienza, attenzione. È necessaria una lettura lenta, immersiva, fatta anche di
pause e ritorni sui propri passi. Una lettura che, come un’impegnativa
escursione in montagna, viene però ripagata dal vasto panorama osservabile dalla
cima: una vastità di conoscenza, illuminata da curiosità, aneddoti e soprattutto
ragionamenti capaci di smuovere riflessioni profonde.
Il saggio inizia con un articolato e affascinante racconto dedicato alla storia
della vita sulla Terra, lungo la strada segnata dall’evoluzione. Un lungo
racconto in cui, a essere messo in evidenza, è un passaggio chiave, che cambierà
per sempre le sorti degli esseri viventi. Un vero e proprio “bivio”, come lo
definisce l’autore:
> Il bivio è quello che porta da una parte a viventi che usano il potere della
> luce per creare molecole complesse, dall’altra a batteri che utilizzano le
> stesse molecole e ne estraggono l’energia. Entrambi i gruppi contengono tutti
> i passaggi del metabolismo che permettono loro di vivere in presenza di
> ossigeno, anzi di sfruttarlo. Ma solo alcuni si abbeverano alla luce del sole,
> all’energia dell’universo, per così dire.
2,4 miliardi di anni fa appare la fotosintesi ‒ quello straordinario processo
biochimico che tutti abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola ‒ creando
di fatto una frattura nettissima tra chi è in grado di procurarsi il cibo da
solo, gli organismi autotrofi (tra cui le piante) e chi invece necessita di
nutrimento esterno, gli eterotrofi (tra cui gli animali, quindi anche noi).
> Una lettura che, come un’impegnativa escursione in montagna, viene ripagata
> dal panorama osservabile dalla cima: una vastità di conoscenza, illuminata da
> curiosità, aneddoti e ragionamenti capaci di smuovere riflessioni profonde.
Cosa c’entra tutto questo con il problema scientifico e culturale appena
descritto? Si tratta in realtà di un passaggio essenziale, perché è proprio da
questa frattura che nasce la profonda alterità del mondo vegetale. Basti pensare
alla fissità delle piante, che non devono spostarsi per andare a cercarsi il
nutrimento, e alla necessaria mobilità degli animali, che devono, al contrario,
imparare a vivere alla perenne ricerca di cibo. Condizioni opposte, da cui nasce
qualcosa che ha proprio a che fare con l’intelligenza e il comportamento:
> Gli animali, per muoversi, devono coordinare le sensazioni e i dati
> dell’ambiente. C’è bisogno di un centro di comando. I corpi modulari e
> frattali dei vegetali, molto simili fra loro, non possono (e forse non devono)
> avere un centro di comando che coordina le sensazioni e i movimenti. Il
> controllo, se pure esiste, è diffuso e reticolare. Ecco perché nessuno (fino a
> qualche tempo fa, almeno) pensava che avessero un centro di coordinamento
> simile al cervello.
Dalla storia della vita sulla Terra il saggio di Ferrari ci proietta
direttamente ai giorni nostri. Sono i primi anni Duemila quando un gruppo di
ricercatori, in varie parti del mondo, inizia a parlare di “intelligenza
vegetale” e addirittura di “neurobiologia vegetale” come campo di studio. Il più
noto, in Italia, è Stefano Mancuso. Questa “nuova botanica” è senza dubbio assai
stimolante: la scienza, da sempre, si nutre di slanci creativi, di nuovi punti
di vista, di proposte provocatorie. Ma fin dai primi articoli si genera un
dibattito accesissimo, che coinvolge non solo biologi ed ecologi, ma anche
evoluzionisti e persino filosofi.
Al dibattito sulla presunta “intelligenza vegetale” si somma quello stimolato
dalle pubblicazioni della ricercatrice canadese Suzanne Simard, che studiando
gli scambi di molecole tra le piante attraverso i funghi apre le porte all’idea
del “Wood Wide Web” e, in particolare, al racconto di foreste in cui l’altruismo
sarebbe più diffuso della competizione. Idee che sfidano apertamente l’ecologia
classica e persino le teorie dell’evoluzione.
> Ferrari si interroga sull’attualità e riflette a fondo sulle scorciatoie
> narrative e le semplificazioni dilaganti attorno alle ipotesi della “nuova
> botanica”. Ma invece di fermarsi alla pars destruens, esorta i lettori a fare
> un passo in avanti, proponendo un profondo ripensamento della narrazione
> legata al mondo vegetale.
Nel saggio, Ferrari non è mai polemico nel raccontare questa disputa, mai
accusatorio o denigratorio; cerca, al contrario, di mostrare con rara
oggettività sia i risultati degli studi che propongono le nuove ipotesi, sia le
critiche agli stessi. Tuttavia, alla fine della sua analisi, ci tiene a
sottolineare il proprio punto di vista, maturato dopo anni di approfondimenti
> Le argomentazioni e le proposte di Calvo, Mancuso, Baluška, Gagliano e altri
> mi pare che manchino di quella sostanza che costituisce le teorie scientifiche
> solide, robuste e soprattutto definitive. […] Per adesso, per quanto
> affascinante, il sussurro di una foresta solo altruista resta una voce ancora
> troppo debole per essere inserita nel grande archivio delle valide teorie
> scientifiche confermate.
Dopo la storia della vita sulla Terra da cui si origina l’alterità vegetale e la
disanima dell’accesissima disputa scientifica attorno alle nuove ipotesi, si
arriva così al cuore della riflessione finale del libro:
> I problemi non risiedono solo nella scienza in sé, ma anche (anzi,
> soprattutto) nell’applicazione di queste ipotesi all’universo laico. Fuori dai
> laboratori, cosa ne pensa “la gente”?
È qui che il saggio, passo dopo passo, acquisisce il ritmo dell’inchiesta
giornalistica, interrogandosi sull’attualità e riflettendo a fondo sulle
scorciatoie narrative e le semplificazioni dilaganti attorno alle ipotesi della
“nuova botanica”:
> La narrazione delle “foreste altruiste” è un po’ scappata di mano; da ipotesi
> scientifica ha tracimato un po’ ovunque nella società, dai mezzi di
> comunicazione alle aule universitarie ‒ e non solo quelle di biologia o
> scienze forestali. Da proposta scientifica supportata da dati presi sul campo
> è diventata una metafora e si è trasformata in realtà.
Ma anche in questo caso, invece di fermarsi alla pars destruens, Ferrari esorta
i lettori a fare un passo in avanti, proponendo un profondo ripensamento della
narrazione legata al mondo vegetale:
> La proposta alternativa, molto più ambiziosa, è quella di usare i fatti
> scientifici non come pietre per demolire l’edificio narrativo esistente, ma
> come mattoni per costruirne uno più vasto, solido e, in definitiva, più
> affascinante. La narrazione delle “foreste altruiste” e delle “piante
> intelligenti”, per quanto seducente, finisce per essere uno specchio
> rimpicciolito dei nostri desideri: proietta sulla natura le nostre virtù e gli
> ideali che vorremmo raggiungere, rendendola familiare ma privandola della sua
> maestosa e autentica alienità.
Con le sue riflessioni finali, Ferrari sembra rivolgersi non solo e non tanto al
lettore appassionato di scienza e natura. L’esortazione sembra rivolta, in
particolare, ai propri pari (i giornalisti, i divulgatori della scienza) e a chi
fa parte della comunità scientifica: se questa narrazione ha potuto diffondersi
fino ad arrivare addirittura a essere normalizzata nei libri per bambini
significa che in questi anni non c’è stata la forza, la volontà, la possibilità
o la fantasia di cercare e costruire un’efficace alternativa. Se si condividono
i rischi di questa deriva ‒ sembra di leggere tra le righe ‒ allora ognuno
dovrebbe fare la propria parte per cambiare rotta, contribuendo a raccontare il
mondo vegetale valorizzandone il fascino autentico.
Perché in fondo, come scrive Ferrari: “La natura non ha alcun bisogno di
assomigliare a noi per essere degna di meraviglia e di rispetto”.
L'articolo Le piante non sono animali verdi di Marco Ferrari proviene da Il
Tascabile.
P er parlare davvero di Mary Poppins bisogna compiere un piccolo atto di onestà
con sé stessi: riconoscere che non stiamo parlando soltanto di un film Disney
del 1964, ma di un oggetto culturale che si è insinuato nel nostro immaginario
collettivo. È uno di quei titoli che molti credono di conoscere a memoria, che
sembrano rassicuranti, quasi innocui, e che invece, se osservati con attenzione,
rivelano una struttura narrativa sorprendentemente stratificata.
La trama, nella sua apparente semplicità, è lineare. Londra, inizi del
Novecento. La famiglia Banks vive in una casa elegante al numero 17 di Cherry
Tree Lane. Il padre, George Banks, è un uomo rigido, impiegato di banca,
convinto sostenitore dell’ordine, della disciplina e delle convenzioni sociali.
La madre, Winifred, è distratta dalle sue battaglie per l’emancipazione
femminile, figura affettuosa ma assente. I due bambini, Jane e Michael, sono
vivaci, fantasiosi, incapaci di adattarsi alle governanti che si susseguono e
fuggono una dopo l’altra. E poi c’è Bert, artista di strada, spazzacamino e
venditore ambulante. È in questo equilibrio precarioche irrompe MaryPoppins,
sospinta dal vento proveniente da est. Non si presenta come una semplice tata,
non chiede, non si adatta. Si impone con una sicurezza quasiimperturbabile.
Da quel momento, la casa dei Banks diventa il teatro di una trasformazione che
non riguarda soltanto i bambini, ma l’intera famiglia. Le giornate si riempiono
di magiche avventure; sotto la superficie musicale e coreografica, si muove un
filo narrativo preciso, la riconciliazione tra il padre e i figli, il recupero
di un’umanità soffocata dall’ossessione per il dovere e per il successo
economico. Il significato più immediato di Mary Poppins è quello di un inno
all’immaginazione come forza salvifica. Non una fuga sconsiderata dalla realtà,
ma una maniera per riabitarla in modo più autentico. La fantasia, nel film, non
distrugge l’ordine, lo riequilibra. Non nega la responsabilità adulta, ma la
rende più umana. Quando George Banks attraversa la crisi professionale e
personale che lo porterà a cantare “L’aquilone”, non è diventato un bambino. È
diventato un adulto capace di guardare il mondo con uno sguardo meno irrigidito.
La sua uscita nel 1964, in un’epoca di trasformazioni sociali e culturali,
amplifica ulteriormente il suo impatto. In un mondo occidentale sospeso tra
tradizione e modernità, tra disciplina postbellica e fermento rivoluzionario,
Mary Poppins propone una sintesi rassicurante ma non superficiale, il
cambiamento è possibile senza distruggere le fondamenta, la fantasia può
convivere con la responsabilità. Ed è forse per questo che il film continua a
essere oggetto di riletture, teorie, perfino complotti narrativi. Sono andato
alla ricerca di tutte queste interpretazioni, ho fatto un lavoro d’archivio
andando a cercare in forum e siti di tutto il mondo le ipotesi più o meno
assurde.
Se si pensa a Mary Poppins, la prima immagine che mi viene in mente non è
inquietante, non è perturbante, non è nemmeno misteriosa. È rassicurante.
> Il significato più immediato di Mary Poppins è quello di un inno
> all’immaginazione come forza salvifica. Non una fuga sconsiderata dalla
> realtà, ma una maniera per riabitarla in modo più autentico. La fantasia, nel
> film, non distrugge l’ordine, lo riequilibra.
Eppure, come spesso accade con i prodotti culturali che entrano nella nostra
formazione emotiva, a un certo punto qualcosa si incrina. Non il film in sé, ma
lo sguardo con cui torniamo a osservarlo. Crescendo, ci si accorge che certi
dettagli stonano leggermente. Che alcune dinamiche sono meno innocenti di quanto
sembrassero. Che sotto la superficie può celarsi un sottotesto più ambiguo.
La rete è diventata il luogo privilegiato di questa operazione di scavo quasi
ossessivo. Discussioni lunghissime, utenti che collegano universi narrativi
lontanissimi, che isolano fotogrammi, che analizzano battute come fossero
frammenti da decifrare. È in questo sottobosco digitale che Mary Poppins ha
conosciuto una seconda vita, non più fiaba musicale Disney del 1964, ma crocevia
delle più disparate teorie.
La prima e più immediata di queste ipotesi riguarda il rapporto tra Mary Poppins
e Bert. Alcuni teorizzano che Mary Poppins non sia solo capitata nella vita di
Bert per caso, ma che sia stata in passato la sua tata quando lui, bambino,
viveva un’infanzia difficile. La teoria si basa su un punto chiave: quando Bert
canta “Supercalifragilistichespiralidoso”, racconta di aver vissuto un periodo
della sua giovinezza in cui non parlava e di come quella parola magica abbia
cambiato tutto per lui. L’argomentazione di questa ipotesi è che solo Mary
Poppins avrebbe potuto insegnargli quella parola e che proprio lei gli avrebbe
mostrato come trovare gioia anche nel lavoro, da musicista ambulante, da
spazzacamino, da venditore di aquiloni. Questa lettura si basa su elementi
impliciti ma suggestivi, l’assenza di stupore di Bert di fronte alle magie di
Mary e la sua familiarità con la realtà soprannaturale.
Un’altra teoria che vede Mary Poppins e Bert protagonisti è quella in cui i due
sarebbero stati marito e moglie prima degli eventi del film. Questa ipotesi è
tra le più struggenti e complesse interpretazioni proposte dagli appassionati,
perché non si limita a ricollegare due personaggi in un legame non esplicito, ma
cerca di ricostruire un passato condiviso fatto di desideri, perdita e
accettazione. L’ipotesi, così come formulata in un thread su Reddit, prende
avvio da un’osservazione semplice ma carica di implicazioni. Nel film, Mary
Poppins e Bert non sono mai presentati come una coppia romantica, né viene mai
raccontato alcun passato comune, eppure tra loro si percepisce un’affinità, uno
sguardo complice, un modo di guardarsi che va oltre la pura amicizia.
> Crescendo, ci si accorge che certi dettagli stonano leggermente. Che alcune
> dinamiche sono meno innocenti di quanto sembrassero. Che sotto la superficie
> può celarsi un sottotesto più ambiguo. La rete è diventata il luogo
> privilegiato di questa operazione di scavo quasi ossessivo e Mary Poppins ha
> conosciuto una seconda vita.
In questa ricostruzione, Mary desiderava ardentemente diventare madre, e insieme
a Bert, un uomo pieno di spirito e dedito al lavoro, avrebbero cercato di
costruire una famiglia. Tuttavia, si suppone che Mary abbia sofferto
complicazioni legate alla possibilità di avere figli, un’incertezza medica o una
malattia che alla fine l’ha portata prematuramente via dalla vita terrena. Nel
frattempo, Bert si sarebbe trovato a gestire da solo le difficoltà economiche e
il peso dell’elaborazione del lutto, affannandosi tra lavori di strada, da
musicista ambulante a venditore di aquiloni, nel tentativo di mantenere intatta
la promessa di gioia che aveva condiviso con Mary. È interessante notare che la
teoria non si limita a immaginare un passato romantico tra i due, ma cerca di
spiegare anche il comportamento di Bert nel presente narrativo del film. La sua
abitudine a sdrammatizzare, il suo sorriso costante di fronte alle difficoltà,
persino il modo in cui affronta il rischio e la caduta sociale in un mondo che
premia ordine e disciplina, tutto questo verrebbe reinterpretato come un
meccanismo di sopravvivenza psicologica, un modo di onorare la memoria della
moglie e di mantenere viva la promessa di gioia che avevano fatto di portare
felicità ovunque andassero.
Nei commenti alla discussione, la reazione degli utenti è stata
sorprendentemente vivace. Alcuni esprimono entusiasmo per la profondità emotiva
della teoria, sostenendo che essa dia un senso all’intensità dello sguardo di
Bert verso Mary, come se lui stesse rivedendo la compagna defunta nelle scene in
cui appare particolarmente partecipe delle sue magie. Altri, pur trovando l’idea
affascinante, sottolineano che non esiste alcun indizio canonico nel film che
confermi un matrimonio passato tra i due, e che potrebbe trattarsi semplicemente
di un rapporto di amicizia profonda. Un ulteriore punto sollevato riguarda gli
sguardi finali di Mary a Bert verso la fine del film. Secondo i sostenitori
della teoria, la scena in cui lei sorride fugacemente a Bert prima di
allontanarsi non è affatto un sorriso di semplice affetto, ma un’espressione
intrisa di malinconia e di addio definitivo. Un momento in cui lei riconosce che
la sua funzione tra i vivi è conclusa e che deve permettere a sé stessa e a Bert
di lasciarsi andare. Questo particolare è letto dagli utenti come una prova
narrativa della possibilità che Bert stia cercando una forma di chiusura
emotiva, non solo nei confronti della famiglia Banks ma anche nei confronti
della perdita personale che lo ha segnato nel passato.
Altri commenti sollevano osservazioni critiche, ricordando che tale
interpretazione non sia in linea con il tono stesso del film, che è pensato per
un pubblico familiare e non affronta aperture narrative così cupe e intimamente
dolorose. C’è chi nota inoltre che la saga letteraria originale di Mary Poppins,
scritta da P.L. Travers, non offre alcun indizio in questo senso, rendendo la
teoria un puro esercizio di fanfiction emotiva piuttosto che una rilettura
basata su elementi canonici. Eppure, nonostante la mancanza di evidenze testuali
forti, la teoria mantiene un certo fascino proprio perché si fonda su temi
universali come amore, perdita, desiderio di appartenenza, difficoltà a lasciar
andare qualcuno che ha segnato la nostra vita. In questo senso, essa funziona
non tanto come spiegazione “ufficiale” dei retroscena del film, quanto come
interpretazione simbolica che rispecchia la vulnerabilità intrinseca di molti
spettatori. Mary Poppins non è solo la guida dei bambini Banks, è un archetipo
che incarna anche la cura, la maternità mancata, la compassione che vive oltre
la morte. Bert, dal canto suo, potrebbe rappresentare quella dimensione di chi
continua a vivere la gioia come atto di fedeltà a ciò che un tempo era stato
condiviso.
> Secondo una teoria, Mary Poppins e Bert sarebbero stati marito e moglie prima
> degli eventi del film e Mary sarebbe stata poi colpita da una malattia che
> alla fine l’ha portata via dalla vita terrena, diventando un archetipo che
> incarna la cura, la maternità mancata, la compassione che vive oltre la morte.
Un’altra teoria va oltre il legame diretto tra Mary e Bert e propone che il
signor Dawes senior, il banchiere anziano interpretato dallo stesso attore Dick
Van Dyke che interpreta Bert, sia in realtà il padre biologico di Bert. Questa
lettura sfrutta proprio il doppio ruolo dell’attore come indizio narrativo.
Secondo la teoria, non si tratterebbe di una scelta di casting casuale, ma di
una connessione familiare celata sotto la superficie del film. Bert non sarebbe
semplicemente un’anima libera che incontra Mary per caso, ma un figlio cresciuto
sotto l’ombra del rigore di una figura autoritaria (il banchiere), salvato in
gioventù proprio dalla tata, e che ora vive una vita più semplice come gesto di
ribellione rispetto alle aspettative paterne.
Una parte della teoria amplia ulteriormente il quadro familiare proponendo che
lo zio Albert, l’uomo che ride fino a levitare da terra, sia il fratello del
signor Dawes e quindi lo zio di Bert. Il gioco di nomi tra Albert e Bert diventa
qui un indizio narrativo. Il fatto che Bert si chiami così potrebbe non essere
un caso, ma un omaggio al fratello di Dawes, con il quale Mary avrebbe avuto un
rapporto stabile quando era tata di Bert da piccolo. Anche qui, gli utenti
analizzano i dettagli.
Albert levita quando ride, proprio come altri personaggi che hanno incontrato
Mary, e ciò viene interpretato come una prova indiretta di un legame
continuativo con la tata. I commenti alla discussione mostrano una varietà
sorprendente di reazioni. Alcuni apprezzano la coerenza dell’ipotesi, lodando
l’originalità e la costruzione narrativa elegante della teoria, mentre altri
suggeriscono ulteriori ramificazioni, come la possibilità che Mary e Bert
possano essere entità simili o connesse a un piano metafisico più ampio,
alludendo a interpretazioni più romantiche o addirittura soprannaturali del loro
rapporto.
Queste tre relazioni, Mary Poppins come ex tata di Bert, il signor Dawes come
padre di Bert, e Albert come zio di Bert, non sono semplici congetture gratuite.
Ognuna delle tre interpreta dettagli già presenti nel film e li rilegge alla
luce di un quadro narrativo più complesso, suggerendo che il testo filmico
potrebbe celare una rete di legami umani e psicologici non esplicitati ma
profondamente presenti. Il fatto che tutte queste ipotesi trovino terreno
fertile proprio nel modo in cui i personaggi interagiscono, nelle canzoni, nelle
risate levitanti, nelle reazioni emotive, indica che la narrazione non è priva
di sfumature e che una visione attenta può aprirsi a interpretazioni più ricche
di significato sotteso.
Infine, è significativo osservare come le comunità online abbiano reagito a
queste ipotesi. Molti commenti mostrano entusiasmo, altri equilibrio critico, ma
tutti contribuiscono a una conversazione più ampia sulla natura delle storie e
su quanto il pubblico sia disposto a investire nella ricerca di significati
nascosti. In definitiva, queste tre relazioni nascoste trasformano Mary Poppins
da semplice musical a un’opera narrativa che può ancora sorprendere, offrendo
spunti interpretativi che, pur non essendo “ufficiali”, mostrano quanto ricco e
stratificato sia il testo originale quando viene letto con attenzione critica e
immaginazione collettiva.
Un altro personaggio del film che è stato protagonista di numerose teorie è
quello della donna che dà da mangiare ai piccioni sui gradini della Cattedrale
di St. Paul. Apparentemente marginale, questa figura suscita da tempo
l’interesse dei fans perché incarna una serie di possibili letture teoriche che
ampliano il significato tematico del film al di là del suo tono fiabesco. La
visione più immediata è semplicemente quella di una povera donna senza fissa
dimora. Nel film la vediamo ogni mattina con un sacchetto di pane, invitando i
passanti a comprarlo e a dar da mangiare agli uccelli. Da qui nascono varie
teorie che tentano di spiegare chi sia veramente questa donna e cosa rappresenti
nel quadro più ampio del film. Una delle interpretazioni più affascinanti vede
la donna dei piccioni come la madre di Mary Poppins. Una figura che un tempo
possedeva poteri simili alla figlia, ma che, per ragioni oscure (amarezza verso
il mondo o abbandono da parte di Mary), ha rinunciato alla propria magia per
dedicarsi semplicemente a nutrire gli animali. In questa lettura, Mary saprebbe
chi è la donna non perché semplicemente la incontra ogni giorno, ma perché c’è
un legame personale di sangue o di esperienza profondamente condivisa.
> Il fatto che tutte queste ipotesi trovino terreno fertile proprio nel modo in
> cui i personaggi interagiscono, nelle canzoni, nelle risate levitanti, nelle
> reazioni emotive, indica che la narrazione non è priva di sfumature e che una
> visione attenta può aprirsi a interpretazioni più ricche di significato
> sotteso.
Una variante di questa stessa idea sostiene che la donna non abbia perso i suoi
poteri, ma li abbia deliberatamente sacrificati per consentire alla figlia di
diventare ciò che è. Una sorta di patto di passaggio tra generazioni, in cui il
potere costringe a una rinuncia sacrificante. Altre interpretazioni si spingono
più lontano, descrivendo la donna dei piccioni come una versione molto anziana
di Mary stessa, proveniente da un possibile futuro alternativo. Una terza linea
interpretativa eleva la donna dei piccioni a figura quasi sacra, simbolo di
compassione universale. Qui non importa se sia o meno collegata personalmente a
Mary; ciò che conta è che la sua presenza e il suo gesto di cura incarnano un
principio morale che il film vuole trasmettere: la gentilezza verso ogni forma
di vita, anche la più umile.
Cambiando decisamente tono, la teoria forse più celebre in rete è quella che
collega Mary Poppins a Pennywise, il clown di It. Sì, proprio lui. L’entità
partorita dalla mente di Stephen King. L’idea, apparentemente ridicola, è che i
due siano creature ultraterrene che visitano periodicamente il mondo umano per
nutrirsi delle emozioni dei bambini. Il parallelo nasce da alcune coincidenze
narrative: entrambi arrivano quando il vento cambia, entrambi si manifestano con
modalità teatrali, entrambi scompaiono senza lasciare tracce concrete, entrambi
operano principalmente nel mondo dell’infanzia. Ma il punto centrale è un altro:
Pennywise si nutre della paura, Mary Poppins della gioia e dell’immaginazione.
Due polarità opposte della stessa necessità energetica.
Su alcuni forum questa teoria viene argomentata con una meticolosità quasi
scientifica. C’è chi sottolinea che Mary Poppins appare in momenti di
vulnerabilità familiare, come un predatore che intercetta un ecosistema
emotivamente instabile. C’è chi osserva che dopo la sua partenza i bambini
conservano ricordi vaghi, come se l’esperienza fosse stata filtrata o rimossa.
Se la si osserva da vicino, questa teoria è meno assurda di quanto sembri. Non
perché sia plausibile nel senso letterale, ma perché intercetta qualcosa di
reale. Mary Poppins non appartiene davvero al mondo degli adulti, ma non è
nemmeno una semplice compagna di giochi per bambini. È altro.
> La teoria forse più celebre in rete è quella che collega Mary Poppins a
> Pennywise, il clown di It, l’entità partorita dalla mente di Stephen King.
> L’idea, apparentemente ridicola, è che i due siano creature ultraterrene che
> visitano periodicamente il mondo umano per nutrirsi delle emozioni dei
> bambini.
Un’altra teoria molto discussa è quella che la colloca nell’universo di Harry
Potter. Qui il tono cambia, non più creatura cosmica predatoria, ma strega
perfettamente integrata nel mondo magico.
Secondo alcuni utenti, Mary Poppins sarebbe una diplomata di Hogwarts, forse
addirittura un’agente del Ministero della Magia incaricata di monitorare
famiglie babbane con potenziali figli magici. Le prove sono affascinanti,
l’ombrello come bacchetta camuffata, la capacità di manipolare la realtà con
apparente nonchalance, la comunicazione con animali, la levitazione. Tutti
elementi che rientrano perfettamente nell’universo potteriano.
Poi c’è la teoria che la identifica come un Signore del Tempo, della serie
Doctor Who. Qui Mary Poppins arriva, interviene per correggere una linea
narrativa familiare che rischia di degenerare, poi riparte. Non invecchia, non
cambia, non resta. Se si guarda il film con questo filtro, la struttura diventa
quasi episodica. Una visitatrice temporale che entra in una famiglia
disfunzionale inglese, ne modifica il corso emotivo e se ne va, lasciando il
tessuto temporale “riparato”. È una lettura che rivela una verità strutturale:
Mary Poppins è un agente di trasformazione. Non evolve lei, fa evolvere gli
altri.
Ma tra tutte le teorie, quella che più mi ha colpito per il suo carattere
disturbante è la lettura psicologica che la trasforma in una metafora di
dipendenza. Secondo alcuni utenti, l’esperienza vissuta dai bambini Banks
durante le sequenze più surreali, il salto nel disegno con i gessetti, la danza
sui tetti, la risata che fa volare lo zio Albert, sarebbe interpretabile come
uno stato alterato di coscienza. Mary Poppins diventerebbe così la
catalizzatrice di un’euforia temporanea, quasi chimica. Quando lei se ne va,
resta un vuoto. Un’assenza. Una nostalgia intensa. La famiglia appare
trasformata, certo, ma c’è anche un senso di perdita. Letta in questo modo, Mary
Poppins non è solo una tata magica, è l’incarnazione di un picco emotivo
irripetibile. Un’esperienza che non può durare, proprio perché la sua intensità
la renderebbe insostenibile, l’impossibilità della felicità assoluta.
Alcuni teorizzatori si lasciano andare anche a interpretazioni radicali atte a
scandagliare la psiche di Mary Poppins. Il film infatti non sarebbe più un
semplice inno alla fantasia, ma un’esperienza emotiva più profonda, e in alcuni
casi dolorosa. Ecco quindi che Mary Poppins soffrirebbe di depressione clinica.
Non è un’idea soltanto provocatoria o paradossale, ma una rilettura psicologica
che cerca di esplorare il volto oscuro della perfezione apparente. L’ipotesi
nasce da un’analisi attenta del comportamento del personaggio nel corso del
film. Mary Poppins non è la figura di pura gioia che la narrazione superficiale
sembra presentare, ma una donna che maschera una profonda sofferenza con un
ghigno composto e una performance di perfezione.
> Molte di queste teorie, per quanto assurde, nascono da una medesima radice. Il
> disagio verso una figura troppo perfetta. Troppo autonoma. Troppo indipendente
> dalle dinamiche sociali e affettive tradizionali. Mary Poppins non chiede di
> essere amata. Non si lega. Non promette ritorni. È radicalmente libera.
Un’ulteriore teoria, la descrive come una figura manipolatrice, quasi
narcisistica. Mary Poppins decide cosa è giusto, cosa è sbagliato, quando si
canta, quando si ride, quando si impara. Non chiede mai veramente il consenso.
Impone un metodo, seppur mascherato da gioco. Osservata in questa luce, la
frase: “Praticamente perfetta sotto ogni aspetto”, diventa una dichiarazione
ambigua. È davvero perfezione, o è controllo assoluto della situazione? Non
dimentichiamo che è lei a stabilire le regole del mondo magico in cui trascina i
bambini. È lei a decidere quando l’esperienza finisce. È lei a riscrivere le
priorità emotive della famiglia.
E qui emerge un punto interessante: molte di queste teorie, per quanto assurde,
nascono da una medesima radice. Il disagio verso una figura troppo perfetta.
Troppo autonoma. Troppo indipendente dalle dinamiche sociali e affettive
tradizionali. Mary Poppins non chiede di essere amata. Non si lega. Non promette
ritorni. È radicalmente libera. Forse è proprio questa libertà a generare
sospetto. In un panorama narrativo in cui le figure femminili sono spesso
incasellate in ruoli prevedibili, Mary Poppins sfugge. Non è madre, non è
amante, non è semplice lavoratrice. È un’entità che attraversa i mondi. E questa
autonomia, riletta con lo sguardo contemporaneo e con la lente deformante dei
forum online, può assumere contorni inquietanti.
Rileggere Mary Poppins attraverso queste teorie significa, in fondo, fare i
conti con il nostro bisogno di complicare l’innocenza. Ma ciò che resta, al di
là delle speculazioni, è la straordinaria personalità del personaggio. Perché
può essere contemporaneamente tata, strega, entità energetica, manipolatrice
emotiva. Può attraversare universi narrativi senza perdere la propria identità
iconica. E forse è proprio questo il punto. Le teorie più assurde non
distruggono il mito di Mary Poppins, lo rafforzano. Lo espandono. Trasformano un
film musicale degli anni Sessanta in un oggetto culturale ancora vivo, ancora
capace di generare dibattito, ironia, inquietudine. Se oggi torniamo a guardare
quell’ombrello aprirsi nel cielo di Londra, sappiamo che dietro quel volo
elegante si nasconde un enigma. Non necessariamente oscuro, ma certamente
insondabile. E forse è giusto così. Perché alcune figure devono restare sospese
tra spiegazione e mistero. Devono poter essere, allo stesso tempo, carezze e
vertigini.
Mary Poppins, con il suo sorriso appena accennato e la sua valigia impossibile,
continua a camminare su quella linea sottile. Tra fiaba e assurde teorie. Tra
canzone e cosmologia.
E in quel confine, paradossalmente, trova la sua forma più autentica.
L'articolo Poppins Files proviene da Il Tascabile.
I l male che non c’è è l’ultimo romanzo di Giulia Caminito, uscito a settembre
del 2024 per Bompiani. Come suggerisce il titolo, il tema centrale del romanzo è
l’ipocondria. Scegliendo di raccontare questo disagio seriamente, e non
sfruttandolo a scopi comici come pure avrebbe suggerito il modello del Malato
immaginario di Molière, Caminito si inserisce in una lunga tradizione: da Svevo
a Gadda, da Berto a Pecoraro, passando per Volponi, Ottieri, Morante, la
narrativa del Novecento ha legittimato con sempre più insistenza la possibilità
di rappresentare la condizione dell’ipocondriaco come un male invalidante verso
cui provare empatia. A dimostrazione della vitalità dell’argomento, già solo
l’anno scorso sono usciti almeno altri due romanzi di scrittori importanti che
lo hanno, se non affrontato, almeno lambito: parlo di Malbianco di Mario Desiati
e del recentissimo Lo sbilico di Alcide Pierantozzi. Per motivi di studio e
ricerca (è stato l’oggetto della mia tesi di dottorato) negli ultimi quattro o
cinque anni mi sono trovato a leggere un gran numero di romanzi con protagonisti
ipocondriaci. Tra le tante cose che sono venute fuori durante il mio lavoro, una
delle più interessanti è che la stragrande maggioranza dei personaggi
ipocondriaci della narrativa (italiana, ma forse non soltanto) sono maschi, e
questo persino quando a scriverne sono delle autrici (esempi possibili sono
Matilde Serao, la Marchesa Colombi, Elsa Morante che pure, in parte, fa
eccezione). Si tratta di una statistica che ho provato a spiegarmi in vari modi,
il principale dei quali è che la fragilità fa storicamente più problema
nell’identità maschile, e si sa che la letteratura (almeno quella grande)
racconta più volentieri le cose che sono difficili da dire. Ma è anche
naturalmente un dato che va preso con le molle, perché si riferisce ai testi che
ho reperito io durante questi anni. Può darsi che mi sia sfuggita una grande
quantità di romanzi e racconti che contenessero personaggi ipocondriaci
femminili. Tra l’altro, è una tendenza che mi pare si stia invertendo (o almeno
affievolendo) proprio di recente: ipocondriache si trovano, per esempio, nei
libri di Gilda Policastro. E tuttavia mi colpisce che anche nel caso del romanzo
di Caminito il protagonista, Loris, sia un maschio. Per questo motivo, oltre che
ovviamente per i meriti del romanzo in generale, mi sono deciso a chiederle
un’intervista, domandandole le ragioni che stanno dietro a questa e altre
scelte.
INNANZITUTTO, GRAZIE PER AVER ACCETTATO DI RISPONDERE ALLE MIE DOMANDE. HO
APPREZZATO MOLTO IL MALE CHE NON C’È, È UN ROMANZO CUPO E ANCHE UN PO’
ASFISSIANTE, ONESTAMENTE NON FACILE DA LEGGERE: NON TANTO PER LO STILE, CHE È
LIMPIDISSIMO, QUANTO PER IL CONTENUTO OSSESSIVO DEI PENSIERI DEL PERSONAGGIO E
PER LA SUA RADICALE MANCANZA DI INIZIATIVA. PER QUEST’ULTIMO ASPETTO, MI HA
RICORDATO UN ROMANZO CHE PIÙ CHE DI IPOCONDRIA PARLA DI DEPRESSIONE, IL
BELLISSIMO UN UOMO CHE DORME DI GEORGES PEREC. IL TUO ROMANZO È, PER IL RESTO,
DIVERSISSIMO, PER ALCUNI TRATTI ORIGINALE RISPETTO A QUELLI CHE HO STUDIATO.
VORREI PERÒ PARTIRE DA QUEL CHE LO ACCOMUNA A MOLTI DEI SUOI ANTECEDENTI: LA
SCELTA DI UN PROTAGONISTA DI SESSO MASCHILE. LORIS È UN TRENTENNE CHE LAVORA
NELL’EDITORIA, HA UN SENSO FIN TROPPO SPICCATO PER I REFUSI (ALTRUI E PROPRI) E
SOPRATTUTTO UNA PAURA MATTA DI AMMALARSI. SULLA RIVISTA LETTERATE MAGAZINE È
USCITO NEL 2020 (NON A CASO, IN PIENA TEMPESTA COVID) UN TUO BELLISSIMO ARTICOLO
AUTOBIOGRAFICO CHE PARLA PROPRIO DELLA TUA IPOCONDRIA, E IN TERMINI ANALOGHI TI
SEI ESPRESSA IN UN’INTERVISTA RILASCIATA AL MESSAGGERO NELLO STESSO ANNO. NON SI
TRATTA, CORREGGIMI SE SBAGLIO, DELL’UNICA CARATTERISTICA CHE CONDIVIDI CON LORIS
(PENSO ANCHE ALLE ORIGINI AFRICANE DI UNA PARTE DELLA TUA FAMIGLIA, CHE HAI
RACCONTATO IN UN ALTRO ROMANZO, LA GRANDE A). SE È VERO CHE IL TEMA
DELL’IPOCONDRIA TI RIGUARDA MOLTO A LIVELLO PERSONALE, COME TU STESSA HAI
CONFESSATO, POSSO CHIEDERTI COME MAI HAI SENTITO L’ESIGENZA DI FILTRARLO DAL
PUNTO DI VISTA DI UN MASCHIO? FORSE PER L’INFLUENZA DI ALCUNI MODELLI, COME IL
MALE OSCURO DI GIUSEPPE BERTO, CHE CITI IN EPIGRAFE E RIPRENDI QUASI ALLA
LETTERA NEL TITOLO? E, PIÙ IN GENERALE, TI VENGONO IN MENTE PERSONAGGI
IPOCONDRIACI FEMMINILI CHE TI ABBIANO ISPIRATA?
La scelta di un protagonista maschile ha diverse ragioni. Intanto io venivo da
un romanzo, L’acqua del lago non è mai dolce, tutto incentrato su una prima voce
narrante femminile e avevo quindi bisogno di cambiare tipo di personaggio e di
narrazione per non cadere nell’eco di quella precedente e cercare di variare
nella mia scrittura, darmi spazio di sperimentare. Poi, proprio perché partivo
da premesse personali e autobiografiche, ma non volevo scrivere un memoir,
inserire il filtro di un personaggio di genere diverso dal mio mi ha permesso di
generare una utile distanza e ragionare sul materiale autobiografico da un punto
di vista finzionale. Insomma, è stata una scelta ponderata e non in relazione
alle rappresentazioni classiche dell’uomo ipocondriaco, ma per esigenze mie sia
personali che di scrittura. L’ipocondria è una scusa per indagare il rapporto
tra salute e malattia, vita e morte, paura e realtà. E provare a farlo
attraverso un personaggio diverso da me ‒ ma anche a me vicino e comodo ‒ mi è
sembrato il modo più valido per procedere nell’indagine e portarla più avanti
possibile liberandomi di troppi riferimenti personali diretti e faticosi.
UNA COSA CHE HO RISCONTRATO SPESSO NEI MIEI STUDI È CHE, QUANDO LO STATUTO DI
REALTÀ DELLA MALATTIA È IN DISCUSSIONE IN UN PERSONAGGIO FEMMINILE, MOLTO SPESSO
SI VIENE A SCOPRIRE CHE IL SUO DISAGIO, PIÙ CHE IMMAGINARIO, È FINTO. È QUANTO
ACCADE PER ESEMPIO NEL ROMANZO FANTASIA (1883) DI MATILDE SERAO, MA CASI
ANALOGHI SI POSSONO TROVARE ANCHE IN ALTRI TESTI, SOPRATTUTTO OTTOCENTESCHI. DEL
RESTO, PROPRIO DI FINE OTTOCENTO È UNA RICCA PUBBLICISTICA PARASCIENTIFICA SULLA
PRESUNTA ABILITÀ DELLE DONNE DI FINGERE, DI INGANNARE L’UOMO (CI SONO PAGINE DI
LOMBROSO E MANTEGAZZA SULL’ARGOMENTO, ABBASTANZA IMPRESSIONANTI PER LA LORO
MISOGINIA). IN FONDO, LO STESSO CONCETTO DI ISTERIA (BASTI PENSARE A FOSCA)
AFFONDA LE RADICI IN QUESTO HUMUS. SENZA FARE SPOILER, POSSIAMO DIRE CHE QUESTA
DICOTOMIA DI STAMPO MISOGINO (L’UOMO CREDE DAVVERO DI ESSERE MALATO, LA DONNA SA
BENISSIMO DI FINGERE) FA CAPOLINO A UN CERTO PUNTO ANCHE NEL TUO LIBRO.
NELL’INTERVISTA AL MESSAGGERO DICI GIUSTAMENTE CHE OGGI ALLE DONNE SI CHIEDE DI
ESSERE PIÙ PERFORMATIVE: IN ALTRE PAROLE, LA FRAGILITÀ FEMMINILE È OGGI
PERCEPITA COME QUALCOSA DI PIÙ PROBLEMATICO RISPETTO A UNA VOLTA. IN CHE MISURA
LE TUE SCELTE DI POETICA SONO FRUTTO DI UNA POLEMICA CONSAPEVOLE CON L’OPINIONE
DEI MASCHI (O DI ALCUNI DI ESSI)? E IN CHE MISURA INVECE POTREBBERO ESSERNE
STATE CONDIZIONATE?
Come dicevo nella risposta precedente, la scelta del personaggio maschile non ha
un valore polemico per me in questo romanzo. Anzi, è il tentativo di raccontare
un maschile che io sento profondamente vicino e credo che l’ipocondria, come
disturbo del credersi malati, non abbia genere. Io che ne ho sofferto non ho mai
sentito alcuna consapevolezza di finzione e non credo che nel romanzo ci sia
questa dicotomia tra donne che sanno di fingere e uomini che invece credono
realmente di stare male. Il malato immaginario è solo uno, Loris, e, come è
capitato a me, crede davvero nei suoi sintomi, li fa suoi. La credenza e il
rapporto asfissiante col corpo sono temi del romanzo. Per quanto riguarda Serao,
per esempio, è una scrittrice che ha sempre giocato molto con i ruoli
maschile-femminile in aperta polemica con certe pose maschili di genio (si può
leggere in racconti come L’amante sciocca), ma ha anche rappresentato un
femminile crudele e non si è mai espressa a favore del femminismo o
protofemminismo, anzi. Penso sia una scrittrice complessa e con molti livelli di
lettura, vista anche la mole della sua produzione.
Nei miei romanzi ho cercato di far assumere ai miei personaggi maschili o
femminili posizioni varie e meno stereotipate possibili, per non creare livelli
narrativi piatti e poco significanti. Credo di essere influenzata molto dalla
letteratura scritta dagli uomini perché come chiunque mi sono formata su quella
letteratura, la amo e la rispetto, ma penso che anche le mie posizioni politiche
e consapevolezze come donna partecipino, anche se non sempre in maniera
programmatica, alla mia scrittura.
NEL LIBRO L’INCONSCIO COME INSIEMI INFINITI (1981), IGNACIO MATTE BLANCO
SOSTIENE CHE LA COSCIENZA E L’INCONSCIO RAGIONANO SECONDO DUE LOGICHE DIVERSE.
MENTRE PER LA NOSTRA COSCIENZA ESISTONO DEI RAPPORTI IRREVERSIBILI, CHE MATTE
BLANCO DEFINISCE ASIMMETRICI (COME PER ESEMPIO QUELLO TRA PADRE E FIGLIO: SE
LAIO È PADRE DI EDIPO, ALLORA EDIPO NON PUÒ ESSERE PADRE DI LAIO),
NELL’INCONSCIO SUCCEDE DI REGOLA L’OPPOSTO: SE LAIO È PADRE DI EDIPO, ALLORA
EDIPO È PADRE DI LAIO. NELL’INCONSCIO, CIOÈ, TUTTI I RAPPORTI ASIMMETRICI SONO
TRADOTTI IN TERMINI DI RECIPROCITÀ E DI SIMMETRIA, PER CUI MOLTE COSE CHE
NORMALMENTE CONSIDERIAMO DISTINTE COMINCIANO A SOMIGLIARSI E A SCAMBIARSI TRA DI
LORO. IN UNA TUTTO SOMMATO RECENTE INTERPRETAZIONE DELL’IPOCONDRIA ALLA LUCE
DELLE SUE TEORIE CONTENUTA NEL LIBRO L’IPOCONDRIA E IL DUBBIO. L’APPROCCIO
PSICOANALITICO (2011), UN CASO CLINICO DAL NOME (FITTIZIO) DI PASQUALE DICE DI
SÉ QUANTO SEGUE: “SICCOME CHI FUMA UNA SIGARETTA PUÒ ANDARE INCONTRO PIÙ
FACILMENTE DI ALTRI ALL’INFARTO, NEL MOMENTO IN CUI IO SONO UN FUMATORE, STO PER
ANDARE INCONTRO ALL’INFARTO. CHI HA L’AIDS HA LE GHIANDOLE GONFIE, SE IO HO LE
GHIANDOLE GONFIE HO L’AIDS”. IN QUESTA INCAPACITÀ DI RICONOSCERE I CONFINI TRA
SÉ E GLI ALTRI, DI PORRE UN LIMITE ALLA POSSIBILITÀ DEL MONDO DI INFLUENZARCI,
MI SEMBRA CHE RISIEDA ANCHE IL DRAMMA DI LORIS. NON SOLO LORIS VIVE LE MALATTIE
DEGLI ALTRI COME MINACCE ALLA SUA STESSA SALUTE, NON SOLO LA PAROLA SCRITTA DEI
LIBRI CHE LEGGE LO INVESTE COME UN FIUME IN PIENA, MA PERSINO QUANDO GUARDA IL
TELEGIORNALE NON RIESCE A LIBERARSI DELL’IMPRESSIONE CHE TUTTE LE NOTIZIE (QUASI
SEMPRE TERRIBILI) CHE VENGONO DAL MONDO IN QUALCHE MODO LO RIGUARDINO, LO
CHIAMINO IN CAUSA. E, NONOSTANTE QUESTO, NON RIESCE A TROVARE UN MODO PER
REAGIRE, E ANZI RESTRINGE SEMPRE PIÙ GLI SPAZI DELLA SUA “PENDOLARITÀ MINIMA”,
CHIUDENDOSI SEMPRE PIÙ IN SÉ STESSO. L’IPOCONDRIA È L’ALTRA FACCIA DI UNA
COAZIONE ALL’EMPATIA?
C’è sicuramente un lato empatico notevole nell’ipocondria, un’empatia che però
perde il suo carattere dialogante e diventa estremamente egoistica. Il problema
non è tanto la sofferenza altrui quanto il fatto che quella sofferenza possa
capitare a Loris, o a me. C’è una parte di senso di impotenza e senso di colpa
nel sapere dei mali degli altri, ma c’è anche subito la proiezione su sé stessi
e la paura cieca è generata da questa proiezione e dal fatto che non si sente il
confine tra sé stessi e il mondo. Funziona esattamente come l’esempio che hai
riportato: se x accade nel mondo, x accadrà a me. Questa equazione psicologica è
immediata, irreversibile e potenzialmente persecutoria. Per cui dal momento in
cui x entra nella mente dell’ipocondriaco grave, x non ne uscirà finché non
verrà soppiantata da y per evidenza di fatti.
Loris nel romanzo insegue le risposte a queste equazioni, assume quasi una
posizione scientifica: deve essere certo di non avere x, deve averne le prove.
Il parere sommario di un medico non è sufficiente per liberarsi dall’ombra di x,
serve di più, serve un’indagine accurata. Tutto il tempo che Loris passa a
pensare e a occuparsi di x è tempo che leva alla vita e quindi anche alle
preoccupazioni che la vita si porta dietro. X diventa un diversivo, un’evasione,
un pensiero altro che occupa lo spazio mentale e orienta l’ansia verso un punto
prestabilito. Credo che sia un fortissimo e drammatico meccanismo di difesa e
risposta all’ansia generalizzata, al trauma o a condizioni di vita estremamente
frustranti.
QUESTA ESTREMA PERMEABILITÀ DI LORIS A TUTTO CIÒ CHE LO CIRCONDA (QUASI COME SE
LA SUA BOLLA PROSSEMICA SI FOSSE ALL’IMPROVVISO AZZERATA) SI ARTICOLA IN SENSO
NON SOLO SPAZIALE MA ANCHE TEMPORALE. IN ALTRE PAROLE, LORIS È OSSESSIONATO DAL
PASSATO. COROLLARIO DELL’IPOTESI DI MATTE BLANCO È IN EFFETTI CHE NELL’INCONSCIO
NON POSSONO ESISTERE NÉ LO SPAZIO NÉ IL TEMPO, PERCHÉ CONCETTI COME “PRIMA” E
“DOPO”, “AVANTI” E “INDIETRO” ISTITUISCONO PER DEFINIZIONE DELLE ASIMMETRIE:
FATTI E PERSONE APPARTENENTI A PERIODI E CONTESTI DIVERSI DELLA NOSTRA VITA, AL
REGNO DELLA REALTÀ E A QUELLO DELLE CHIMERE, VENGONO DUNQUE A CONVIVERE IN UN
UNIVERSO PIÙ GRANDE, PARALLELO E SOGNATO. È, CIOÈ, COME SE L’IPOCONDRIACO SI
RICONNETTESSE A UNA PERCEZIONE DEL PROPRIO CORPO ALLARGATA ANCHE SUL PIANO DEL
TEMPO: NEL CASO DI LORIS, AVVIENE UNA VERA E PROPRIA REGRESSIONE (TRA LE ALTRE
COSE, DIVENTA IMPOTENTE E SI PISCIA ADDOSSO). IN FONDO, IL GESTO PRINCIPE
DELL’IPOCONDRIACO CONSISTE NEL METTERSI A LETTO, COSÌ RIATTIVANDO IL BISOGNO DI
CURA ASSOLUTA (E DUNQUE DI ASSOLUTA ‒ VIENE DA DIRE SIMMETRICA ‒ COMUNIONE COL
CORPO DELLA MADRE). IL MALE CHE NON C’È È ANCHE UN ROMANZO SUL RICORDO COME
GESTO AUTOPERSECUTORIO?
Nel romanzo coesistono il presente di Loris e il suo passato e ho cercato di
farne percepire il legame indissolubile, ma anche l’aspetto persecutorio. Io
come persona tendo a crogiolarmi moltissimo nel passato, e questo gioca sempre
quindi un ruolo nei miei romanzi. Per Loris l’infanzia è sia lo spazio della
crescita, della bellezza, della serenità, che quello del trauma. Il giardino del
nonno Tempesta è un Eden da cui a un certo punto Loris viene cacciato, perché la
vita cambia e in breve tempo, alla morte del nonno, la casa va lasciata, il
cancello va chiuso. La maggior parte dei miei sogni ancora abitano quella casa,
quell’orto, quei colombi e lo stesso vale per Loris che è colpito da flash del
suo passato continui. La sua missione è quella di rompere il meccanismo
autopersecutorio e riconnettersi al suo passato in maniera più sana, più
consapevole e meno angosciante. Nel suo passato si annida il dolore, ma anche
una parte integra e vitale della sua identità. Il percorso analitico che io
stessa sto compiendo mi ha permesso di entrare in contatto col passato e
maneggiarlo senza sentirlo incandescente e feroce. Loris non è pronto a un
percorso psicologico, ma lascio intendere che lo sarà e che il ritorno all’Eden
è possibile, anche se il giardino è cambiato e bisogna ricominciare a levare una
dopo l’altra le erbacce che lo hanno infestato.
UN RUOLO SPECIALE NEL ROMANZO RIVESTONO I PERSONAGGI NON UMANI: DA ANIMALI COME
I PICCIONI AL MUTAFORMA IMMAGINARIO CHE SI CHIAMA CATASTROFE (LONTANO PARENTE
ANSIOGENO DELL’ARMADILLO DI ZEROCALCARE; È UN’INTERESSANTE ‒ E ORIGINALE ‒
TORSIONE DEL RACCONTO DELL’IPOCONDRIA VERSO IL FANTASTICO). GLI ANIMALI PER
LORIS ESISTONO SOPRATTUTTO NEL PASSATO (SONO RIEVOCATI TALVOLTA IN SITUAZIONI
CRUENTE) O, COME LE MALATTIE, NEL DELIRIO: MI RIFERISCO NATURALMENTE
ALL’AGNELLINO, IMMAGINE DELL’ESPIAZIONE, CHE HA OCCHI “NERI E PROFONDI”, CHE
“ARRIVANO AL CENTRO DELLA TERRA” PROPRIO COME L’AFRICA ‒ UN LUOGO CON CUI, COME
ABBIAMO VISTO, LA TUA FAMIGLIA HA UN LEGAME. ORA, IL NESSO TRA LA PAURA DI
AMMALARSI E L’AFRICA È MENO PEREGRINO DI QUEL CHE SI POTREBBE IMMAGINARE, SE SI
PENSA A UN ROMANZO COME TEMPO DI UCCIDERE DI ENNIO FLAIANO, IN CUI IL TIMORE DEL
CONTAGIO DELLA LEBBRA IN SEGUITO ALL’OMICIDIO DI UNA RAGAZZA INDIGENA DIVENTA LO
SPAZIO DI PROIEZIONE DEL SENSO DI COLPA E DELLA DISINTEGRAZIONE PSICHICA LEGATA
ALL’ESPERIENZA COLONIALE. IN CHE MISURA LA STORIA DI LORIS SOMIGLIA A QUELLA DI
GIADA, PROTAGONISTA DEL TUO ESORDIO, LA GRANDE A? GLI ANIMALI SONO FIGURE DEL
DELITTO E DI UNA POSSIBILE ESPIAZIONE?
Ho voluto riproporre il passato della mia famiglia portandolo anche in questo
romanzo, perché volevo che Tempesta avesse un trascorso da raccontare,
presentasse un altrove nelle conversazioni con suo nipote, gli mostrasse la
grandezza del mondo, delle conoscenze possibili. Tempesta è insieme l’uomo del
piccolo spazio dell’orto e del grande spazio dell’Africa, portatore di
esperienze vicinissime e lontanissime. Sia in La grande A che in Il male che non
c’è gli animali simbolo – la gazzella e il colombo – vengono resi casalinghi,
c’è il tentativo di trasformare creature normalmente non associate al contatto
quotidiano con gli umani a compagni di vita comune. Ma la loro natura è
instabile, le condizioni in cui gli umani li fanno vivere sono innaturali e
l’epilogo è quindi sempre quello della perdita. Come la gazzella si rompe una
zampa e non riesce più a guarire per colpa dei bambini che l’hanno presa di
mira, così i colombi vengono mangiati da un cane del vicino di casa. Tutti
elementi presenti perché umani. In condizioni di libertà gli animali avrebbero
avuto forse un altro destino. È il destino anche di Cane in Un giorno verrà, il
lupo selvaggio che Lupo – il bambino – porta con sé in paese e fa suo compagno.
Sono relazioni benevole, tentativi di amicizia che però intaccano il mondo
naturale, mettono in pericolo la gazzella, il lupo e i colombi e li rendono
esposti a incidenti che se lasciati privi di legame con gli uomini non avrebbero
incontrato. Ci tengo all’elemento animale nei miei romanzi, perché mi interrogo
sia sul ruolo simbolico degli animali che su quello vitale. Credo che ci sarà
sempre un animale in ogni mio libro, non sento di poterne fare a meno.
L'articolo Equazioni dell’ansia proviene da Il Tascabile.
I mmagina mostrare The King of Comedy a un ragazzino che cerca di fare il botto
con le cripto. The King of Comedy – in italiano, Re per una notte – è un film di
Martin Scorsese del 1983. Se ne è riparlato diffusamente nel 2019, quando è
uscito Joker di Todd Phillips, che a The King of Comedy rimanda in più modi. In
entrambi i film, il protagonista è un aspirante comico che desidera il successo
e coltiva un ambiguo amore-odio per il conduttore di un late night show
televisivo. In Joker, però, scopriamo molto presto quanto sono scarse le battute
e quant’è angosciante la presenza scenica di Arthur Fleck; The King of Comedy
invece rimanda la performance decisiva fin quasi all’ultimo momento, e intanto
si concentra sul rivelare gradualmente i lati fastidiosi della personalità di
Rupert Pupkin, uomo stucchevole, invadente, egotico, violento e per giunta privo
di qualunque rimorso. Alcuni di questi caratteri dipendono dal suo grave
scollamento dalla realtà, ma per quanto un presunto problema psichiatrico possa
renderlo meno responsabile delle sue azioni, non lo rende più simpatico.
Attirando la nostra attenzione sul cratere che sta dove dovrebbero stare le
abilità sociali di Pupkin, il film ci porta a dare per scontato che anche le sue
battute saranno tremende ‒ anzi, ci induce a sperarlo. Dentro di noi, qualcosa
conta sul pubblico del monologo finale per dare la meritata punizione, col
silenzio o coi fischi, a questo dilettante pieno di sé, che pretende di
diventare famoso senza nemmeno fare la gavetta nei locali. Qualcuno dovrà pur
rompere la bolla di illusioni in cui vive. Le nostre speranze sono mal riposte:
avremmo dovuto separare l’arte dall’artista. Il monologo di Pupkin al Jerry
Langford Show in diretta nazionale non sarà straordinario, ed è percorso da
un’inquietante sotterranea disperazione, ma non è neppure malaccio, e infatti
riscuote solo applausi. A Propaganda Live, per fare un paragone, abbiamo sentito
comici peggiori, che per farsi mandare in onda non avevano neppure dovuto
sequestrare Zoro, a differenza di quanto fa Pupkin con Langford.
Le sorprese non finiscono qui: i servizi giornalistici in coda al film ci
informano che Pupkin, arrestato appena dopo l’esibizione e condannato a sei anni
di carcere, ha ottenuto un contratto milionario per un’autobiografia di cui già
si prospetta un adattamento cinematografico, e nell’ultima scena lo vediamo
riapparire davanti a un pubblico in ovazione, circondato dalle telecamere di uno
studio televisivo. Ma allora non c’è più religione! In effetti no, perché il
bersaglio critico di Scorsese non è il singolo morto di fama ma la società
pronta a rendere celebre una persona fortemente disturbata pur di farsi quattro
risate. Nel 1983, questo livello di lettura era a disposizione di tutti; oggi
invece, sospetto, siamo tanto abituati all’idea del successo come mera lotteria
che The King of Comedy può sembrare una storia motivazionale. Un ragazzino di
quelli a cui accennavo all’inizio, quelli che tentano di diventare ricchi
speculando sulle criptovalute, potrebbe tranquillamente leggerci del mindset:
Pupkin fa di tutto pur di raggiungere il suo obiettivo, tratta le persone che ha
intorno come se l’unica scelta a loro disposizione fosse assecondarlo o
togliersi di mezzo, e alla fine l’obiettivo lo raggiunge eccome. Forse è stato
anche per non esporsi a quest’ambiguità, che Joker quarant’anni dopo ha
disegnato per Arthur Fleck un altro destino: il mondo dello spettacolo lo
espelle, e la sua trasformazione in icona popolare avviene per vie del tutto
diverse.
È possibile che mi sbagli, sulle capacità di analisi del testo cinematografico
dei più avidi di denaro tra gli appartenenti alla Generazione Alpha; accoglierò
volentieri i pareri di insegnanti, genitori o altri che trattino abitualmente
con adolescenti. E comunque, che importa? Il punto non è denigrare loro ma
rilevare che il contesto attuale – la mancanza di opportunità per fare qualcosa
della propria vita – rende normale una storia che vorrebbe essere assurda. Vale
la pena di rifletterci. Se quella diventa normale, quali diventano assurde?
Per esempio, le vicende di neolaureati che solo grazie a impegno e ingegno
diventano milionari: nessuno ci crede più, perché troppo spesso i loro
protagonisti si rivelano provenienti da famiglie con capitali disponibili o
capacità di procurarsene. Persino nel Paese a cui per antonomasia ricolleghiamo
i sogni di successo nello spettacolo, gli Stati Uniti, molti ormai diffidano
delle rapide ascese alla fama di musicisti mai sentiti prima: la reazione
immediata è sospettarli di essere industry plant, pedine senza talento spinte
dalle etichette discografiche in quanto figli d’arte o perché portatori di un
qualche tratto identitario capace di attrarre una nicchia specifica del mercato.
> Viene da chiedersi se non sia diventato irresponsabile convincere i giovani
> che vale la pena di capire cosa vogliono dalla vita e di formarsi per
> ottenerlo.
Con queste premesse, viene da chiedersi se non sia diventato irresponsabile
convincere i giovani che vale la pena di capire cosa vogliono dalla vita e di
formarsi per ottenerlo. La preoccupazione è sempre stata diffusa tra le famiglie
che sapevano di non poter sostenere qualunque progetto dei figli; oggi riguarda
chiunque non possa garantire alla prole una rendita vitalizia. La società, nel
suo complesso e soprattutto nelle sue istituzioni, non sembra aver preso
coscienza di questo impoverimento strutturale e continua a ripetersi che
l’impegno paga, con l’effetto perverso che tutti quelli che si impegnano senza
essere ripagati vivono nel senso d’inadeguatezza e nel rancore contro quella
stessa società. È ancora il caso di raccontare lo studio e la formazione come
investimenti, anziché come giochi d’azzardo o come mero consumo di esperienze?
In generale, ha ancora senso alimentare l’idea che nella vita dobbiamo scoprire
chi siamo dentro, nell’intimo, e poi esprimere nel mondo la nostra personalità?
Una rivoluzione leopardiana
Domande simili sorgono spontanee dalla lettura dell’ultimo libro di Raffaele
Alberto Ventura, La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe
disagiata (2025), come del resto nascevano già dalla lettura del suo primo,
Teoria della classe disagiata, uscito nel 2017. A suo tempo, la Teoria per me fu
una folgorazione, perché prima di allora non avevo realizzato che certe mie
insoddisfazioni e relative reazioni – per esempio, non trovare un lavoro
apprezzabile e valutare perciò di iscrivermi a un master – non erano tanto
pattern psicologici quanto socioeconomici, e che quelle scelte, aggregate a
quelle di decine di migliaia di altri insoddisfatti, potevano avere
ripercussioni a livello sistemico. Solo con la Teoria realizzai che anche altri,
in precedenza, avevano già provato a più riprese a spiegarmi le stesse cose, ma
non ero mai stato abbastanza disperato da ascoltarli. In quel momento dobbiamo
essere stati in parecchi ad avere le orecchie aperte, perché il libro fu una
hit.
Dei testi che mi coinvolgono, tendo a prendere quello che mi piace, trascurare
quello che non mi piace e sanare autonomamente nella mia testa gli eventuali
buchi o contraddizioni. Se di un saggio mi metto a valutare la coerenza interna,
lo sto leggendo col distacco del recensore, non col piglio di chi vuole
rivoltare la propria vita come un calzino. Mentre attraversavo il mio tentativo
di trasformazione, ero quasi stupito di veder circolare critiche feroci alla
Teoria, e per sanare la contraddizione mi impegnavo a separare le obiezioni
sensate dai rilievi pretestuosi e dalle irritazioni dovute al gusto di Ventura
per l’occasionale provocazione.
Tra le pretese che trovavo esagerate, da parte di alcuni critici, c’era quella
di una pars construens – questa cosa divenne un meme, nel Facebook editoriale
italiano – cioè di una prospettiva ulteriore che riscattasse la fotografia
desolante dell’Occidente contemporaneo e aprisse a qualcosa di meglio. Ma se gli
è venuto un buon libro apocalittico, pensavo io, perché non possiamo goderci il
libro apocalittico? Lo criticheremo se l’analisi è sbagliata, altrimenti lo
ringrazieremo per aver messo la pulce nell’orecchio a un po’ di gente sul fatto
che qualcosa non va, e troveremo delle “soluzioni cooperative” – come suggerisce
lui stesso – per rompere la logica individualista che all’apocalisse ci sta
appunto conducendo. Che senso ha che ce lo spieghi lui, da solo, cosa dovremmo
fare collettivamente, a meno che non possa presentare un’esperienza o una teoria
dell’organizzazione politica?
> Certe mie insoddisfazioni e relative reazioni non erano tanto pattern
> psicologici quanto socioeconomici, e quelle scelte, aggregate a quelle di
> decine di migliaia di altri insoddisfatti, potevano avere ripercussioni a
> livello sistemico.
Con amici e conoscenti mi sono trovato a ripetere più volte che se, per assurdo,
Ventura avesse scritto lo stesso libro ma lo avesse chiuso con “quindi dobbiamo
fare la rivoluzione”, nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Vi lascio
immaginare il mio stupore quando ho scoperto che così si chiude La conquista
dell’infelicità. Se anche ora verrà criticato, mi sentirò come se avessi perso
una scommessa. Certo – provo a cavillare coi bookmaker – resta un po’ vaga,
questa rivoluzione. Sin dalle prime pagine, non si capisce bene se sia
impossibile, difficile o già cominciata. Al sesto capitolo, una gustosa rassegna
di opinioni di rivoluzionari e controrivoluzionari eccellenti mette in
discussione la possibilità che sia proprio una classe disagiata, il soggetto
capace di innescare e portare a termine un cambiamento sociale radicale. Di
sicuro, quella nella Conquista non è “la” rivoluzione – non c’è un’ideologia
pronta a ispirarla e guidarne gli sviluppi – è “una” rivoluzione. Una e trina,
perché dovrà essere contemporaneamente “sociale, economica e culturale”.
E anzi, ancora qualcosa di più. Ventura affronta la necessità di un’ulteriore
rivoluzione personale, perché il modo dominante di produzione ci ha spinti in un
vicolo cieco con l’aiuto del modo dominante di concepire sé stessi e il fine
della propria vita. Serve quindi una trasformazione dei valori ideali in nome
dei quali agiamo, ma per conseguirla serve un sistema economico che premi i
comportamenti ispirati a quei valori, ma quel sistema può nascere solo da una
trasformazione valoriale, e così via in cerchio: potrebbe essere uno scacco
teorico, oppure una rappresentazione adeguata dei processi con cui si producono
organicamente i veri e propri cambi di paradigma, come quello di cui abbiamo
bisogno.
Se la felicità che ci hanno insegnato è quella della realizzazione personale,
dobbiamo ora convincerci ad andare alla conquista dell’infelicità? Possiamo
davvero rinunciare a diventare noi stessi ‒ cioè rinunciare all’aspirazione di
combaciare, un giorno, con l’immagine che abbiamo di noi stessi?
La “classe disagiata” di Ventura è segnata da uno scompenso: ha accumulato
conoscenze, competenze e titoli di studio richiesti dal mercato del lavoro
intellettuale ma non riesce a guadagnare abbastanza denaro o ad avere condizioni
di vita tali da sentirsi “realizzata”. Nei termini di Pierre Bourdieu, possiede
capitale culturale e riesce a tramutarlo in capitale sociale; fallisce quando
arriva il momento di convertirlo in un capitale economico adeguato alle proprie
aspettative. Il riferimento alle aspettative rende ovviamente tutto molto
relativo. Rappresentanti della classe disagiata possono essere individui in
condizioni materiali diversissime: il laureato in filosofia che avrebbe voluto
fare un dottorato e si ritrova a lavorare nel marketing, il giornalista che
avrebbe voluto entrare in una redazione e si ritrova freelance, e così pure
l’ingegnere che in Italia deve accettare di guadagnare una frazione di quello
che avrebbe ottenuto negli Stati Uniti. Il disagio è nell’animo ma non per
questo è meno politico, perché ciò di cui risente l’animo è proprio lo scompenso
fra le promesse del liberalismo e la sua realtà.
Possibile che sia tanto difficile accontentarsi e ripetersi che l’importante è
la salute? Be’, prima di tutto, pure la salute qua sta messa maluccio. E poi la
disponibilità ad accontentarsi ha un limite, tanto più risicato quanto più è
chiaro che a moltissimi è chiesto di accontentarsi mentre pochissimi fanno il
comodo loro a spese delle risorse naturali e del morale di tutti. Inoltre,
spiega Ventura, ad accomunare chi si ritrova nella classe disagiata è proprio
aver coltivato l’idea che il senso della vita non fosse tirare a campare ma
diventare sé stessi ‒ che, ribadisco, non vuol dire letteralmente “diventare sé
stessi”, perché quello è inevitabile, ma diventare quelli che vorremmo
diventare, e quindi precisamente chi non siamo (ancora); diventare “qualcuno”.
La delusione o disillusione, il momento che non arrivava mai per quel bambinone
di Rupert Pupkin, è uno dei grandi temi della Conquista, e insieme all’invidia e
alla paura costituisce uno dei punti di contatto con Modernità esplosiva di Eva
Illouz, uscito pochi mesi prima nella stessa collana di Einaudi, i Maverick. I
due condividono anche l’idea che le emozioni prendano forme specifiche per
ragioni socioeconomiche; laddove però la prima è interessata a esplorare le
emozioni in sé, ciascuna in dettaglio, senza metterle a sistema, il secondo
guarda alla macchina complessiva di cui le emozioni sono ingranaggi,
semilavorati e prodotti finiti.
> Se la felicità che ci hanno insegnato è quella della realizzazione personale,
> dobbiamo ora convincerci ad andare alla conquista dell’infelicità? Possiamo
> davvero rinunciare a diventare noi stessi ‒ cioè rinunciare all’aspirazione di
> combaciare, un giorno, con l’immagine che abbiamo di noi stessi?
Altra differenza significativa tra i loro punti di vista s’incontra nella –
sospiro – pars construens. Illouz contrappone la delusione al “sogno a occhi
aperti”; non sembra credere nella possibilità di capovolgere la delusione in
altro che mera illusione, “prodotto della cultura visiva e narrativa proposta
dai mass media”, ottimismo crudele capace di intrattenere e sedare attraverso il
consumo ma non di attivare politicamente. E così, più che sul contrario della
delusione, Illouz sembra puntare sul contrario della disperazione: la speranza.
Emozione chiave del mondo nato dall’Illuminismo, orientato al miglioramento e al
progresso terreno anziché alla beatitudine eterna, la speranza genera autostima,
fiducia, e un’aspirazione alla mobilità sociale — aspirazione a doppio taglio,
che può sì tradursi in una spinta collettiva, ma anche nella disponibilità a
tollerare la persistenza delle diseguaglianze, fintantoché si crede di poter
elevare le proprie condizioni o quelle dei propri figli.
La visione di Ventura, invece, ha un che di leopardiano: nonostante gli esseri
umani vissuti prima di noi siano stati capaci di fondare una civiltà
straordinaria, non erano animati da niente di meglio che illusioni. Per Leopardi
è straordinario l’eroismo dei Greci antichi; per Ventura lo sono piuttosto i
livelli di benessere garantiti dal liberalismo (estesi a platee sempre più ampie
grazie a chi ha temperato, del liberalismo, le tendenze più brutali). Per
entrambi, la ragione rivela che la nuda vita è poca cosa. Solo nuove finzioni
possono motivare gli esseri umani a modificare l’assetto esistente, e oggi è di
illusioni originali che abbiamo bisogno: un nuovo immaginario, che renda
desiderabile l’infelicità.
Ovviamente, parlare di “infelicità” è espediente retorico: il punto non è
rivalutare la sofferenza per la sofferenza ma accettare che della sofferenza sia
richiesta per mettere in moto la conquista di una nuova e diversa “felicità”; un
processo che passerebbe attraverso un downshifting della pretesa di essere sé
stessi – un processo forse accostabile alla psicodeflazione di Bifo? – per
arrivare collettivamente a una società caratterizzata da “forme nuove,
non-esclusive, adattive, fondate sulla cooperazione invece che sulla
competizione”. Per converso, chiedere al sistema attuale di distribuire meglio
le sue risorse, pretendere opportunità e reddito, sarebbe solo chiedere al
sistema attuale di funzionare, sarebbe un modo di continuare a crederci.
Ventura aveva già anticipato il suo auspicio di un nuovo immaginario nel finale
di Incanto, il saggio che ha dedicato al potere delle finzioni nel 2024:
> È da almeno un decennio che i film Disney ci preparano a questo cambio di
> paradigma culturale. Da Monsters University (2013) a Soul (2020) il tema
> centrale non è più tanto come realizzare le proprie aspirazioni quanto come
> imparare a essere felici in un mondo in cui non potremo realizzarle, ma forse
> possiamo renderci utili in un altro modo. E se la narratologia tradizionale
> insegna che una situazione di equilibrio turbata deve essere risolta
> ristabilendo un equilibrio, in molti di questi film ormai si dà per scontato
> che per i problemi che si pongono non c’è nessuna soluzione, ed è meglio
> passare subito a un piano B.
>
>
>
> [Max Weber] insegnava che ogni civiltà si fonda su rappresentazioni del mondo
> condivise, le sole in grado di fornire agli individui le motivazioni
> necessarie. E diceva: il mondo sta perdendo il suo incanto. Se vogliamo
> salvarci dalla catastrofe, dobbiamo riuscire a reincantare il mondo. Anche
> questa è una specie di magia: significa immaginare delle finzioni e poi
> iniziare a crederci, affinché diventino reali.
Finzioni sono, per fare degli esempi, il popolo, la nazione, la classe,
l’individuo e l’ambiente, se interpreto bene, e finzione sarebbe la pretesa di
decostruire o demistificare ogni finzione. In generale, sono finzioni i concetti
intorno ai quali possono essere aggregate delle energie, tipicamente con la
regia di qualcuno che non si capisce mai bene quanto ci creda davvero e quanto
voglia solo essere un leader. Fino a quando esercitano il loro potere, le
finzioni fanno da collante per uno o più gruppi sociali, anche se non producono
proprio per tutti le soddisfazioni e l’armonia che promettono. Quando arrivano a
produrle per pochissimi, perdono capacità di attrazione e lasciano intere
società in crisi di valori e di prospettive.
> Chiedere al sistema attuale di distribuire meglio le sue risorse, pretendere
> opportunità e reddito, sarebbe solo chiedere al sistema attuale di funzionare,
> sarebbe un modo di continuare a crederci.
Come rimpiazzare la promessa disattesa secondo cui tutti avremmo potuto fare
successo autenticamente, cioè in accordo con la nostra personalissima natura?
Ventura non propone una finzione alternativa e credo faccia bene così: un libro
che volesse rifondare la civiltà dovrebbe arrivare sull’onda di un movimento
reale, non cercare di innescarlo. D’altra parte, la questione è interessante. Da
quali semi o attraverso quali innesti nascono le finzioni che possono attecchire
in una società? Quali frutti producono? Nelle righe che seguono, vorrei provare
ad abbozzare una botanica minima delle finzioni, gettando uno sguardo oltre il
finale del libro di Ventura senza pretendere di completarne il discorso. A
tentare questa esplorazione mi spinge in particolare il riferimento
all’autenticità, tema centrale nella ricerca del senso della vita in Occidente
almeno dai tempi di Jean-Jacques Rousseau: se davvero questo concetto è legato a
doppio filo al progetto liberale, allora la ricerca di una promessa alternativa
a quella liberale potrebbe passare attraverso il reperimento di alternative
all’autenticità.
Sincerità, autenticità e profilismo
L’autenticità è una certa idea di fedeltà a noi stessi. Non è l’unica possibile?
No, e in fondo lo sappiamo benissimo, perché conosciamo le società tradizionali.
Sappiamo che in quei contesti ci si preoccupa di restare nel solco tracciato
dalla storia familiare, più che di tracciare un proprio solco unico e
irripetibile. Tendiamo forse a pensare che in questo le società tradizionali
abbiano sempre e solo espresso il bisogno di controllo di uomini dispotici e
donne bigotte, e ci siamo convinti che questo complotto abbia schiacciato per
millenni le individualità sotto il tallone dell’omologazione. Nel ridurre tutto
a questa dinamica, però, commettiamo un errore: guardiamo gli esseri umani del
passato (o i non occidentali) attraverso un concetto di fedeltà a sé stessi che
appartiene a noi e non a loro. A scanso di equivoci, non c’è niente di male ad
avere il punto di vista che ci è toccato in sorte. A volte è anche utile:
diffamando gratuitamente interi mondi sviluppiamo un negativo fotografico pronto
da invertire per immaginare invece il mondo futuro che vorremmo costruire.
Almeno ogni tanto, però, e soprattutto nei momenti di crisi, conviene provare a
capire qualcosa di quegli esseri umani lontani nel tempo o nello spazio, facendo
lo sforzo – incerto, approssimativo, finzionale – di ragionare nei loro termini.
Quando le società tradizionali prescrivono che una persona debba attenersi al
proprio ruolo di genere, o familiare, o di ceto, non intendono privarla
dell’identità: al contrario, ritengono che solo così possa assumere la sua
identità reale, nella convinzione che questa derivi da dati ineludibili legati
prima di tutto alla genealogia e al sesso. Contrariamente a quanto potremmo
pensare, apprezzano moltissimo l’autodeterminazione: ogni persona incarnerà il
ruolo a cui è stata destinata dalla sorte come solo lei sa fare, con l’ingegno e
la dedizione di cui è capace, e troverà in questo il senso della vita. Il nobile
dovrà cercare di affermarsi come un buon nobile; il contadino, come buon
contadino; la donna, come buona moglie e madre; e così via. Fintanto che le
aspirazioni di mobilità sociale sono destinate a essere frustrate, questa
ideologia è meno disonesta di quella per cui ci si aspetta dai figli di
contadini che diventino nobili, o dai figli della piccola borghesia italiana che
fondino una startup di successo nella Silicon Valley.
D’altra parte, non è un’ideologia che impedisca alle aspirazioni di formarsi.
Nella pratica, una quota di persone si è sempre percepita in gabbia nel ruolo
prescritto: già nel Primo secolo a.C., Ovidio dovette scontrarsi col padre che
non lo voleva letterato, e chissà quanti altri casi analoghi ci saranno stati
ancora prima, alternativamente disconosciuti, repressi, soppressi o
insperatamente sostenuti dalle famiglie. I personaggi del passato che
recuperiamo con più gusto sono proprio figli e figlie ribelli che hanno avuto
successo, o avrebbero potuto averlo se non fossero state loro tarpate le ali.
Nelle biografie di coloro che hanno seguito la propria chiamata interiore a
tutti i costi troviamo la conferma che anche noi dovremmo essere autori del
nostro destino, e anzi dovremmo sentirci in colpa se abbiamo trent’anni e le
idee ancora molto confuse.
Oggi, specularmente rispetto al passato, troviamo anomalo che le persone
facciano lo stesso lavoro dei genitori: se si tratta di lavori specialmente
desiderabili, le sospettiamo di essere nepo baby, arrivate dove sono
approfittando di una corsia preferenziale; se invece fanno qualcosa di umano,
come rilevare la pizzeria dei genitori in paese, ci chiediamo se siano state
costrette, se amino gestire pizzerie o se ripongano la propria autenticità in
un’attività diversa dal lavoro, magari usando il tempo libero per dipingere
miniature di Warhammer o costruire mobili o badare ai figli (eventualità che
oggi appartiene al reame delle scelte, più che agli obblighi connessi al ruolo).
A tal punto diamo per scontato che obiettivo di ciascuno sia ascoltarsi,
coltivarsi e sbocciare in un fiore unico e irripetibile, che abbiamo reso luogo
comune il timore di diventare uguali ai propri genitori.
> A tal punto diamo per scontato che obiettivo di ciascuno sia ascoltarsi,
> coltivarsi e sbocciare in un fiore unico e irripetibile, che abbiamo reso
> luogo comune il timore di diventare uguali ai propri genitori.
Nel 1970, il critico letterario Lionel Trilling chiamò per primo “sincerità” la
fedeltà a sé stessi che passa per l’aderenza al ruolo sociale e “autenticità”
quella che passa per l’aderenza al proprio intimo sentire. Nel 2021, i filosofi
Hans-Georg Moeller e Paul J. D’Ambrosio hanno recuperato e approfondito le due
categorie, definendole “tecnologie dell’identità”, e ne hanno introdotta una
terza per descrivere un tipo di fedeltà a sé stessi che si è diffusa nel
Ventunesimo secolo fino a diventare egemone. Il “profilismo”, così l’hanno
chiamata, è il criterio di gestione dell’identità di chi ha una personalità
pubblica, e ovviamente non rappresenta di per sé una novità: già prima
dell’avvento dei social, riguardava leader politici, divi dello spettacolo e
così via. La differenza radicale col passato è che oggi quasi tutti abbiamo
“profili”, sui social, e sotto la guida implicita delle piattaforme, anche i più
riluttanti hanno sviluppato le abilità necessarie a delineare e curare
un’immagine di sé esposta agli sguardi degli sconosciuti. Al limite estremo, chi
si è consegnato al profilismo è arrivato a ricalcare la propria stessa
personalità “autentica” sul profilo: “Su Instagram”, dichiara candidamente
l’influencer Carlo Sestini, “tutti cerchiamo di mostrarci migliori di come
siamo, ma nel farlo, ci autoeduchiamo ad esserlo veramente”.
In altre parole, il profilismo divora l’autenticità, salvo recuperarne il guscio
vuoto al proprio servizio. Un influencer autentico è come una storia realistica:
i fatti raccontati nella storia possono essere accaduti o meno, ma la narrazione
di quei fatti è comunque qualcosa di molto distante dal farne esperienza
diretta; il realismo non è la realtà, è un effetto che si ottiene attraverso
particolari espedienti. Come in un film si possono aggiungere esitazioni e
ripetizioni durante i dialoghi, così in un reel su Instagram ci si può
presentare struccate o tristi o contemporaneamente impegnati in un’altra
attività per suggerire che si sta aprendo una finestra senza filtri sulla
propria vita privata. “Il realismo è l’accessorio”, dice Walter Siti, e
l’autenticità sui social è una spezia a cui si può ricorrere con maggiore o
minore regolarità, un ingrediente che si può aggiungere alla propria immagine
tanto quanto potrebbero esserlo l’umorismo o la critica sociale.
Finzioni verosimili
Nel suo Storia della fama (2025), Alessandro Lolli isola il tratto che definisce
la persona famosa: essere conosciuta da persone che non conosce. La fama è
dunque un rapporto intersoggettivo, più che un attributo del singolo individuo,
ed è un rapporto che inevitabilmente riguarda – in modi anche molto diversi –
chiunque abbia una presenza pubblica. Interessante è che oggi una presenza
pubblica ce l’ha chiunque abbia un profilo su un social. Ciascuno può passare in
un momento dal rappresentare la persona conosciuta, in un dato contesto, al
rappresentare in un altro la persona conoscente. “Fama” è il nome della
relazione che si instaura in regime di profilismo, nota Lolli sulla scorta di
Moeller e D’Ambrosio.
E come un tempo si era innestata sull’autenticità la finzione del liberalismo,
oggi sul profilismo fa perno la finzione secondo cui tutti – o almeno tutti noi
“disagiati” – dovremmo poter diventare famosi per lavoro, cioè operare nel campo
di nostra scelta ma di fatto integrarne o rimpiazzarne i guadagni attraverso la
visibilità che siamo in grado di ottenere online. Per ogni nuova categoria di
creator che emerge, psicologi commercialisti tradwife nomadi e così via, sembra
aprirsi una nuova nicchia in cui affermarsi e accumulare un seguito social
sufficiente a guadagnarsi la pagnotta restando fedeli a sé stessi, cioè al
proprio profilo pubblico. In realtà, per uno che ci riesce, altri diecimila
sbattono contro il muro della realtà: la fama è una lotteria. Mentre la gran
parte delle risorse economiche si concentra sempre più in alto, giù in basso
pochissimi soggetti molto visibili accaparrano piccole fortune, e così, in
un’evoluzione della finzione precedente, continuiamo a illuderci di vivere in un
sistema meritocratico che apre a tutti le porte del successo.
> Mentre la gran parte delle risorse economiche si concentra sempre più in alto,
> giù in basso pochissimi soggetti molto visibili accaparrano piccole fortune, e
> così continuiamo a illuderci di vivere in un sistema meritocratico.
Per giunta, potremmo non aver ancora toccato il fondo. Sappiamo che il
profilismo è nato da una rivoluzione mediatica, l’avvento dei social network nel
primo decennio degli anni Duemila; oggi dobbiamo chiederci che genere di fedeltà
a sé stessi e che tipo di rapporti umani possano derivare dalla diffusione
capillare dei software che dialogano con l’utente in linguaggio naturale, quelli
capaci di generare testi e immagini e (se davvero arriveranno) gli “agenti” che
potrebbero farsi carico di operazioni ancor più complesse. Per il gusto di
essere costantemente intrattenuti, abbiamo passato gli ultimi quindici anni ad
addestrare algoritmi di raccomandazione su ogni genere di piattaforma; ora le
piattaforme sono in grado di sfornare contenuti targettizzati su misura per noi,
senza nemmeno più bisogno che vengano prodotti da altri utenti o da
professionisti. Non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi tempi i capitalisti
digitali e i loro alfieri cercassero di convincerci che l’obiettivo più
appagante nella vita è addestrare alla perfezione un sistema di machine learning
in cambio di un servizio più efficiente.
Chat, are we cooked? Esistono alternative? In linea di principio, anche troppe:
basta prendere un carattere del modello attuale di realizzazione personale,
capovolgerlo e immaginare una società in cui quel carattere venga premiato.
Contro il mito della ricchezza, si può concepire un mondo in cui sia ritenuto
tanto immorale accumulare beni e denaro oltre una certa soglia da renderlo
illegale. Contro il mito della specializzazione, si può immaginare di diffondere
l’ammirazione per il dilettantismo: le conoscenze superficiali in vari campi
prevarrebbero, per considerazione sociale, sull’idea di maturare conoscenze
approfondite in un campo solo. Nessun obiettivo è irraggiungibile, se
consideriamo che persino la povertà e la follia possono essere romanticizzate.
In generale, se esistono sottoculture che vivono come sincera realizzazione
personale quella che per gli altri sarebbe oggi una forma d’infelicità, allora è
possibile che un giorno quelle sottoculture prevalgano con le loro finzioni ‒
ammesso che non vengano prima riassorbite nella cultura dominante, per esempio
attraverso qualche isolata figura “ribelle” o campagne di promozione
dell’equilibrio tra lavoro e tempo libero ispirate alle procedure della Lumon
Industries.
Ventura, come dicevo, non propone direttamente nuove finzioni. In un punto,
suggerisce però che bisognerebbe valorizzare i lavori di cura. Si dà il caso che
la cura, come la fama, sia un tipo di relazione, e viene da chiedersi se lo
spunto non possa rivelarsi utile a proseguire il nostro esercizio speculativo.
Avrebbe senso far risalire il rapporto di cura – fisica e psichica ma anche
economica, relazionale, ecc. – a una forma specifica di fedeltà a sé stessi, e
al tempo stesso farne discendere una finzione capace di ispirare la vita
collettiva?
Ad animare chi offre cura sono state finora la sincerità (cioè l’aderenza al
ruolo di genitore, amico, psicoterapeuta, operatore sanitario, ecc.),
l’autenticità (cioè una forte spinta interiore ad aiutare gli altri, o almeno
alcuni altri) e il profilismo (com’è diventato evidente, in televisione e sui
social, durante la pandemia da Covid-19). Per spingere la popolazione
occidentale a realizzarsi nella filantropia – chiamiamo così la fedeltà a sé
stessi in regime di cura – sarebbero senz’altro necessari decenni di propaganda,
ma se è per questo sono stati necessari secoli per dare forma al mondo attuale.
La finzione comune diventerebbe forse la prospettiva di poter salvare più vite
possibili più a lungo possibile, di poterne garantire la qualità
nell’invecchiamento, di poter sanare ogni situazione di bisogno. Non è certo
l’orizzonte in cui si muovano oggi nel complesso l’economia e la società, che
per ora lasciano questi compiti a specifici comparti industriali, dentro e fuori
dal mercato.
> La finzione comune diventerebbe la prospettiva di poter sanare ogni situazione
> di bisogno. Non è certo l’orizzonte in cui si muovano oggi nel complesso
> l’economia e la società, che per ora lasciano questi compiti a specifici
> comparti industriali, dentro e fuori dal mercato.
L’esperienza di questi comparti però ci rivela alcuni dei problemi connessi a
obiettivi del genere: il rischio dell’accanimento terapeutico, oppure il già
citato carattere relativo del livello minimo di benessere accettabile, il cui
ripristino in nome della cura potrebbe richiedere risorse molto maggiori in
alcune parti del mondo rispetto ad altre, ponendo problemi di iniquità non
diversi dagli attuali. Del resto, qualunque finzione corre il rischio di restare
incompiuta, distante dal proprio ideale ultimo come la finzione stessa del
liberalismo, a fronte della scarsità delle risorse disponibili e della
difficoltà nel mettere tutti d’accordo; non si può squalificarla solo per
questo.
Ragionamento simile si potrebbe fare per un’alternativa più ambiziosa della
cura, ossia il mutualismo, rapporto simmetrico e basato sulla consuetudine
anziché sull’emergenza temporanea. È vero che, nell’ultimo secolo, la promessa
secondo cui a ognuno si sarebbe potuto chiedere ciò di cui era capace, in modo
da fornire a ognuno ciò di cui aveva bisogno, è stata disattesa dall’interno,
sabotata dall’esterno, e al momento non gode di grande popolarità. Tuttavia, non
è impossibile che una parte del suo spirito si reincarni in qualcosa di nuovo e
libero dal peso della Storia. Forse meglio non parlarne qui, per evitare di
dover concludere col più paraculo dei “Quindi dobbiamo fare la rivoluzione”.
L'articolo Botanica delle finzioni collettive proviene da Il Tascabile.
P roviamo a immaginare questa scena: siamo nello studio di un ambulatorio
ospedaliero di medicina interna. Il monitor è acceso da qualche minuto. La
cartella clinica digitale è completa: anamnesi, esami ematochimici, imaging, una
serie di indicatori sintetizzati in grafici che scorrono ordinati sulla destra
dello schermo. In basso, evidenziata in un riquadro discreto ma visivamente
centrale, compare una raccomandazione: probabilità di beneficio elevata, rischio
accettabile, consigliato l’avvio di una terapia anticoagulante in un paziente
con fibrillazione atriale e profilo di rischio tromboembolico significativo. Il
medico legge, rilegge, poi alza lo sguardo verso il paziente seduto di fronte a
lui. La decisione, almeno formalmente, spetta ancora a lui.
Non c’è nulla di coercitivo in quel suggerimento. Nessun allarme rosso, nessun
obbligo esplicito. Eppure, il peso che esercita è tangibile. Non perché imponga
una scelta, ma perché la rende asimmetrica: accoglierla significa seguire una
traiettoria già validata, statisticamente fondata, condivisa da
un’infrastruttura che promette affidabilità; discostarsene richiede invece una
giustificazione ulteriore, una deviazione consapevole che dovrà essere spiegata,
forse difesa. In questo scarto silenzioso prende forma una nuova condizione
della decisione clinica contemporanea: un atto che resta umano nella sua firma
finale, ma che viene preparato, orientato e in parte anticipato da sistemi
tecnologici sempre più pervasivi, come accade nei sistemi di supporto alle
decisioni cliniche (CDSS, Clinical Decision Support Systems), software che
analizzano dati sanitari e suggeriscono possibili decisioni terapeutiche,
affiancando il giudizio clinico senza sostituirlo.
> Studi clinici hanno mostrato che modelli di deep learning possono raggiungere
> prestazioni comparabili o superiori a quelle degli specialisti
> nell’identificazione di patologie come tumori cutanei o lesioni radiologiche
> complesse.
Scene come questa non sono eccezionali. Si ripetono quotidianamente in reparti
ospedalieri, ambulatori, pronto soccorso. A volte il suggerimento arriva sotto
forma di punteggio di rischio inteso come una stima numerica della probabilità
che si verifichi un determinato evento clinico, altre come raccomandazione
terapeutica, altre ancora come priorità di accesso a una procedura. Cambia
l’interfaccia, non la logica sottostante: un insieme di modelli predittivi,
regole apprese dai dati, correlazioni statistiche trasformate in indicazioni
operative.
Studi clinici hanno mostrato che modelli di deep learning, cioè sistemi
informatici che apprendono a riconoscere schemi complessi analizzando grandi
quantità di dati, in modo simile a come l’esperienza permette agli esseri umani
di affinare il riconoscimento visivo, possono raggiungere prestazioni
comparabili o superiori a quelle degli specialisti nell’identificazione di
alcune patologie, come tumori cutanei o lesioni radiologiche complesse,
contribuendo a migliorare l’accuratezza diagnostica e la stratificazione del
rischio nei pazienti. In questi contesti, l’intelligenza artificiale (IA) non
sostituisce il medico, ma amplia la sua capacità di osservazione, rendendo
disponibili informazioni che difficilmente emergerebbero dall’esperienza
individuale. La decisione resta nelle mani del clinico, ma viene indirizzata
verso opzioni considerate ragionevoli, efficienti e più facilmente
giustificabili, che orientano il percorso di cura.
La scena raccontata a inizio articolo ha radici lontane. Già nel Novecento i
primi sistemi di supporto alle decisioni cliniche aiutavano il medico a ridurre
la variabilità e l’errore, affiancando il giudizio umano con strumenti
oggettivi. Tra questi primi sistemi c’era ad esempio MYCIN, sviluppato negli
anni Settanta all’Università di Stanford, che aiutava a diagnosticare infezioni
batteriche e suggeriva dosaggi di antibiotici basandosi su un insieme di regole
codificate dagli esperti. Sempre in quegli anni, altri sistemi, come
Internist-1, fornivano supporto nella diagnosi di malattie complesse, chiedendo
al medico di inserire sintomi e segni clinici per ottenere un elenco di
possibili diagnosi ordinate per probabilità. All’epoca si trattava di strumenti
relativamente semplici, costruiti su poche variabili e su schemi decisionali
predefiniti; oggi parliamo, invece, di modelli complessi, addestrati su milioni
di dati, in grado di cogliere pattern invisibili all’esperienza individuale. Ma
il nodo concettuale resta sorprendentemente simile: come cambia una decisione
quando non nasce più soltanto dal sapere di una persona, ma da un’infrastruttura
che combina l’intelligenza di esseri umani e macchine, come già avveniva nei
primi sistemi esperti medici sviluppati negli anni Settanta.
> L’intelligenza artificiale non decide al posto del medico, piuttosto
> costruisce l’orizzonte entro cui la decisione prende forma. Il risultato è una
> forma di delega parziale, che non elimina la responsabilità individuale ma la
> riorganizza.
Un episodio spesso citato nella storia della medicina computazionale riguarda
l’introduzione dei primi sistemi di triage algoritmico nei pronto soccorso
statunitensi. Nati per gestire l’aumento dei flussi e ridurre i tempi di attesa,
questi strumenti promettevano di assegnare le priorità in modo più equo e
razionale. Il personale restava libero di intervenire, di modificare l’ordine
suggerito. Tuttavia, col tempo, la deviazione dalla raccomandazione algoritmica
iniziò a essere percepita come un’eccezione da giustificare, non come una delle
alternative legittime. Il criterio implicito non era più soltanto “che cosa è
meglio per questo paziente”, ma anche “che cosa è difendibile rispetto a ciò che
il sistema indica”, una dinamica che diventa particolarmente visibile quando gli
algoritmi incidono sulla distribuzione delle risorse sanitarie.
Un caso emblematico riguarda un algoritmo ampiamente utilizzato negli Stati
Uniti per identificare i pazienti che necessitavano di programmi di assistenza
sanitaria intensiva. Studi successivi hanno mostrato che il sistema sottostimava
sistematicamente i bisogni dei pazienti neri rispetto a quelli bianchi con
condizioni cliniche simili, perché utilizzava i costi sanitari sostenuti in
passato come proxy dello stato di salute. Poiché storicamente i pazienti neri
avevano avuto minore accesso alle cure, il modello interpretava questa minore
spesa come indicatore di minore gravità clinica, riproducendo e amplificando una
disuguaglianza preesistente. L’errore non nasceva da una decisione
discriminatoria esplicita, ma dalla logica statistica incorporata nel sistema.
Qui emerge il nodo centrale della questione. La decisione resta, sulla carta, un
atto umano: qualcuno clicca, firma, approva. Ma il contesto in cui quella
decisione viene presa è radicalmente trasformato. L’IA non decide al posto del
clinico; piuttosto, costruisce l’orizzonte entro cui la decisione prende forma,
stabilendo ciò che appare normale, probabile, raccomandabile. Il risultato è una
forma di delega parziale, spesso impercettibile, che non elimina la
responsabilità individuale ma la riorganizza.
Riflettere su questo passaggio non significa denunciare una perdita di umanità
né invocare un ritorno a un passato idealizzato. Significa piuttosto rendere
visibile un passaggio spesso dato per scontato: quello in cui la decisione, pur
restando formalmente umana, viene progressivamente trasformata in un atto di
ratifica di suggerimenti prodotti altrove. È da questo punto che occorre partire
per interrogarsi sul ruolo dell’intelligenza artificiale in sanità, non come
semplice strumento tecnico, ma come dispositivo culturale che ridefinisce il
modo in cui decidiamo, giudichiamo e assumiamo responsabilità.
Decidere, giudicare, approvare: una breve genealogia culturale
Decidere non è mai stato un gesto semplice. Nella tradizione occidentale, la
decisione è stata a lungo pensata come un atto puntuale, un momento in cui il
giudizio si cristallizza, assumendo la forma di una scelta che impegna chi la
compie. Ma questo atto è sempre stato sostenuto da un processo più ampio, fatto
di valutazioni, confronti, mediazioni e, soprattutto, da un’assunzione di
responsabilità che non si esaurisce nell’istante della scelta.
Nel contesto clinico, questa stratificazione è particolarmente evidente. Il
medico non decide soltanto, ma giudica sulla base della propria esperienza,
interpreta segni e sintomi, assume su di sé il rischio dell’errore. La decisione
non coincide con la procedura, ma con la capacità di rispondere delle
conseguenze di ciò che si è scelto di fare o di non fare.
A partire dal Novecento, questo equilibrio comincia lentamente a spostarsi. Con
l’espansione delle organizzazioni complesse e della burocrazia moderna, il
giudizio individuale viene progressivamente affiancato da procedure
standardizzate. Max Weber descriveva questo passaggio come una razionalizzazione
necessaria: regole formali, criteri impersonali, processi replicabili servono a
garantire equità, prevedibilità, controllo. La decisione, in questo schema, non
scompare, ma viene incastonata in una sequenza di passaggi che ne delimitano il
perimetro.
> Il medico non decide soltanto, ma giudica sulla base della propria esperienza
> e si assume il rischio dell’errore. La decisione non coincide con la
> procedura, ma con la capacità di rispondere delle conseguenze di ciò che si è
> scelto di fare. O di non fare.
In altre parole, il giudizio si trasforma progressivamente in procedura: l’atto
decisionale diventa il punto finale di un percorso già in gran parte tracciato.
Questo spostamento non modifica solo il modo di decidere, ma ridefinisce il
significato stesso della responsabilità: se la decisione è l’esito “corretto” di
una procedura correttamente seguita, la responsabilità tende a spostarsi
dall’atto al processo. Non si tratta più di dire “ho deciso questo”, ma di poter
affermare “ho seguito ciò che era indicato”. È su questa trasformazione, spesso
silenziosa, che opera oggi l’intelligenza artificiale.
Che cosa fa oggi l’IA generativa in sanità
Quando si parla di intelligenza artificiale in sanità, l’immaginario oscilla tra
due estremi: da un lato la promessa di macchine che decidono al posto dei
medici, dall’altro l’idea rassicurante di strumenti neutrali che si limitano a
“supportare” il lavoro umano. La realtà è più sfumata e più interessante. Oggi
l’IA generativa e predittiva opera principalmente come infrastruttura
decisionale. Non prende decisioni cliniche autonome, ma organizza informazioni,
suggerisce interpretazioni, propone priorità. Nei sistemi di supporto
diagnostico, analizza immagini, testi clinici, dati di laboratorio per
individuare pattern compatibili con determinate condizioni. Nei modelli
predittivi, stima rischi futuri: progressione di malattia, probabilità di eventi
avversi, risposta a un trattamento.
Nel triage e nella stratificazione del rischio, questi sistemi contribuiscono a
ordinare i pazienti secondo criteri di urgenza o complessità, allocando risorse
scarse ‒ tempo, posti letto, interventi ‒ in modo ritenuto più efficiente. Nelle
raccomandazioni cliniche, integrano linee guida e dati individuali per suggerire
opzioni terapeutiche personalizzate.
È importante notare che, nella maggior parte dei casi, non si tratta di
automazione della scelta, ma di automazione del contesto decisionale. L’IA non
dice “fai questo”, ma costruisce un ambiente in cui alcune opzioni emergono come
naturali, altre come marginali. Rende alcune decisioni più rapide, più
giustificabili, più difendibili. E, così facendo, ridefinisce ciò che appare
ragionevole.
> Quando qualcosa va storto, l’errore non è più attribuibile a un singolo
> individuo, ma al sistema nel suo complesso: non c’è colpa, ma
> malfunzionamento; non responsabilità, ma errore tecnico.
Questa infrastruttura è spesso invisibile. Il clinico vede il risultato, un
punteggio, una raccomandazione, ma non il lavoro di selezione, pesatura e
normalizzazione che lo ha prodotto. L’intelligenza artificiale non si presenta
come un nuovo decisore, ma come uno sfondo operativo che accompagna ogni gesto.
Il clic che decide
Non è solo la sanità a sperimentare la frammentazione delle decisioni. Accade
ogni volta che ci affidiamo a sistemi che guidano le nostre scelte: per esempio,
lasciamo che algoritmi filtrino i candidati per una posizione lavorativa prima
ancora che qualcuno li valuti personalmente; utilizziamo valutazioni di rischio
prodotte da sistemi finanziari o assicurativi per orientare decisioni economiche
e contrattuali; accettiamo i suggerimenti delle piattaforme digitali, cosa
guardare, cosa comprare, cosa leggere, senza conoscere i criteri con cui quelle
raccomandazioni sono state prodotte. In tutti questi casi, la decisione viene
scomposta in microdeleghe: nessuno decide tutto, ma ciascuno approva un
passaggio. Quando qualcosa va storto, l’errore non è più attribuibile a un
singolo individuo, ma al sistema nel suo complesso: non c’è colpa, ma
malfunzionamento; non responsabilità, ma errore tecnico. Gli studi sul bias di
automazione spiegano come gli operatori tendano a fidarsi dei suggerimenti delle
macchine anche quando sono errati, perché seguire la raccomandazione riduce il
carico cognitivo.
In sanità, questo crea un paradosso: il medico resta formalmente responsabile,
ma il margine effettivo di intervento si riduce, e la responsabilità si sposta
dal gesto decisionale al clic finale: non “che cosa hai deciso”, ma “perché non
hai seguito ciò che era indicato”. La letteratura sulle responsabilità mediche
nell’era dell’IA sottolinea come la supervisione umana rimanga obbligatoria e
non possa essere semplicemente delegata alla tecnologia. Sistemi di supporto
decisionale come quelli utilizzati nella prescrizione elettronica di farmaci
possono ridurre alcuni errori, ma introducono nuove vulnerabilità quando il
medico si affida senza verificarne le indicazioni. Studi sull’uso di sistemi di
allerta clinica hanno mostrato che i professionisti tendono talvolta ad
accettare le raccomandazioni algoritmiche senza verificarle criticamente,
soprattutto in condizioni di carico cognitivo elevato, mentre in altri casi
sviluppano una forma di assuefazione agli avvisi ripetitivi, ignorando segnali
potenzialmente rilevanti. Questo fenomeno, noto come automation bias, cioè la
tendenza a fidarsi eccessivamente delle indicazioni dei sistemi automatizzati,
non elimina il ruolo umano, ma lo trasforma: il rischio non è più soltanto
l’errore individuale, ma l’interazione imperfetta tra operatore e sistema.
> In alcuni casi gli operatori tendono a fidarsi dei suggerimenti delle macchine
> anche quando sono errati, sia perché seguire la raccomandazione riduce il
> carico cognitivo, sia perché una scelta alternativa potrebbe comportare
> responsabilità legali.
È qui che emerge lo slittamento cruciale: quando un suggerimento è ragionevole,
tempestivo e probabilistico, diventa difficile ignorarlo. Non perché sia
obbligatorio seguirlo, ma perché offre la via di minor resistenza. La decisione
non viene sottratta, ma alleggerita e trasformata. Il clinico resta libero di
fare diversamente, ma questa libertà è asimmetrica: seguire la raccomandazione
richiede poco (un clic, una firma, un’approvazione) mentre deviare comporta
lavoro cognitivo e morale extra, spiegazioni, documentazioni, assunzione di
rischi clinici, organizzativi e legali. Questioni etiche come trasparenza,
responsabilità e bias nei sistemi di IA sono tra i nodi critici nel dibattito
sull’integrazione dell’IA nei processi clinici.
Nei casi di terapia intensiva, ad esempio, scegliere un trattamento diverso da
quello suggerito dai modelli predittivi può comportare responsabilità legali e
giustificazioni agli audit clinici, anche quando la deviazione è clinicamente
motivata. La decisione tende così a diventare ratifica: non per rinuncia
consapevole, ma come esito naturale di un processo che ha già selezionato
l’opzione “migliore”. La velocità del suggerimento e l’aura di oggettività che
lo accompagna ‒ numeri, percentuali, modelli ‒ funzionano come criteri morali
impliciti: ciò che è rapido e calcolato appare anche giusto. La responsabilità
resta sempre del medico, ma cambia forma: non riguarda tanto la scelta in sé,
quanto il seguire, o non seguire, i suggerimenti del sistema. La libertà di
decidere esiste ancora, ma è più difficile da esercitare e spesso poco visibile.
Agentività residuale e libertà formale
L’effetto di questi meccanismi non è tanto l’eliminazione della libertà
decisionale, quanto la sua progressiva rarefazione. La possibilità di scegliere
diversamente rimane formalmente intatta, ma perde centralità nella pratica
quotidiana. La decisione autonoma non scompare, ma viene spostata ai margini,
trasformata in evento eccezionale, da attivare solo quando qualcosa interrompe
il flusso ordinario del lavoro clinico.
L’agentività che resta, cioè il margine reale di decisione e di azione autonoma
del clinico, la sua capacità effettiva di agire intenzionalmente e assumersi la
responsabilità delle proprie scelte, è residuale. Non perché sia stata abolita,
ma perché è stata resa onerosa. La libertà decisionale sopravvive come
eccezione, non come norma. In molti settori tecnologici, dall’aviazione alla
finanza algoritmica, si osserva un fenomeno simile: gli operatori formalmente
possono intervenire, ma ogni deviazione dai protocolli automatizzati richiede
una documentazione aggiuntiva e aumenta il rischio di responsabilità. Anche la
storia della medicina offre paralleli. L’introduzione dei protocolli di
sicurezza chirurgica o dei sistemi di prescrizione elettronica ha ridotto gli
errori, ma ha trasformato la libertà decisionale individuale in un esercizio
oneroso e spesso invisibile.
> La questione non è scegliere tra autonomia umana e automazione, ma riconoscere
> ciò che accade nello spazio intermedio tra suggerimento e scelta. È lì che il
> giudizio clinico rischia di ridursi a conferma di opzioni già selezionate
> altrove.
In questo contesto, la frase “si poteva fare diversamente” perde il suo
significato morale. Non indica più una possibilità reale, ma una clausola
formale che tutela il sistema, non chi decide. È una libertà che esiste sulla
carta, ma nella pratica diventa spesso solo una scelta teorica, costosa in
termini di tempo, responsabilità e stress cognitivo. Il margine di decisione
personale non scompare, ma si nasconde, e chi la esercita deve confrontarsi con
un doppio vincolo: quello della ragione clinica e quello della difendibilità
organizzativa.
Abitare lo spazio intermedio
La medicina non è mai stata un atto solitario: il giudizio medico si è sempre
formato all’interno di apparati tecnici, protocolli e strumenti che ne hanno
orientato l’esercizio. Ciò che cambia oggi non è la presenza della tecnologia,
ma la sua capacità di strutturare in anticipo ciò che appare come una decisione
ragionevole. La questione, allora, non è scegliere tra autonomia umana e
automazione, ma riconoscere ciò che accade nello spazio intermedio tra
suggerimento e scelta. È lì che la raccomandazione algoritmica diventa norma
implicita, è lì che il giudizio clinico rischia di ridursi a conferma di opzioni
già selezionate altrove. L’agentività che sopravvive non scompare, ma si
restringe: non viene negata, viene resa costosa, eccezionale, giustificabile
solo a posteriori. In questo contesto, lo scostamento dal suggerimento non è più
un gesto ordinario del ragionamento clinico, ma un atto che deve essere difeso.
La responsabilità non riguarda più tanto ciò che si decide, quanto il motivo per
cui non si è aderito a ciò che era indicato.
L’intelligenza artificiale può rendere le decisioni più rapide, più coerenti,
più difendibili, ma proprio per questo rischia di rendere meno visibile il
momento in cui qualcuno decide davvero. In alcuni casi, gli strumenti predittivi
hanno migliorato sensibilmente diagnosi e allocazione delle risorse: ad esempio,
modelli predittivi in oncologia hanno aumentato la precisione nella
classificazione dei pazienti e nella personalizzazione dei trattamenti,
migliorando gli esiti clinici rispetto ai metodi tradizionali. Allo stesso
tempo, alcuni studi documentano come algoritmi di supporto decisionale possano
riprodurre e amplificare bias preesistenti, generando disparità nei risultati
tra gruppi etnici o razziali, specialmente quando i dati di addestramento non
sono rappresentativi della popolazione reale; in ambito diagnostico, sono state
osservate anche prestazioni peggiori dell’IA su immagini di pazienti con
caratteristiche meno rappresentate nei dataset, come alcune condizioni
dermatologiche o popolazioni con fenotipi cutanei diversi.
Questi esempi illustrano due facce della stessa medaglia: l’IA può ampliare la
capacità diagnostica e decisionale, eppure può anche riprodurre disuguaglianze
sanitarie e introdurre errori sistematici se non adeguatamente progettata,
validata e monitorata. In ultima analisi, la diffusione dell’intelligenza
artificiale non elimina la responsabilità individuale, la riorganizza. Non siamo
più davanti a un medico che decide “da solo”, ma a un professionista che decide
entro un contesto tecnologico e culturale in continua evoluzione, che richiede
non solo competenza tecnica, ma anche consapevolezza delle implicazioni etiche e
sociali associate all’uso dell’IA in sanità.
> L’IA può ampliare la capacità diagnostica e decisionale, ma può anche
> riprodurre disuguaglianze sanitarie e introdurre errori sistematici, se non
> adeguatamente progettata, validata e monitorata.
È proprio in questa riorganizzazione che emerge il cambiamento più rilevante:
una medicina in cui la firma continua ad apparire, e il consenso viene
formalmente ottenuto, può assumere un valore sempre più simbolico o ridursi a
una percezione di controllo, mentre le scelte realmente operative vengono
guidate, in parte, da algoritmi e infrastrutture complesse. La responsabilità
non scompare, ma si sposta e si distribuisce lungo una catena decisionale più
ampia, nella quale diventa meno immediato riconoscere chi abbia davvero deciso.
Abitare consapevolmente questo spazio intermedio, tra suggerimento e scelta, tra
supporto e delega, non è allora un limite della medicina contemporanea, ma la
condizione necessaria per preservarne la libertà e il senso di responsabilità
nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
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